Preescursione nel Torrente Niceto del 30 agosto 2026Ore 8:00, appuntamento all’Immacolata con i soci di Amici di Architrekking Michele Palamara, Antonella Cardia, Alberto Bartolomeo, Maurizio???. Formazione degli equipaggi e partenza. Uscita dall’autostrada a Rometta. Arrivati a San Pier Niceto, si sono uniti a noi Maria Picciotto e Piero Marino.Alle 8:50 siamo usciti dal paese passando da contrada San Marco, sulla SP61 quater e, proseguendo, abbiamo preso la deviazione a sinistra per contrada Oliva. Il fondo stradale è piuttosto malmesso, ma in uno dei tratti peggiori sono in corso lavori di sistemazione.Dopo circa sette chilometri abbiamo parcheggiato su un lato del torrente Niceto, a valle della confluenza con il torrente Malroveto, e alle 9:25 abbiamo iniziato a risalire il torrente dentro l’alveo, in un tratto largo e completamente in secca, tipico di fine agosto. Il letto del torrente è costituito da ghiaia, grosse pietre e ciottoli chiari, con qualche piantina di oleandro selvatico che sta ricrescendo. Sullo sfondo la stretta della valle con le colline boscose dei Peloritani, qualche albero con le foglie già ingiallite dalla calura e, sulla destra, i terrazzamenti abbandonati con le canne. Il sole è forte, ma la giornata non è particolarmente calda, quindi si procede abbastanza tranquillamente. Sul lato sinistro si vedono spezzoni di tubazione di grosso diametro e grossi tratti di muro d’argine divelti dalla furia delle acque delle piene invernali. Superata una costruzione rurale sulla destra, leggermente sopraelevata, dopo una ventina di minuti abbiamo incrociato un fuoristrada con due passeggeri e, a una nostra domanda, ci hanno risposto che più a monte avremmo trovato l’acqua, anche se al momento non se ne vedeva traccia. Dopo alcune centinaia di metri sotto il sole, nell’alveo scoperto, abbiamo visto una pozza da cui defluisce una piccola vena d’acqua che si infiltra tra i ciottoli dopo una decina di metri. Risalendo, la portata cresce e il torrente scorre tra pioppi, platani, oleandri e altre essenze che forniscono una certa ombra che attutisce il calore. Alle 10:25, dopo un’ora di cammino, siamo arrivati in un tratto del torrente più largo. Sulla sinistra c’è una recinzione con all’interno una piccola costruzione chiusa e i resti di un rudere fatto con mattoni forati. Addossata alla rete c’è la carcassa di un’auto bianca, che fa sorgere spontanea la domanda di come sia arrivata fin lì, e fa presumere che negli anni passati ci fosse una strada che costeggiava il torrente. Si prosegue sul torrente, a volte al sole altre in tratti ombrosi, con l’acqua limpida che scorre tra i ciottoli chiari e i massi levigati. Le sponde sono a volte rocciose ed erose da un lato e ghiaiose dall’altro. Michele e Alberto indossano le scarpe da fiume e avanzano nell’acqua fresca facendo attenzione a non scivolare sulle pietre coperte di “lippo”. Chi si inoltra sulle rive deve guadare più volte il torrente, magari con l’aiuto di un bastone improvvisato, e trova una vegetazione fitta e verde, con diversi alberi e rami caduti da scavalcare. Si apprezza la frescura e la fatica leggera dell’escursione estiva. Alle 11:10, a circa tre chilometri dalla partenza, siamo arrivati all’incrocio con il torrente che scorre nel Vallone Lauro, a destra. Qui spira una gradevolissima brezza, proveniente da tre direzioni, e Michele ne trae ispirazione per battezzare l’escursione odierna “Delle tre sciangazze”.Proviamo intensamente la sensazione di immersione nella natura: vegetazione rigogliosa, rumore di acqua che scorre, argini impervi, il leggero frusciare delle foglie, le farfalle e ,soprattutto, niente, a vista d’occhio, di costruito dall’uomo, solo natura!Proseguendo a sinistra sul torrente principale per circa cinquanta metri, si cominciano a trovare delle conche con delle bellissime cascatelle dove ci siamo immersi per un bagno ristoratore. Da qui in avanti è sempre più difficile avanzare. Antonella e Alberto si sono spinti un po’ più a monte, ma bisogna scavalcare enormi massi perché non è possibile camminare in acqua. Da questo punto, per arrivare all’area attrezzata di Ghiuppo, che , dalla traccia su Komoot , sembra distare circa due chilometri, bisognerebbe affrontare una serie di passaggi difficili. Sarebbe opportuna una pre-escursione, da fare in poche persone, partendo da monte e scendendo fino a qui. Qualcuno accusa un po’ di stanchezza e l’ora è abbastanza avanzata per proseguire, per cui alle 11:55 abbiamo ripreso la via del ritorno e, dopo poco più di mezz’ora, alle 12:30 siamo arrivati nuovamente allo spiazzo recintato. La discesa è stata più semplice e veloce perché abbiamo potuto scegliere i percorsi più comodi.Arrivati al torrente Liaruso, lo abbiamo risalito per un centinaio di metri fino a raggiungere una sorgente, poco più a valle dell’area attrezzata distrutta da una piena, dove abbiamo riempito le borracce. Alle 13:40 siamo arrivati alle macchine e da qui, per tornare verso la costa, abbiamo seguito lo sterrato che costeggia il torrente. Lunghezza complessiva del percorso: 6,4 chilometri.Piacevole escursione in ottima compagnia, affrontata con ottimismo nonostante le previsioni contrarie sulla possibilità di trovare acqua
Trekking notturno del 28 agosto 2026
