Preescursione del 9 agosto 2026 sull’Etna.Anello da rifugio Case Pirao a rifugio Monte Spagnolo, rifugio Saletti. Alle 7,15 Sebastiano Occhino si è incontrato con Alberto Borgia ed insieme hanno proseguito verso sud per imbarcare Elena Serban e Gian Privitera. Viaggio tranquillo, poco traffico in autostrada, siamo usciti a Fiumefreddo e alle 8,20 siamo arrivati a Linguaglossa dove ci siamo fermati per prendere un caffè al solito bar in piazza e acquistare peperoni,frutta e pane nelle vicinanze. Da Linguaglossa abbiamo preso la strada in direzione Piano Provenzana e al bivio per Randazzo ci siamo immessi a destra sulla provinciale Etna Settentrionale. A 12 chilometri dal bivio l’abbiamo lasciata per seguire la Strada Provinciale “Quota Mille” che sale a sinistra e dopo venti minuti, alle 9,10,abbiamo parcheggiato all’ingresso del demanio Pirao Case Pirao. A fianco del parcheggio ci sono molti alberi di ciliegio e varrebbe la pena tornare nella stagione primaverile per raccogliere i frutti. Il posto è molto bello, pulito e ben curato con staccionate rifatte da poco, tavoli e panche per pic-nic. Alle 9,20 ci siamo messi in marcia, ma prima di iniziare l’escursione abbiamo fatto una breve deviazione per andare al vicino Rifugio Forestale Case Pirao (1139 mslm) situato tra le colate del 1981 e quella del 1614. È costituito da due edifici costruiti nel corso del 1800 e adibiti a masseria, poi dalla fine degli anni ’80 a rifugio per escursionisti e deposito. All’interno c’erano due operai della forestale che stavano facendo colazione a cui abbiamo chiesto informazioni su chi contattare per chiedere eventuali autorizzazioni per l’uso del rifugio che si presenta comodo e funzionale. La giornata è splendida, non c’è nessuno in giro e il silenzio è rotto solo dal brontolio della Montagna che in questi giorni ha ripreso ad eruttare. La temperatura è gradevole, molto inferiore a quella che abbiamo lasciato in città, dove da alcuni giorni si boccheggia per il caldo e l’afa asfissiante, e permette di camminare senza sudare eccessivamente. Tutta la zona è coperta da alberi di diverse essenze, tra cui diversi esemplari di quercia rossa americana, una specie non autoctona, dai colori smaglianti che si stagliano contro il cielo azzurro e senza nuvole tranne che in cima all’Etna . Seguendo i cartelli del CAI abbiamo preso la strada, inizialmente in leggera salita, sul sentiero 717 in direzione Pista Altomontana Est, Rifugio Spagnolo. Alle nove e cinquanta siamo arrivati ad un bivio che a destra conduce ai monticelli di Monte Piluso e a sinistra prosegue verso il rifugio di monte Spagnolo, distante quattro chilometri e trecento metri. Ls strada che percorriamo è larga e comoda, sempre in salita, con qualche rampa che raggiunge una pendenza del 13%. Si snoda in mezzo ad alberi di varia natura ,tra cui castagni,noci, querce, alte betulle frammiste a folti cespugli di ginestre. Il fondo è compatto e , in certi tratti , anche lastricato; su un lato c’è una canaletta per il deflusso delle acque piovane e muretti a secco realizzati a regola d’arte. Alle 10,25 siamo arrivati alla colata lavica del 1981 un impressionante ed inarrestabile fiume di roccia con qualche dagala, formata quando la lava si è divisa in più bracci, circondando pezzi di terreno che sono rimasti intatti, a testimonianza della potenza della natura. La lava è ancora completamente priva di vegetazione, solo i licheni cominciano a crescere , e sembra una enorme cicatrice che taglia nettamente i boschi ai lati. Gian ci parla di questa eruzione, spesso definita “l’eruzione di Randazzo”. Ebbe inizio il 17 marzo 1981 con l’apertura di varie fratture sul versante settentrionale etneo in prossimità dei monti Due Pizzi, ad una quota tra i 2625 e i 2450 m slm. Proruppero fontane di lava con brevi colate ed esplosioni causate dal contatto tra la neve e il magma incandescente. Di ora in ora si aprirono ulteriori fratture, prima nella zona della Grotta del Gelo (quota 2040 m slm), dopo sempre più in basso in direzione di Randazzo e già in serata erano giunte a quota 1450; da quest’ultima quota venne alimentata, con una portata di circa 500 mc/sec, una colata lavica molto consistente e fluida che avanzò velocemente verso nord minacciando il piccolo centro abitato di Montelaguardia che fu evacuato. Questa colata lavica, giunta intorno a quota 750 m slm, tra Randazzo e Montelaguardia, rallentò la sua corsa ma avanzando con un fronte di circa 