Trekking a Gioiosa Guardia del 8 febbraio 2026.
Appuntamento alle 7,30 al Boccetta. Presenti della associazione Recolapesce: Marcello Aricò, Santino Cannavò, Carmelo Geraci, Rosalba Fera, Katia Tribulato, Stefania Davì, Daniele Sinardi new entry, Giusi…Mike Sfravara, Nina Coiro, Maria Adornetto, Giuseppe Spanò, Teresa Freni, Sebastiano Occhino, Alberto Borgia.
Presenti della associazione gli Amici di Architrekking: Michele Palamara, Giuseppe Finanze, Domenico Delia, Antonio Ciancio, Pietro Marino, Maria Scandinaro,Anna Scannapieco,Domenick Giliberto, Maurizio Giacoppo e Memy Donato.
Formazione degli equipaggi e partenza alle 7,45.
Marcello è uscito a Rometta dove ha preso Francesco Pagano.
Arrivo allo svincolo di Patti alle 8,26. Presa la strada per il comune di Montagnareale, paese che nei giorni scorsi è stato al centro della cronaca nera per il ritrovamento dei cadaveri di tre cacciatori uccisi nelle campagne della zona.
Arrivo alle 8,55 a Sorrentini , piccola frazione del comune di Patti che conta poco più di 200 abitanti, e, prima dell’unità d’Italia, era stato un Comune autonomo. Da Sorrentini si ha una vista completa del golfo di Patti,di capo Milazzo, del Santuario di Tindari ,di tutto l’arcipelago delle Eolie e dell’Etna. Parcheggiate le prime macchine vicino alla chiesa di San Teodoro mentre due hanno trovato posto in uno slargo alla fine di una strettissima strada senza uscita.
Le altre vetture, arrivate dopo, sono rimaste fuori dal centro abitato.
Alle 9,15 ci siamo messi in marcia sulla strada che costeggia il piccolo cimitero seguendo le indicazioni di un cartello ( l’unico di tutto il percorso) del sentiero 234 del CAI che riporta la direzione per Gioiosa Guardia distante 1 ora e 20 minuti.
Il cielo è coperto e arriva un po’ di pioggerella che fa temere il peggio.
Affrontiamo subito una ripida rampa sterrata dal fondo fangoso di quasi 500 metri e ,all’altezza di una curva a destra si prosegue dritto superando una catena tesa tra due paletti.
Qui si fermano Anna, Teresa ed Alberto per aspettare Domenico che era rimasto indietro. Dopo una decina di minuti, visto che non si vedeva arrivare ,Santino ed Alberto sono tornati indietro e si sono messi in contatto telefonico con lui, che aveva lasciato lo sterrato e si stava inerpicando su una strada sbagliata.
Una volta riuniti abbiamo superato la catena ed abbiamo proseguito fino ad una chiudenda. Dopo alcune centinaia di metri si sente il suono di numerosi campanacci: sono quelli di un gregge di una cinquantina di capre all’interno di uno reticolato che si ammassano sotto un albero per cercare un riparo dall’ultima pioviggine che sta cadendo.
Poco più avanti la strada si biforca e si prende quella a sinistra da dove si vedono, sul fianco della collina, le case della contrada Bonavita alta che raggiungiamo alle 10,15 distanti dopo circa 2,2 chilometri dalla partenza.
Da qui in avanti la strada è dapprima pianeggiante e poi in leggera discesa fino a quando si arriva ad un bivio con le indicazini per Gioiosa Marea e Pineta rocca Saracena. Siamo a tre chilometri dalla partenza e sono le 10:33.
Circa 500 metri prima avevamo superato una edicola votiva posta sul lato destro della strada e successivamente una piccola casa ad angolo sapientemente restaurata e con le pareti rivestite di pietra.
Finito il tratto in discesa la strada è sempre in salita per circa due chilometri e mezzo con pendenze non eccessive ,tranne qualche breve rampa.