Trekking notturno del 28 agosto 2026, luna piena dello Storione. Appuntamento alle 20:00 all’Immacolata. Presenti i soci Francesco Pagano, Manuela Scarcella, Paolo Bossa, Giuseppe Spanò Salvatore Trimarchi, Alberto Borgia e i non soci Marco Messina e Maria Carmela Furci. Formazione degli equipaggi e partenza. Alle 20:45 siamo arrivati ai ripetitori che ci sono all’inizio della Dorsale dei Peloritani e ci siamo incontrati con Maurizio Giardina, Elena Serban, Gian Privitera, Filippo Cavallaro, Matteo Lorefice, Franco Mastroeni e Angela Mangano. Alle 21:00 ci siamo avviati, in ordine sparso, sulla sterrata in leggera discesa. La temperatura è molto alta, 30 gradi, inusuale a questa altezza, e non si gode il refrigerio del fresco rispetto alla città. Nonostante la foschia, anche stasera la vista dello Stretto illuminato è eccezionale: Capo Peloro con il Pilone, la Falce del porto, la costa calabra fino a Capo dell’Armi e la luna alta sul mare. la Luna dello Storione era quella che identificava il periodo dell’anno in cui la pesca degli storioni nelle zone dei Grandi Laghi e del lago Champlain era particolarmente attiva. Per le comunità che vivevano intorno ai grandi bacini d’acqua nordamericani lo storione rappresentava un’importante risorsa alimentare di cui si faceva provvista per i mesi invernali. La luna piena si riflette sul mare e illumina la strada, tanto che le torce non servono. Il serpentone avanza lentamente, a gruppetti o singolarmente, chiacchierando del più e del meno o restando assorti nei propri pensieri Dopo un’ultima salita siamo arrivati a Puntale Bandiera, a 3,5 km dalle macchine e siamo entrati nell’area recintata aprendo il cancello, anche stanotte chiuso solo con un passetto, ma senza lucchetto. Ci godiamo il panorama, nonostante la presenza delle inferriate, e decidiamo di fermarci a cenare perché abbiamo visto che il tavolo di case Maressa è occupato da una mezza dozzina di escursionisti. Seduti sul massetto in cemento ascoltiamo Filippo che ci parla del legame che c’è tra la luna, il mare e gli alcolici. Si tratta della canzone in siciliano “c’è la luna mmenz o mare”. Considerata della tradizione siciliana e che invece con qualche riferimento al melodramma ottocentesco risale a circa 100 anni fa ai siciliani di New York. C’era il proibizionismo ma di nascosto si suonava e si beveva. Filippo canta delle strofe della versione antica americana con un finale in cui la mamma trova un bravo ragazzo da fare maritare. A fine cena ci sdraiamo a guardare la luna e ascoltare i rumori del luogo, tra cui quelli di alcune moto da cross che si muovono nel buio della notte. Prima di partire Filippo offre rum e zuccarata che a molti ricorda i sapori dell’infanzia, prima della diffusione dei biscotti prodotti industrialmente. Dopo una lunga sosta,alle 23:30, riprendiamo la marcia sulla via del ritorno, adesso la luna non è coperta dal velo che la rendeva arancione, la sua luce è più chiara e riflette sul terreno sterrato le nostre ombre. Procediamo come all’andata, ognuno con il proprio passo, fermandoci ad apprezzare i fuochi di artificio sulla costa i cui rumori arrivano attutiti e, a partire dalle 00:30, raggiungiamo le macchine e torniamo in città. Percorso complessivo di poco meno di 8 chilometri.
Preescursione del 16 agosto 2026
Preescursione a Pizzo Chiarino-Ziriò del 16 agosto 2026. Appuntamento alle 8,00 all’Immacolata. Presenti : Sebastiano Occhino, Maria Rita De Leo ( new entry) Salvatore Trimarchi ( new entry) ,Alberto Borgia. Alle 8,30 siamo arrivati al parcheggio di Pizzo Chiarino dove la temperatura è molto più bassa di quella della città, tanto da fare apprezzare, da fermi, la felpa. Alle 9,00 ci hanno raggiunti Francesco Pagano, suo figlio Riccardo con la compagna peruviana e i loro due cani. Alle 9,05 ci siamo incamminati sul sentiero Pizzo Chiarino-Forte Campone, la vecchia strada militare, all’interno del fitto bosco di castagni ed altre essenze. La strada è tutta in discesa e comoda, dopo un tratto rettilineo si snoda in una serie di tornanti, con pendenza contenuta, tra il 5 e il 9% e si cammina quasi sempre all’ombra della vegetazione che attenua la calura del sole. Dopo 2,6 chilometri dalla partenza abbiamo lasciato il sentiero principale e abbiamo imboccato la strada a sinistra, in corrispondenza di una curva, identificabile per la presenza di due pilastrini e una catena ( a terra) che delimitano la pista di servizio della Forestale che arriva a Ziriò. Si prosegue quasi in pianura, con bella vista panoramica sul Tirreno e Capo Milazzo, ma alle 10,35 dopo 1,7 chilometri su questa strada, superato il vallone Rigulà, e a qualche centinaio di metri da una sorgente, non è stato possibile proseguire perché è interrotta da un tratto del costone franato. Non abbiamo voluto rischiare per cui siamo tornati indietro sullo stesso percorso senza poter chiudere il circuito previsto. Ritorno a passo tranquillo, in salita per più di due chilometri. Arrivo alle macchine alle 12,10 e in città intorno alle 12,50. Percorso complessivo di circa nove chilometri
Preescursione del 9 agosto 2026
Preescursione del 9 agosto 2026 sull’Etna.Anello da rifugio Case Pirao a rifugio Monte Spagnolo, rifugio Saletti. Alle 7,15 Sebastiano Occhino si è incontrato con Alberto Borgia ed insieme hanno proseguito verso sud per imbarcare Elena Serban e Gian Privitera. Viaggio tranquillo, poco traffico in autostrada, siamo usciti a Fiumefreddo e alle 8,20 siamo arrivati a Linguaglossa dove ci siamo fermati per prendere un caffè al solito bar in piazza e acquistare peperoni,frutta e pane nelle vicinanze. Da Linguaglossa abbiamo preso la strada in direzione Piano Provenzana e al bivio per Randazzo ci siamo immessi a destra sulla provinciale Etna Settentrionale. A 12 chilometri dal bivio l’abbiamo lasciata per seguire la Strada Provinciale “Quota Mille” che sale a sinistra e dopo venti minuti, alle 9,10,abbiamo parcheggiato all’ingresso del demanio Pirao Case Pirao. A fianco del parcheggio ci sono molti alberi di