600 metri distrusse case di campagna e coltivazioni, vigneti e opifici vinicoli. Durante la notte e poco prima dell’alba di giorno 18 tagliò il binario della Circumetnea Randazzo-Riposto e poco dopo quello delle Ferrovie dello Stato Randazzo-Taormina, oltre a seppellire sotto una coltre spessa circa cinque metri anche la S.S.120 Randazzo-Fiumefreddo, la strada Provinciale n. 89 Randazzo-Castiglione di Sicilia e altre strade comunali e poderali. Nella mattinata del 18 marzo le fratture eruttive erano giunte a quota 1380 da cui sgorgarono nuove colate che puntavano direttamente su Randazzo. Anche qui un’area boschiva venne invasa e distrutta; furono travolti faggi centenari, poi verso il basso, querce, castagni, pioppi, ginestre e strutture e infrastrutture rurali Durante la tarda serata di giorno 18 le fratture eruttive continuarono ad aprirsi sempre più in basso, fino a quota 1250 e 1115, ma con emissione di lava sempre più debole fino al 23 marzo quando cessò completamente. Il fronte lavico alimentato da questa ultima frattura e che minacciava direttamente Randazzo, si arrestò in contrada Sciarone, a quota 925 m slm, ad una distanza di 1800 metri dalla periferia Sud dell’abitato. La colata lavica infine, dopo aver percorso 7,5 km, raggiunse l’alveo del fiume Alcantara fermandosi a quota 605 m slm. Il volume di lava emessa è stato stimato intorno a 30 milioni di metri cubi di cui 20 emessi nelle prime 24 ore. Dopo un’ora e venti minuti dalla partenza siamo arrivati ad un bivio: a destra si va verso la casermetta di Monte Spagnolo, distante quaranta minuti, al rifugio di Montescavo a tre ore e trenta e a Piano Vetore a sette ore e trenta; a sinistra verso il rifugio Saletti a venti minuti, e Cisternazza a cinquanta minuti. Abbiamo preso la strada a destra verso la casermetta di Monte Spagnolo e attraversato la colata del millenovecentottantuno che da qui offre un colpo d’occhio fantastico. Alle 10,55 siamo arrivati al cartello che indica i Vulcanetti formati durante l’eruzione e Gian ed Elena sono andati a vederli mentre Alberto , dopo una decina di metri percorsi sulla lava instabile, è tornato indietro. Dopo mezz’ora dal bivio siamo entrati nella bellissima faggeta di Monte Spagnolo, la più grande dell’ Etna. Qui siamo stati superati da due ragazzi che, partiti da Randazzo,si stavano allenando per un campionato di kick boxing e andavano di corsa fino al rifugio. Prima del cancello c’è una piccola edicola e una targa in legno dedicata a Pippo Perinzato, con la scritta : “LA NATURA DI MONTE SPAGNOLO È LA PROVA DELL’ESISTENZA DI DIO” Alle undici e quaranta siamo arrivati al rifugio Monte Spagnolo, distante circa cinque chilometri dalla macchina. Il posto è fantastico, ci sono due piccole costruzioni realizzate con pietra lavica a vista, una delle due è aperta e si puó bivaccare perché è arredata con due letti a castello a due posti un camino e un tavolo. C’è poi un edificio più grande , in muratura , che è la casermetta, restaurata da poco. All’esterno c’è un pozzo con una pompa e press control e una targa che è data in gestione al CAI regionale. I particolari sono ben curati, sul largo spiazzo svettano maestosi cedri del Libano con le caratteristiche pigne. Ci siamo fermati per fare una sosta e uno spuntino e mentre mangiavamo abbiamo cominciato a sentire forti tuoni, che all’inizio avevamo scambiato per le esplosioni dell’Etna. Il cielo stava cominciando ad annuvolarsi per cui alle dodici e cinque abbiamo deciso di tornare indietro per passare dal rifugio Saletti , raggiungere la grotta di Schandish e quindi tornare alle macchine. Appena usciti dal bosco siamo arrivati nuovamente alla colata del millenovecentoottantuno che si supera percorrendo un sentiero che la attraversa da una parte all’altra. Il cielo sopra di noi intanto si era completamente annuvolato e anche nella vallata in basso, verso nord, le nuvole cominciavano a coprire i paesi e le montagne. Alle 12,25 siamo arrivati a un cartello che indica gli hornitos (dallo spagnolo hornito= fornetto) piccoli coni costituiti da brandelli di lava e scorie allo stato plastico saldate tra di loro durante l’attività stromboliana. Nelle vicinanze ci sono i cartelli del CAI che in dicano il sentiero 701, in una direzione la Casermetta M.Spagnolo,a 25 minuti,il Rifugio Galvarina a 5 ore,Piano Vetore a 7,30 ore e nell’altra il Rifugio M. Santa Maria a 1,15 ore,il Passo dei Dammusi a 1,45 e la S.P. Mareneve a 3,40 ore.