Alle 10,50 ci siamo fermati per fare una foto di gruppo a poca distanza dal bivio per Laurello e San Angelo di Brolo.
Procedendo in salita in ordine sparso ci siamo ricompattati quasi all’inizio del sentiero di cresta che arriva alla cima del Monte di Gioiosa .
La vista spazia a 360 gradi sui Nebrodi, sulla costa tirrenica e sui paesi vicini.
Dalla cresta si vedono sul lato destro, in basso i ruderi di un grande edificio e parte dei muretti di una ventina di piccole costruzioni .
Si arriva dopo una decina di minuti alle rovine di una chiesa ,probabilmente a tre navate e di una torre di avvistamento.
Michele fa una descrizione del luogo, spiegando che siamo nella vecchia città fortificata di Gioiosa Guardia, costruita nel 1366 da Vinciguerra d’Aragona, viceré del regno sotto Federico III d’Aragona.
La struttura sorge in una posizione sopraelevata, facilmente difendibile dagli attacchi barbareschi e fu abbandonata dopo il terremoto del febbraio del 1783 che la distrusse completamente.
La popolazione si trasferì sulla costa in una zona denominata “ciappe di tono” (allora di proprietà della famiglia Giardina di Patti), dove fu fondata la nuova Gioiosa, chiamata Gioiosa Marea.
La città, che si estendeva sulle pendici del monte, nel 1550 contava 260 case e alla fine del 1600 c’erano quasi 800 case con 3182 abitanti.
I terreni erano coltivati a vigneti,oliveti, gelsi e si producevano squisiti fichi conosciuti ed esportati in tutta la Sicilia.
Santo protettore di Gioiosa Guardia fu dapprima San Giovanni Battista e poi San Nicola.
Secondo una leggenda, una grande carestia affliggeva Gioiosa Guardia. I poveri abitanti non sapevano più a quale santo rivolgersi, quando un giorno videro lontano sul mare una barca a vela avvicinarsi alla spiaggia e, giuntavi, scaricare una grande quantità di frumento. Fuori di sé dalla felicità, i gioiosani scesero alla marina, offrendo le loro ricchezze in cambio del frumento. Il capitano rifiutò ogni compenso e distribuì il grano, senza dire né chi fosse, né dove fosse diretto. Dopo qualche anno, alcuni abitanti di Gioiosa andarono a Bari per affari. Entrati in una chiesa, in un’immagine di San Nicola riconobbero il mercante che li aveva salvati dalla carestia. Tornati al paese, raccontarono il riconoscimento: nessuno dubitò che il capitano fosse San Nicola, che venne proclamato nuovo Patrono della città.
Alle 12,20 ci siamo accomodati tra le macerie della chiesa ed abbiamo fatto una sosta per il pranzo, mentre il sole era stato nuovamente offuscato dalla nuvolaglia e la temperatura era calata sensibilmente .
Alle 12,45 ci siamo rimessi in marcia sul sentiero ,inizialmente piuttosto ripido, che passa sotto la Rocca , delimitato da una ringhiera metallica, fino ad arrivare ad uno slargo dove finisce la strada asfaltata.
Più avanti ci sono i ripetitori, certamente utili
per la copertura radiotelevisiva e la rete di protezione civile nella provincia di Messina. ma che innegabilmente deturbano il bellissimo luogo.
Fatta un’altra foto di gruppo, abbiamo imboccato la sterrata di destra, che si dirige verso valle, ammirando nella foschia le isole di Lipari e Vulcano.
Dopo qualche centinaio di metri, alle 13,12, siamo arrivati al cancello che delimita l’accesso all’area archeologica demaniale di Gioiosa Guardia dove è possibile entrare attraverso un varco nella rete adiacente al cancello stesso.