ciliegio e varrebbe la pena tornare nella stagione primaverile per raccogliere i frutti. Il posto è molto bello, pulito e ben curato con staccionate rifatte da poco, tavoli e panche per pic-nic. Alle 9,20 ci siamo messi in marcia, ma prima di iniziare l’escursione abbiamo fatto una breve deviazione per andare al vicino Rifugio Forestale Case Pirao (1139 mslm) situato tra le colate del 1981 e quella del 1614. È costituito da due edifici costruiti nel corso del 1800 e adibiti a masseria, poi dalla fine degli anni ’80 a rifugio per escursionisti e deposito. All’interno c’erano due operai della forestale che stavano facendo colazione a cui abbiamo chiesto informazioni su chi contattare per chiedere eventuali autorizzazioni per l’uso del rifugio che si presenta comodo e funzionale. La giornata è splendida, non c’è nessuno in giro e il silenzio è rotto solo dal brontolio della Montagna che in questi giorni ha ripreso ad eruttare. La temperatura è gradevole, molto inferiore a quella che abbiamo lasciato in città, dove da alcuni giorni si boccheggia per il caldo e l’afa asfissiante, e permette di camminare senza sudare eccessivamente. Tutta la zona è coperta da alberi di diverse essenze, tra cui diversi esemplari di quercia rossa americana, una specie non autoctona, dai colori smaglianti che si stagliano contro il cielo azzurro e senza nuvole tranne che in cima all’Etna . Seguendo i cartelli del CAI abbiamo preso la strada, inizialmente in leggera salita, sul sentiero 717 in direzione Pista Altomontana Est, Rifugio Spagnolo. Alle nove e cinquanta siamo arrivati ad un bivio che a destra conduce ai monticelli di Monte Piluso e a sinistra prosegue verso il rifugio di monte Spagnolo, distante quattro chilometri e trecento metri. Ls strada che percorriamo è larga e comoda, sempre in salita, con qualche rampa che raggiunge una pendenza del 13%. Si snoda in mezzo ad alberi di varia natura ,tra cui castagni,noci, querce, alte betulle frammiste a folti cespugli di ginestre. Il fondo è compatto e , in certi tratti , anche lastricato; su un lato c’è una canaletta per il deflusso delle acque piovane e muretti a secco realizzati a regola d’arte. Alle 10,25 siamo arrivati alla colata lavica del 1981 un impressionante ed inarrestabile fiume di roccia con qualche dagala, formata quando la lava si è divisa in più bracci, circondando pezzi di terreno che sono rimasti intatti, a testimonianza della potenza della natura. La lava è ancora completamente priva di vegetazione, solo i licheni cominciano a crescere , e sembra una enorme cicatrice che taglia nettamente i boschi ai lati. Gian ci parla di questa eruzione, spesso definita “l’eruzione di Randazzo”. Ebbe inizio il 17 marzo 1981 con l’apertura di varie fratture sul versante settentrionale etneo in prossimità dei monti Due Pizzi, ad una quota tra i 2625 e i 2450 m slm. Proruppero fontane di lava con brevi colate ed esplosioni causate dal contatto tra la neve e il magma incandescente. Di ora in ora si aprirono ulteriori fratture, prima nella zona della Grotta del Gelo (quota 2040 m slm), dopo sempre più in basso in direzione di Randazzo e già in serata erano giunte a quota 1450; da quest’ultima quota venne alimentata, con una portata di circa 500 mc/sec, una colata lavica molto consistente e fluida che avanzò velocemente verso nord minacciando il piccolo centro abitato di Montelaguardia che fu evacuato. Questa colata lavica, giunta intorno a quota 750 m slm, tra Randazzo e Montelaguardia, rallentò la sua corsa ma avanzando con un fronte di circa 600 metri distrusse case di campagna e coltivazioni, vigneti e opifici vinicoli. Durante la notte e poco prima dell’alba di giorno 18 tagliò il binario della Circumetnea Randazzo-Riposto e poco dopo quello delle Ferrovie dello Stato Randazzo-Taormina, oltre a seppellire sotto una coltre spessa circa cinque metri anche la S.S.120 Randazzo-Fiumefreddo, la strada Provinciale n. 89 Randazzo-Castiglione di Sicilia e altre strade comunali e poderali. Nella mattinata del 18 marzo le fratture eruttive erano giunte a quota 1380 da cui sgorgarono nuove colate che puntavano direttamente su Randazzo. Anche qui un’area boschiva venne invasa e distrutta; furono travolti faggi centenari, poi verso il basso, querce, castagni, pioppi, ginestre e strutture e infrastrutture rurali Durante la tarda serata di giorno 18 le fratture eruttive continuarono ad aprirsi sempre più in basso, fino a quota 1250 e 1115, ma con emissione di lava sempre più debole fino al 23 marzo quando cessò completamente. Il fronte lavico alimentato da questa ultima frattura e che minacciava direttamente Randazzo, si arrestò in contrada Sciarone, a quota 925 m slm, ad una distanza di 1800 metri dalla periferia Sud dell’abitato. La colata lavica infine, dopo aver percorso 7,5 km, raggiunse l’alveo del fiume Alcantara fermandosi a quota 605 m slm. Il volume di lava emessa è stato stimato intorno a 30 milioni di metri cubi di cui 20 emessi nelle prime 24 ore. Dopo un’ora e venti minuti dalla partenza siamo arrivati ad un bivio: a destra si va verso la casermetta di Monte Spagnolo, distante quaranta minuti, al rifugio di Montescavo a tre ore e trenta e a Piano Vetore a sette ore e trenta; a sinistra verso il rifugio
Trekking notturno del 30 luglio 2026