Proseguendo all’ interno di un bosco misto di roverella, faggio, pioppo e pino laricio, alle dodici e cinquanta siamo arrivati al rifugio Giovanni Saletti (1373 slm), posto veramente molto bello e ben curato. È dedicato ad un dirigente della forestale ed è ubicato nella zona “B” del Parco. Il bivacco è realizzato in pietra di Catania a vista, è aperto e nella grande stanza ci sono due letti a castello, un tavolo e un camino. All’esterno c’è una legnaia e vicine ci sono grandi stalle, anche queste molto ben tenute. Fuori dal recinto ci sono due fontane, entrambe con acqua non potabile. Abbiamo pranzato in un tavolo con le panche e dopo mezz’ora ci siamo messi in marcia. Adesso sopra Randazzo si vedono grossi nuvoloni neri ,piove e si sentono forti tuoni. Poco dopo abbiamo incontrato un gruppetto di escursionisti diretti al rifugio, con una signora sovrappeso che si lamentava per lo sforzo dicendo “motta sugnu”. Alle 13,40 siamo arrivati al cartello che indica la Grotta di Schadlish (spesso scritta erroneamente come Schandish) , un tunnel di scorrimento lavico a quota 1300 , scoperta nel 2000 che prende il nome dal suo scopritore ed è caratterizzata da una forma ad arco acuto e pareti regolari e quasi lisce. Ci siamo addentrati solo per alcune decine di metri mentre Gian ci ha spiegato come si è formata e i motivi della sua particolare forma. Quando siamo usciti ha cominciato a piovere ma abbiamo messo i coprizaino e ci siamo incamminati ugualmente verso la macchina. I tuoni scoppiavano abbastanza vicini ed avevamo un poco di timore per i fulmini, ma la pioggia non è stata mai troppo forte. Da qui in poi la strada è in discesa per quasi due chilometri, con pendenza abbastanza accentuata (intorno al 10%). Senza fare deviazioni per arrivare alla Cisternazza abbiamo raggiunto la macchina alle 14,40 ,giusto in tempo per evitare la pioggia forte che è cominciata a cadere quando siamo partiti. Al ritorno breve sosta al bar di Linguaglossa per una granita e poi prosecuzione per Messina dove siamo arrivati alle 16,45. Percorso complessivo registrato di 11,4 chilometri. Abbiamo visitato posti bellissimi senza l’affollamento che contraddistingue la zona di Piano Provenzana, l’ escursione è adatta per tutti , da riproporre in autunno e come percorso per una ciaspolata invernale.
Proseguendo all’ interno di un bosco misto di roverella, faggio, pioppo e pino laricio, alle dodici e cinquanta siamo arrivati al rifugio Giovanni Saletti (1373 slm), posto veramente molto bello e ben curato. È dedicato ad un dirigente della forestale ed è ubicato nella zona “B” del Parco. Il bivacco è realizzato in pietra di Catania a vista, è aperto e nella grande stanza ci sono due letti a castello, un tavolo e un camino. All’esterno c’è una legnaia e vicine ci sono grandi stalle, anche queste molto ben tenute. Fuori dal recinto ci sono due fontane, entrambe con acqua non potabile. Abbiamo pranzato in un tavolo con le panche e dopo mezz’ora ci siamo messi in marcia. Adesso sopra Randazzo si vedono grossi nuvoloni neri ,piove e si sentono forti tuoni. Poco dopo abbiamo incontrato un gruppetto di escursionisti diretti al rifugio, con una signora sovrappeso che si lamentava per lo sforzo dicendo “motta sugnu”. Alle 13,40 siamo arrivati al cartello che indica la Grotta di Schadlish (spesso scritta erroneamente come Schandish) , un tunnel di scorrimento lavico a quota 1300 , scoperta nel 2000 che prende il nome dal suo scopritore ed è caratterizzata da una forma ad arco acuto e pareti regolari e quasi lisce. Ci siamo addentrati solo per alcune decine di metri mentre Gian ci ha spiegato come si è formata e i motivi della sua particolare forma. Quando siamo usciti ha cominciato a piovere ma abbiamo messo i coprizaino e ci siamo incamminati ugualmente verso la macchina. I tuoni scoppiavano abbastanza vicini ed avevamo un poco di timore per i fulmini, ma la pioggia non è stata mai troppo forte. Da qui in poi la strada è in discesa per quasi due chilometri, con pendenza abbastanza accentuata (intorno al 10%). Senza fare deviazioni per arrivare alla Cisternazza abbiamo raggiunto la macchina alle 14,40 ,giusto in tempo per evitare la pioggia forte che è cominciata a cadere quando siamo partiti. Al ritorno breve sosta al bar di Linguaglossa per una granita e poi prosecuzione per Messina dove siamo arrivati alle 16,45. Percorso complessivo registrato di 11,4 chilometri. Abbiamo visitato posti bellissimi senza l’affollamento che contraddistingue la zona di Piano Provenzana, l’ escursione è adatta per tutti , da riproporre in autunno e come percorso per una ciaspolata invernale.