L’area si riferisce ad un centro indigeno ellenizzato, posto in eccezionale posizione strategica, individuato negli anni ottanta del secolo scorso su un terrazzo delle pendici orientali del Monte Melluso (m 825 s.l.m.). Del sito, già abitato durante l’età del Bronzo finale-età del Ferro (XII-VIII sec. a.C.), con capanne a pianta ovale, è più ampiamente documentata la fase greca arcaico-classica (fine VII-V sec. a.C.), quando l’abitato si organizzò con case a più vani, dislocate lungo il pendio in senso est-ovest, delimitate da strette stradine.
Alla distruzione violenta dell’abitato greco alla fine del V sec. a.C., per un terremoto o a causa della politica espansionistica di Cartagine, fa seguito l’impianto di un gruppo di sepolture datate al IV sec. a.C., che testimonia la continuità di frequentazione del sito.
Nell’XI secolo, dopo un lungo abbandono, il terrazzo occupato dall’ insediamento antico divenne Feudo del Convento dei Benedettini di Patti e nel XVIII secolo venne eretta la Chiesa di San Francesco, con annesso convento, di cui sono ancora visibili i ruderi.
Alle 13,30 torniamo sulla strada in discesa per percorrere gli ultimi due chilometri. La pendenza media è del 11%, ma in alcune rampe si raggiunge il 16% mettendo alla prova le ginocchia e le dita dei piedi.
Intorno alle 14,00 abbiamo completato l’anello con l’arrivo a Sorrentini nei pressi di una abitazione con un giardino con alberi di arance dai frutti,raccolti a terra, veramente squisiti.
Percorso complessivo di circa 8,8 chilometri, dislivello in salita 370 metri.
Vista l’ora abbiamo concordato di trasferirci all’azienda Anasita, nei pressi dello svincolo autostradale di Milazzo, dove siamo arrivati intorno alle 15,00 per gustare una delle loro specialità.
Rientro a Messina alle 16,15 circa.
Appuntamento alle 7,30 al Boccetta. Presenti della associazione Recolapesce: Marcello Aricò, Santino Cannavò, Carmelo Geraci, Rosalba Fera, Katia Tribulato, Stefania Davì, Daniele Sinardi new entry, Giusi…Mike Sfravara, Nina Coiro, Maria Adornetto, Giuseppe Spanò, Teresa Freni, Sebastiano Occhino, Alberto Borgia.
Presenti della associazione gli Amici di Architrekking: Michele Palamara, Giuseppe Finanze, Domenico Delia, Antonio Ciancio, Pietro Marino, Maria Scandinaro,Anna Scannapieco,Domenick Giliberto, Maurizio Giacoppo e Memy Donato.
Formazione degli equipaggi e partenza alle 7,45.
Marcello è uscito a Rometta dove ha preso Francesco Pagano.
Arrivo allo svincolo di Patti alle 8,26. Presa la strada per il comune di Montagnareale, paese che nei giorni scorsi è stato al centro della cronaca nera per il ritrovamento dei cadaveri di tre cacciatori uccisi nelle campagne della zona.
Arrivo alle 8,55 a Sorrentini , piccola frazione del comune di Patti che conta poco più di 200 abitanti, e, prima dell’unità d’Italia, era stato un Comune autonomo. Da Sorrentini si ha una vista completa del golfo di Patti,di capo Milazzo, del Santuario di Tindari ,di tutto l’arcipelago delle Eolie e dell’Etna. Parcheggiate le prime macchine vicino alla chiesa di San Teodoro mentre due hanno trovato posto in uno slargo alla fine di una strettissima strada senza uscita.
Le altre vetture, arrivate dopo, sono rimaste fuori dal centro abitato.
Alle 9,15 ci siamo messi in marcia sulla strada che costeggia il piccolo cimitero seguendo le indicazioni di un cartello ( l’unico di tutto il percorso) del sentiero 234 del CAI che riporta la direzione per Gioiosa Guardia distante 1 ora e 20 minuti.