Trekking notturno sulla Dorsale dei Peloritani nella notte della luna del Cervo 30 luglio 2026. Appuntamento alle 20,00 all’Immacolata. Presenti i soci: Sebastiano Occhino, Caterina Trovatello, Ciccio Briguglio, Filippo Cavallaro, Carmelo Geraci, Stefania Davì, Alberto Arena, Maurizio Inglese, Teresa Freni, Teresa Vadalà, Milena Zaffino, Giuseppe Finanze, Carmelo Sigillo, Giovanni Barbaro, Alberto Borgia e i non soci Santino Greco, Luisa Scaiola,Nunzio Calabrò, Anna ???,Gabri Guarino,Nino Mantineo, Francesco Rubino, Loredana Rubino e altri quattro. Formazione degli equipaggi e partenza. Arrivo all’inizio della Dorsale dei Peloritani alle 20,45. Qui ci siamo incontrati con Maurizio Giardina, Elena Serban, Francesco Pagano, Antonella Rotondo, Santino Cannavò, Chiara Cannavò, Franco Mastroeni, Angela Mangano Alle 21,00 circa il gruppo , dopo qualche sollecitazione, si è incamminato lentamente in ordine sparso sulla sterrata in leggera discesa. La serata è piacevolissima, la temperatura, molto inferiore a quella della città, dà una gradevole sensazione di frescura che consiglia di indossare una felpa. La vista da quassù è eccezionale, si vede sotto di noi lo splendido Stretto illuminato, Capo Peloro , con il Pilone , la città intera con la Falce del porto, le montagne della Calabria fino a capo dell’Arme con i paesi della costa e la meravigliosa luna che sta sorgendo sul mare. Dopo qualche centinaio di metri ci siamo fermati e Filippo ha parlato della Luna del Cervo , nome tradizionale attribuito alla luna piena di Luglio (che è stata ieri notte) che deriva dalle antiche tradizioni dei nativi americani (in particolare delle tribù Algonchine), che legavano i nomi dei pleniluni ai cicli della natura e degli animali. In questo periodo estivo, ai cervi maschi iniziano a spuntare e riformarsi le corna (chiamate palchi) dopo averle perse durante l’inverno. La crescita di queste grandi strutture ossee simboleggia la massima vitalità e vigore della fauna selvatica nei mesi caldi e rappresenta la capacità umana di superare le difficoltà, rigenerarsi e maturare. Filippo ha invitato tutti a riempire di acqua un contenitore di vetro da esporre durante la marcia alla luce dei raggi della luna in modo da assorbirne l’energia e berla successivamente al momento della cena per lasciare andare il passato, accogliere i nuovi inizi e trovare determinazione verso il cambiamento personale. Alla ripresa del cammino Santino ha contato ben trentasei partecipanti, una dozzina in più rispetto a quelli che si erano segnati sul sondaggio. Inevitabilmente le dimensioni del gruppo limitano, per certi versi, determinate attività e in particolare la velocità della marcia risulta abbastanza bassa. Ma una volta abituati ai ritmi non si può fare altro che apprezzare la bellezza e l’unicità dei posti. Noi probabilmente, anzi sicuramente, non ci rendiamo conto della bellezza dei luoghi che ci circondano in una notte come questa. La luna quasi piena si riflette in mare e con la sua lucentezza illumina la strada tanto che non ci sarebbe neanche bisogno di utilizzare le torce elettriche. Avere la possibilità di bearsi dell’immensità dello stretto, con le luci dai cento colori sulle montagne e sul mare, con le stelle sopra di noi, le ombre che si proiettano sulla strada è emozionante. Come spesso accade chi vede quotidianamente tanta bellezza non riesce a valutarla ed apprezzarla pienamente ,a differenza di chi stanotte è qui per la prima volta e si stupisce della fortuna che abbiamo noi che viviamo in questo territorio. Il lungo serpentone dei camminatori si allunga punteggiato dalle luci frontali. Camminiamo lentamente, ognuno secondo le proprie capacità, scambiandoci impressioni, sensazioni, ricordi , emozioni o semplici esperienze. Come sempre i gruppetti si formano e si disfano con la massima libertà e spontaneità, per il piacere di stare insieme o in base agli argomenti di cui si parla. Ad un certo punto, in lontananza, vediamo un puntino rosso: è l’Etna che ha ripreso la sua attività eruttiva con esplosioni di tipo stromboliano che scaglia in alto la lava come lame di luce che si stagliano nel buio del cielo , offrendo un altro spettacolo affascinante e unico. Da tutte le parti del mondo vengono a fotografare queste spettacolari eruzioni che noi diamo per scontate, senza renderci conto che un vulcano attivo vicino a una città, a due passi dal mare, è una risorsa incomparabile che bisognerebbe apprezzare e valorizzare adeguatamente. Finalmente, dopo un’ultima salita, alle 22,30 siamo arrivati a puntale Bandiera ,distante circa 3,5 chilometri dalle macchine, e abbiamo avuto una amara sorpresa. Abbiamo constatato che sono stati fatti dei discutibili ed incomprensibili lavori, consistenti nella recinzione di tutta l’area con pannelli di lamiera grigliata alti due metri e un cancello, stasera fortunatamente aperto. Il vecchio steccato in legno, che permetteva di appoggiarsi e visionare a 360 gradi il magnifico panorama che va da Capo Milazzo da una parte allo stretto di Messina dall’altro è rimasto all’esterno di questo perimetro. Inoltre all’interno dell’area, dove c’era soltanto la torretta della forestale, hanno fatto una gettata di cemento di una quarantina di metri quadrati di superficie e sopra è stato posizionato un box prefabbricato. Nonostante la.delusione ,abbiamo comunque dedicato qualche minuto per apprezzare la bellezza del panorama. Tornati indietro per un breve tratto, alle 23, 00 circa siamo arrivati al rifugio Case Maressa dove ci siamo fermati per cenare. Durante l’incontro che si era tenuto il 7 novembre dello scorso anno alla chiesa di Santa Maria Alemanna, i dirigenti della Forestale avevano riferito che erano in corso i lavori di recupero e di ripristino del rifugio,ma in effetti non è così e tutto verso una situazione di abbandono. L’unica cosa nuova realizzata è una scala in legno per il superamento della recinzione che permette di accedere allo spiazzo antistante le costruzioni. Al tavolo fisso si sono sedute venticinque persone circa, mentre gli altri hanno preso posto ad un altro tavolo portato fuori da una delle stanze del rifugio. La cena è stata consumata, come sempre, in spirito conviviale, con la condivisione di vino, salamini, caffè etc., tra i commensali. Nel tavolo di Filippo chi aveva esposto la boccia con l’acqua ai raggi della luna, l’ha bevuta. Intorno alle 23,30 abbiamo ripreso la marcia con tutta tranquillità, alle 00,50 siamo arrivati
Preescursione da Postoleoni a Furci del 1 febbraio 2026
Preescursione del 1 febbraio 2026Appuntamento alla chiesa di San Michele. Presenti della Recolapesce Marcella De Francesco, Giovanni Barbaro, Alberto Borgia, di Greenstone Nino Greco, Amedeo De Francisci, Anna Ranno Giuliana Sturniolo . Sulla macchina di Nino sono saliti Amedeo e Alberto mentre Marcella, Anna e Giuliana hanno formato l’equipaggio di Giovanni. Usciti a Tremestieri all’On the run abbiamo preso a bordo Carmen?Viaggio sotto un cielo plumbeo, con nuvole basse e frequenti scrosci di pioggia.Uscita allo svincolo di Taormina nord e prosecuzione verso Letoianni dove abbiamo imboccato la SP per Mongiuffi Melia. Appena superata la galleria artificiale di Postoleoni abbiamo parcheggiato le macchine a distanza di un centinaio di metri l’una dall’altra. La pioggia, che a giudicare dagli abbondanti rivoli d’acqua ancora presenti sulla strada , era da poco cessata, incombeva sulle montagne sopra Mongiuffi.Breve consultazione tra Nino e Giovanni su quale percorso intraprendere.Scartata l’ipotesi di imboccare il sentiero a sinistra che arriva,dopo vari saliscendi, a Monte Veneretta per poi proseguire verso Taormina, abbiamo imboccato, alle 10,05, il sentiero 176 a destra che risale lungo il fianco della montagna.A valle si sente il rumore del fiume ingrossato che scende veloce tra le rocce della profonda gola. Superata una chiudenda ,dopo una decina di minuti, ha ripreso a piovere. Ad un certo punto la strada si perde e abbiamo iniziato un tratto fuori pista risalendo sulle rasole fino ad arrivare ad un oliveto con gli alberi potati da poco e il terreno spianato da una grossa macchina cingolata che, evidentemente era arrivata percorrendo un’altra strada che abbiamo raggiunto dopo circa mezz’ora. Continuando, sempre in salita, abbiamo visto, sulla parete opposta, il campo di calcio e, più a monte, il paese di Melia.Alle 11,02, siamo arrivati in cima alla sella dove ci sono due strade, abbiamo imboccato quella di sinistra ,con il fondo asfaltato, che si mantiene orizzontale per un centinaio e alle 11,08 abbiamo scorto dall’alto le prime case del paesello di Gallodoro, che si dispiega a forma di cavea di teatro, con le abitazionii addossate l’una all’altra, tra scorci suggestivi e molto belli.Alle 11,15, dopo aver superato un’area recintata con all’interno due grossi serbatoi di GPL, abbiamo intercettato la strada che ,a sinistra, conduce al vicino cimitero e prosegue verso la montagna ( sentiero 177), e attraversatala, siamo entrati in paese scendendo per una scalinata che porta verso il centro , inebriati dall’odore di pane appena sfornato, ma non ancora in vendita. Dopo meno di dieci minuti, a destra e poco più in alto della sede stradale, ci siamo imbattuti nei resti di un antico palmento rupestre scavato nella roccia arenaria, recentemente restaurato dall’amministrazione comunale.Palmenti di questo tipo erano utilizzati da diversi nuclei familiari per la pigiatura dell’uva prodotta nei vigneti della zona e nell’antichità si ricavava il Tauromenitanum, il vino degli Dei.Dopo cinque minuti siamo arrivati al bivio con i cartelli stradali che, a destra, indicano l’uscita dal paese e la direzione per Letoianni sulla SS114 e dritto il ristorante Le pietre.Sul lato sinistro,addossato al muro di contenimento, un altro cartello indica il punto di decollo con i parapendio.Nel frattempo anche la debole pioviggine che ci aveva lasciato solo a tratti sembrava cessata e un debole raggio di sole, filtrato dalle nuvole, illuminava il promontorio di capo Taormina facendo luccicare il mare antintante.Dopo un centinaio di metri, in contrada Mitta, alle 11,35, abbiamo incontrato un anziano signore,uno dei trecento abitanti del borgo, a cui abbiamo chiesto informazioni su un sentiero, noto a Nino, che, arrampicandosi a sinistra della strada sul fianco della montagna , partendo vicino al fabbricato in cui teneva gli attrezzi agricoli e le galline, ci avrebbe permesso di risparmiare alcuni chilometri di cammino, ma la sua risposta ci ha scoraggiati perché, a suo dire, il sentiero, dopo poche decine di metri non sarebbe stato praticabile a causa dei rovi che lo hanno invaso.Il simpatico e disponibile indigeno che, per passatempo, stava facendo dei lavori nella sua proprietà dove razzolavano diverse galline guardate a vista da un impettito gallo, ha insistito per regalarci una discreta quantità di mandarini raccolti al momento da un suo albero, parte dei quali abbiamo diviso e consumato procedendo sulla strada.Dopo una ventina di minuti la pioggia ha ripreso a cadere abbondante, accompagnata da forti raffiche di vento e quando, alle 12,16, siamo arrivati alla fine della strada asfaltata e al punto di decollo intitolato ad Angelo D’Arrigo, si era trasformata in nevischio.Da questo punto si gode, nelle belle giornate, una vista spettacolare di tutta la costa e del mare,e anche oggi, nonostante il tempo pessimo e la scarsa visibilità, il cuore ti si allarga provando una sensazione di immensità. Poco più avanti ci siamo riparati per una decina di minuti sotto una sporgenza di un edificio al lato della strada per poi proseguire.Nonostante il tempo