Il cielo è coperto e arriva un po’ di pioggerella che fa temere il peggio.
Affrontiamo subito una ripida rampa sterrata dal fondo fangoso di quasi 500 metri e ,all’altezza di una curva a destra si prosegue dritto superando una catena tesa tra due paletti.
Qui si fermano Anna, Teresa ed Alberto per aspettare Domenico che era rimasto indietro. Dopo una decina di minuti, visto che non si vedeva arrivare ,Santino ed Alberto sono tornati indietro e si sono messi in contatto telefonico con lui, che aveva lasciato lo sterrato e si stava inerpicando su una strada sbagliata.
Una volta riuniti abbiamo superato la catena ed abbiamo proseguito fino ad una chiudenda. Dopo alcune centinaia di metri si sente il suono di numerosi campanacci: sono quelli di un gregge di una cinquantina di capre all’interno di uno reticolato che si ammassano sotto un albero per cercare un riparo dall’ultima pioviggine che sta cadendo.
Poco più avanti la strada si biforca e si prende quella a sinistra da dove si vedono, sul fianco della collina, le case della contrada Bonavita alta che raggiungiamo alle 10,15 distanti dopo circa 2,2 chilometri dalla partenza.
Da qui in avanti la strada è dapprima pianeggiante e poi in leggera discesa fino a quando si arriva ad un bivio con le indicazini per Gioiosa Marea e Pineta rocca Saracena. Siamo a tre chilometri dalla partenza e sono le 10:33.
Circa 500 metri prima avevamo superato una edicola votiva posta sul lato destro della strada e successivamente una piccola casa ad angolo sapientemente restaurata e con le pareti rivestite di pietra.
Finito il tratto in discesa la strada è sempre in salita per circa due chilometri e mezzo con pendenze non eccessive ,tranne qualche breve rampa.
Alle 10,50 ci siamo fermati per fare una foto di gruppo a poca distanza dal bivio per Laurello e San Angelo di Brolo.
Procedendo in salita in ordine sparso ci siamo ricompattati quasi all’inizio del sentiero di cresta che arriva alla cima del Monte di Gioiosa .
La vista spazia a 360 gradi sui Nebrodi, sulla costa tirrenica e sui paesi vicini.
Dalla cresta si vedono sul lato destro, in basso i ruderi di un grande edificio e parte dei muretti di una ventina di piccole costruzioni .
Si arriva dopo una decina di minuti alle rovine di una chiesa ,probabilmente a tre navate e di una torre di avvistamento.
Michele fa una descrizione del luogo, spiegando che siamo nella vecchia città fortificata di Gioiosa Guardia, costruita nel 1366 da Vinciguerra d’Aragona, viceré del regno sotto Federico III d’Aragona.
La struttura sorge in una posizione sopraelevata, facilmente difendibile dagli attacchi barbareschi e fu abbandonata dopo il terremoto del febbraio del 1783 che la distrusse completamente.
La popolazione si trasferì sulla costa in una zona denominata “ciappe di tono” (allora di proprietà della famiglia Giardina di Patti), dove fu fondata la nuova Gioiosa, chiamata Gioiosa Marea.
La città, che si estendeva sulle pendici del monte, nel 1550 contava 260 case e alla fine del 1600 c’erano quasi 800 case con 3182 abitanti.
I terreni erano coltivati a vigneti,oliveti, gelsi e si producevano squisiti fichi conosciuti ed esportati in tutta la Sicilia.
Santo protettore di Gioiosa Guardia fu dapprima San Giovanni Battista e poi San Nicola.