inclemente si apprezzano gli splendidi panorami, con i pendii coltivati, il paesello di Gallodoro, il massiccio monte Kalfa con il santuario della Madonna dell’Aiuto e a est il mare Ionio e la costa a sud di capo Taormina e l’Etna nascosta quasi completamente dalle nuvole. Continuando , sotto piovaschi e schiarite, dopo circa trenta minuti siamo arrivati all’altezza di Serro Sant’Anna , a destra rispetto alla strada ( sentiero 190), dove si incontrano singolari e imponenti formazioni rocciose monolitiche di arenaria molto belle da vedere. Alle 13,20, ad una curva all’interno del bosco di querce, siamo arrivati ad un enorme masso pieno di cavità che ricorda molto un teschio umano, con accanto un grande albero che sembra essere piantato nella roccia. Continuando in discesa si supera, a sinistra, un cancello chiuso, con un cartello di attenti al cane, che delimita una proprietà con dentro una casa ed altri edifici. Abbiamo proseguito in discesa in contrada Ramulia fino a quando, alle 13,50, Giovanni si è accorto di avere sbagliato direzione perché, andando ancora avanti, ci saremmo trovati sul sentiero 177 che arriva a Gallodoro passando accanto al cimitero del paese.Tornati indietro per alcune centinaia di metri ,all’altezza del cancello della proprietà sopra detta , abbiamo imboccato la strada a
Battuta di pesca sulla feluca del 6 luglio 2025
Battuta di pesca sulla feluca del 6 luglio 2025Appuntamento al Boccetta alle 8,15.Presenti: Mario Sibilla,Carmelo Geraci, Antonio Zampaglione, Flavia De Carlo, Franca Esposito, Nino Paratore, Alberto Borgia.Trasferimento al lido Barracuda dove ci siamo incontrati con Manuela Scarcella. Dopo aver chiamato telefonicamente il Comandante della feluca, alle 9,00 è arrivata la lancia di servizio condotta dal simpatico Salvatore, soprannominato Cocò che, in due viaggi ci ha portati a bordo della feluca “Simone” che porta il nome del padre dei due fratelli Arena, conosciuti in tutta la provincia come “Pidazzi” per le notevoli dimensioni della pianta dei piedi. La pesca era praticata dal nonno, poi dal padre e infine dai quattro fratelli che hanno superato tutti gli 80 anni. Solo Nino e Franco vanno ancora per mare perchè gli altri due più grandi hanno problemi di salute.L’imbarcazione è una delle più vecchie dello Stretto essendo stata costruita più di cinquanta anni fa, nel 1973 ,in un cantiere di Scilla ed è una delle più grandi con una lunghezza dello scafo di 22m una larghezza di 6 m e un peso di 32 tonnellate , Salendo a bordo le prime impressioni sono date dalla ordinata e complessa ragnatela di cavi in acciaio formata da sartie, stralli e tiranti sapientemente disposti e tensionati, che uniscono allo scafo e sostengono l’antenna , alta 35 metri, e la passerella lunga 45 metri, dall’ordine che regna in coperta , dove ogni cosa ha il suo posto e dal comportamento dell’equipaggio che ci accoglie con cordiale disponibilità. Un telo frangisole e quattro sedili posti a proravia della tuga permettono ai passeggeri un piacevole soggiorno rinfrescati dalla brezza costante che non fa soffrire la calura altrove soffocante. Fatte le presentazioni incominciamo a gironzolare facendo foto di tutto quello che ci appare nuovo e interessante e chiedendo informazioni. Franco Arena , nonostante l’età avanzata e diversi acciacchi che gli impediscono di agire come faceva fino a poco tempo addietro, sta sul ponte e coadiuva attivamente gli altri membri dell’equipaggio mentre il fratello Nino, nella coffa in cima all’antenna, governa l’imbarcazione e , insieme ad altre due vedette, avvista le prede e conduce la feluca in modo che “u lanzaturi ” , all’estremità della passerella, possa scagliare la fiocina.Anche se si naviga a meno di mezzo miglio dalla costa piena di lidi, ombrelloni, barche da diporto e turisti a bordo sembra di vivere in un’altra dimensione. Le feluche che attualmente navigano nello Stretto sono 12, 10 siciliane e due calabresi e hanno sempre più difficoltà perché la pesca è snervante, monotona, quasi sempre sotto il sole, aspettando di avvistare la preda per colpirla e tante volte non proficua.Le barche girano in tondo in una delle “poste ” sulla costa siciliana che , da sud a nord si chiamano Fontana, Petto, Tarea , Itara, Bedda, Nastro, Canale, Palazzo, Punta.Nelle poste calabresi si pesca nel mese di maggio, verso le isole si pesca a maggio- giugno tempo permettendo e quando le barche sono fuori posta.Le poste sono valide dal 1 giugno al 31 agosto e vengono estratte a sorte. Ogni barca ogni giorno occupa una posta e si sposta il giorno successivo in quella adiacente. Da stamattina la “Simone” naviga nella Itara, a Fiumara Guardia.Franco ci dice che da quattro giorni non prendono niente, nessuno vuole fare questo lavoro e probabilmente tutto finirà con questa generazione. Non c’è nessun aiuto da parte dei politici, né a livello locale, perché non sono stati capaci di realizzare un porticciolo riparato per le imbarcazioni, né da quelli regionali o nazionali che hanno fatto solo promesse in periodo elettorale. Restano i controlli, sempre più stringenti, le limitazioni, la burocrazia asfissiante, le ingenti spese fisse per il combustibile, considerato che i due motori Scania, da 250 cv cad. consumano 3000 litri di gasolio ogni settimana.Alberto ha raggiunto all’estremità della passerella il lanzatore, Pasquale, imbarcato sulle navi traghetto, che porta un cappellino con la visiera e sulla stanghetta di destra degli occhiali fotocromatici una carta da gioco con il cavallo di spade e su quella di sinistra un due di spade e ha cominciato a chiacchierare con lui ma a un certo punto la conversazione si è interrotta: senza nessuna agitazione, ma solo con una frase a voce più alta, il timoniere ha comunicato al lanzatore di prepararsi e contemporaneamente ha aumentato la velocità per posizionarsi sopra la preda e nello spazio di mezzo minuto il pesce è stato arpionato senza scampo.Immediatamente ogni membro dell’equipaggio, con un naturale coordinamento frutto di lunga esperienza e senza neanche parlare ha raggiunto il proprio posto: la lancia, messa subito a mare con sopra le cassette con la lunghissima sagola collegata alla fiocina e due persone si è allontanata permettendo alla feluca di riprendere subito la caccia mentre il lanzatore ha messo ordine sulla passerella sistemando una nuova fiocina.Dopo pochi minuti il lanzatore, ad un ordine dall’alto è corso nuovamente sulla passerella e ha arpionato un altro pesce.Dal momento che la lancia era ancora in mare hanno collegato alla sagola dei grossi gavitelli che impediscono al pesce di inabissarsi e lo stancano fino alla morte. Alle 10,12 la lancia è tornata alla feluca e la preda è stata issata a bordo. Come ci aveva spiegato precedentemente Franco, la spada, molto tagliente, viene ricoperta con un sacco di iuta e presa da un marinaio mentre un altro passa un cappio nella coda e i due spostano il pesce in modo da inserire la spada nello spazio tra la falchetta ed il ponte rendendolo inoffensivo.A questo punto si fa la rituale “cardata da cruci” graffiando con le unghie la guancia del pesce spada, gesto scaramantico e “marchio” di garanzia di tutti gli esemplari pescati nel nostro Stretto.Contemporaneamente si procede all’estrazione degli arpioni conficcati nelle carni e questa operazione è senz’altro la più cruenta e impressionante di tutta la caccia perché occorre prima spingere uno o più arpioni fuori dal corpo, aiutandosi , se necessario, con un paletto di ferro battuto con una mazzotta o con una pinza e poi , ripiegate le alette e bloccate
Preescursione a Rocca Timogna del 9 maggio 2026
Preescursione a Rocca Timogna del 9 maggio 2026Appuntamento con Tonino Seminerio alle 7,50 Imboccata l’autostrada siamo usciti a Villafranca alle 8,10 per prendere Gino Biundo e poi abbiamo proseguito per Milazzo dove ci siamo incontrati con Giovanni Barbaro, Marcella De Francesco , Anna Ranno e Giuliana Sturniolo di Greenstone.Risalita del torrente Mela per una quindicina di chilometri (dopo aver sbagliato strada ).Alle 10,00 abbiamo parcheggiate le macchine in un piccolo slargo prima di un guado e alle 10,05 ci siamo messi in cammino. Nella prima parte si deve attraversare più volte il torrente superando cinque guadi abbastanza profondi che rallentano notevolmente l’avanzamento. Alle 11,17 abbiamo superato la sbarra verde sul lato destro del torrente e abbiamo imboccato la pista forestale di servizio nel bacino montano del Mela, agro di Santa Lucia del Mela.Dopo cinque minuti siamo arrivati alla fontana Pomara, edificata nel mese di settembre dello scorso anno e alle 11,48 abbiamo raggiunto il Rifugio Pomara. Il luogo è pulito e ben tenuto , oltre all’edificio in muratura ( chiuso) c’è un pagliaio, una fontana artistica, una fontanella per riempire le borracce e dei bagni utilizzabili.Ci sono anche alcune tettoie dove si può trovare copertura in caso di pioggia. Ai tavoli sotto una di queste stava pranzando un numeroso gruppo di operai della Forestale, al lavoro perché oggi non è giorno festivo.Abbiamo chiesto a chi si dovrebbe chiedere il permesso per utilizzare il rifugio ed hanno risposto che il referente è Dell’Acqua. Qui abbiamo incontrato due ragazzi in bici diretti anche loro a rocca Timogna. Dopo una decina di minuti abbiamo ripreso il cammino, la strada, che si snoda nel bosco, sale a tornanti con pendenza costante e dopo circa mezz’ora, alle 12,36, siamo arrivati ad un quadrivio dove ci siamo fermati in attesa di ricompattare il gruppo. La strada a destra conduce a Pizzo Babaschi, quella al centro si interrompe nel bosco e quella a sinistra, in salita e che abbiamo seguito, arriva a Rocca Timogna.Alle 13,04, tra gli alberi, si giunge in un punto dal quale si vede il mare e, dopo qualche minuto, appare il caratteristico monolite della Rocca. Proseguendo senza difficoltà, alle 13,29, siamo arrivati ad una fontana, in prossimità di un tubo che riempie due vasche da bagno. Anche qui ci siamo fermati qualche minuto per aspettare chi era rimasto indietro e alle 13,35 ad una curva, abbiamo superato una stazione della rete metereologica regionale. Con un ultimo sforzo, alle13,43 siamo arrivati sullacima di Rocca Timogna (1.127 m).Il monolite è costituito da arenarie e conglomerati del Flysch di Capo d’Orlando e assume la suggestiva fisionomia di un gorilla/scimpanzè.Il toponimo “Timogna” secondo alcuni studiosi deriverebbe dal greco “Themonia o Thimonia”, che significa “cumulo” (o “mucchio”, “gran quantità”, “massa”), etimologia che si adatta alla geomorfologia dei luoghi; secondo altri potrebbe risalire al termine greco “Témenos o Témeneos”, che significa “tempio, santuario, bosco o luogo sacro”, significati associabili a una possibile frequentazione del sito in epoca antica.Gino,arrivato per primo, ha avuto la sgradita sorpresa di non trovare la targa del Progetto GliOttoMille che lui, insieme a Tonino e a Giovanni, aveva posizionato a fine estate dello scorso anno. Anche qui, come a Monte Poverello, hanno tolto la targa senza forzature, infatti si vede che la testa di due viti è stata fresata e le altre due sono state svitate e poi nuovamente avvitate. Resta la domanda su chi possa avere tolto le due targhe e ,soprattutto, per quale motivo. Dopo esserci fotografati indicando la posizione