Secondo una leggenda, una grande carestia affliggeva Gioiosa Guardia. I poveri abitanti non sapevano più a quale santo rivolgersi, quando un giorno videro lontano sul mare una barca a vela avvicinarsi alla spiaggia e, giuntavi, scaricare una grande quantità di frumento. Fuori di sé dalla felicità, i gioiosani scesero alla marina, offrendo le loro ricchezze in cambio del frumento. Il capitano rifiutò ogni compenso e distribuì il grano, senza dire né chi fosse, né dove fosse diretto. Dopo qualche anno, alcuni abitanti di Gioiosa andarono a Bari per affari. Entrati in una chiesa, in un’immagine di San Nicola riconobbero il mercante che li aveva salvati dalla carestia. Tornati al paese, raccontarono il riconoscimento: nessuno dubitò che il capitano fosse San Nicola, che venne proclamato nuovo Patrono della città.
Alle 12,20 ci siamo accomodati tra le macerie della chiesa ed abbiamo fatto una sosta per il pranzo, mentre il sole era stato nuovamente offuscato dalla nuvolaglia e la temperatura era calata sensibilmente .
Alle 12,45 ci siamo rimessi in marcia sul sentiero ,inizialmente piuttosto ripido, che passa sotto la Rocca , delimitato da una ringhiera metallica, fino ad arrivare ad uno slargo dove finisce la strada asfaltata.
Più avanti ci sono i ripetitori, certamente utili
per la copertura radiotelevisiva e la rete di protezione civile nella provincia di Messina. ma che innegabilmente deturbano il bellissimo luogo.
Fatta un’altra foto di gruppo, abbiamo imboccato la sterrata di destra, che si dirige verso valle, ammirando nella foschia le isole di Lipari e Vulcano.
Dopo qualche centinaio di metri, alle 13,12, siamo arrivati al cancello che delimita l’accesso all’area archeologica demaniale di Gioiosa Guardia dove è possibile entrare attraverso un varco nella rete adiacente al cancello stesso.
L’area si riferisce ad un centro indigeno ellenizzato, posto in eccezionale posizione strategica, individuato negli anni ottanta del secolo scorso su un terrazzo delle pendici orientali del Monte Melluso (m 825 s.l.m.). Del sito, già abitato durante l’età del Bronzo finale-età del Ferro (XII-VIII sec. a.C.), con capanne a pianta ovale, è più ampiamente documentata la fase greca arcaico-classica (fine VII-V sec. a.C.), quando l’abitato si organizzò con case a più vani, dislocate lungo il pendio in senso est-ovest, delimitate da strette stradine.
Alla distruzione violenta dell’abitato greco alla fine del V sec. a.C., per un terremoto o a causa della politica espansionistica di Cartagine, fa seguito l’impianto di un gruppo di sepolture datate al IV sec. a.C., che testimonia la continuità di frequentazione del sito.
Nell’XI secolo, dopo un lungo abbandono, il terrazzo occupato dall’ insediamento antico divenne Feudo del Convento dei Benedettini di Patti e nel XVIII secolo venne eretta la Chiesa di San Francesco, con annesso convento, di cui sono ancora visibili i ruderi.
Alle 13,30 torniamo sulla strada in discesa per percorrere gli ultimi due chilometri. La pendenza media è del 11%, ma in alcune rampe si raggiunge il 16% mettendo alla prova le ginocchia e le dita dei piedi.
Intorno alle 14,00 abbiamo completato l’anello con l’arrivo a Sorrentini nei pressi di una abitazione con un giardino con alberi di arance dai frutti,raccolti a terra, veramente squisiti.
Percorso complessivo di circa 8,8 chilometri, dislivello in salita 370 metri.
Vista l’ora abbiamo concordato di trasferirci all’azienda Anasita, nei pressi dello svincolo autostradale di Milazzo, dove siamo arrivati intorno alle 15,00 per gustare una delle loro specialità.
Rientro a Messina alle 16,15 circa.
| ———— Messaggio inoltrato ———— |
| DA: amcba@libero.it |
| A: amcba@libero.it, |
| DATA: 20 Febbraio 2026 18:01:48 UTC |
| OGGETTO: Foto da Alberto Borgia |
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