in cui c’era la targhetta, in modo da permettere a Francesco Pagano di fare un fotomontaggio, ci siamo fermati per circa 45 minuti per consumare il pranzo e riposare. Spostandosi dalla base della rocca per qualche centinaio di metri si arriva ad un punto panoramico che permette di vedere il mare, Colle del Re e tutte le splendide montagne circostanti. Alle 14,25 ci siamo incamminati sulla strada di ritorno, arrivati ad un bivio, invece di proseguire ed arrivare al quadrivio dove c’è la pista che conduce a Pizzo Babaschi, abbiamo preso la strada a sinistra in direzione di monte Finocchio. Tonino, che conduceva la marcia, ha seguito una traccia riportata sul libro Camminare i Peloritani che Pasquale D’Andrea aveva registrato qualche anno orsono. Nel primo tratto abbiamo camminato agevolmente, ma dopo qualche chilometro la strada diventa un sentiero che si perde tra la rigogliosa vegetazione spontanea.Invece di tornare al bivio abbiamo fatto diversi tentativi per trovare una traccia che portasse verso il fondo valle e, con qualche difficoltà, alla fine, Giovanni ha imboccato quella giusta. Poco dopo le 17,00 abbiamo incrociato una testuggine e qualche minuto dopo siamo arrivati a un’altra strada che conduce a Pizzo Babaschi.Superata una fontana dal’abbondante getto che si trova subito dopo un piccolo guado, abbiamo ripreso a salire su un tratto piuttosto ripido per quasi mezz’ora fino ad arrivare ad una strada a mezza costa che va verso sinistra e che abbiamo seguito. Alle 17,50 abbiamo superato una recinzione e poco dopo abbiamo scollinato imboccando una ripida discesa a tornanti che abbiamo percorso in circa quarantacinque minuti per arrivare sul torrente. Lungo la strada, alle 18,18 un corrispondenza di una curva,abbiamo incontrato una trappola con dentro una martora e Gino l’ha meritoriamente aperta permettendo alla bestiola di fuggire.Superato un ultimo guado, alle 18,50 siamo arrivati alle macchine e abbiamo fatto ritorno in città. Percorso complessivo registrato di circa 16 chilometri.
Festino di Santa Rosalia 2026
Come ogni anno anche questo 14 luglio abbiamo partecipato al Festino di Santa Rosalia a Palermo.Appuntamento alle14,00 al capolinea Sais di piazza Stazione. Siamo in quattro Filippo, Paolo, Antonio e Dino. Puntualmente alle 14.15 il pullman è partito con circa quaranta passeggeri ed alla fermata di Boccetta ne ha caricato un altra decina. Abbiamo viaggiato comodi nei sedili in fondo.Arrivati a Palermo Paolo aveva un appuntamento con un amico, mentre alla stazione ci siamo trovati con Ciccio e Francesca, amici che si sono avvicinati a noi a Paradiso in occasione degli incontri di poesia mensili dedicati a Maria Costa, che avrebbero seguito il festino con noi.Siamo andati al bar trattoria vicino a porta Felice dove ogni anno facciamo merenda con il gelato al gusto scorzanero e cannella. Una novità per Antonio, Dino, Francesca e Ciccio che hanno apprezzato il sapore inaspettato.Per andare al Foro Italico abbiamo attraversato la Kalsa e attraversato porta dei greci, antica porta della città normanna, per presentare il percorso che faremo,vdedicato a quello che non c’è a Palermo, prima di arrivare a porta Nuova.Siamo passati da porta Felice, porta non originale e falsa, visto che non ha architrave che la chiude superiormente, andati alla Chiesa di san Giorgio dei genovesi dove accanto arrivava il mare e si trovava una porta dedicata a san Giorgio della stessa tipologia di quella dei greci.Qui al ritrovamento delle ossa di santa rosalia quattro secoli fa si decise di demolirla e farne una dedicata a santa rosalia che in seguito fu demolita.Da qui abbiamo raggiunto porta carini, con le stesse caratteristiche di porta Felice, passando per il mercato del capo siamo arrivati in cattedrale, già transennata.Qui abbiamo incontrato Paolo e Filippa, la collega di Filippo che ogni anno si aggrega per il Festino. Chi non lo conosceva è entrato nel vicolo di fronte alla cattedrale dove c’è un trionfo di Santa Rosalia molto bello.Siamo poi andati a vedere il carro e quindi dopo un breve riposo seduti sul muretto abbiamo raggiunto piazza d’Orleans Testagrossa per cenare.Tornati sul Cassero siamo saliti a piano Palazzo dove ci siamo posizionati per aspettare lo spettacolo.Le scene che vengono proiettate sui normanni sono bellissime. È bello anche il messaggio di un popolo guerriero che in Sicilia impara la convivenza, l’arte e la pace.Da qui finito il primo spettacolo siamo scesi sul Cassero dietro il carro, grazie ad un varco riusciamo ad essere proprio accanto al carro.Arriviamo molto lentamente in cattedrale dove lo spettacolo non c’è modo di vederlo perché si svolge nel giardino della cattedrale a livello strada, per cui sia per la gente, che per il muro di recinzione, ed ancora per le siepi e le piante non si vede. Non c’è modo di sentirlo perché l’amplificazione è scadente. Pensiamo di poter vedere su uno schermo fino a quando un camioncino si è posizionato accanto a noi.Ha parlato anche il vescovo Lorefice anche lui con audio pessimo.Francesca e Ciccio sono stanchi e ci lasciano.Finito lo spettacolo che doveva riguardare la vita di Santa Rosalia su ritmi salentini (???), ho deciso di spostarci dalla calca e di anticipare il carro ai quattro canti.Già prima dell’incrocio è tutto bloccato dalle bandiere che ricordano Alessia una bambina tifosa del Palermo che è morta recentemente per un tumore Vista la situazione e che si è intrappolati nella ressa ipotizzo che forse è bene se ci spostiamo oltre i quattro canti passando dal comune.Incrociamo Rosario e Rosaria che sperano di vedere qualcosa incastrati in una impalcatura.Paolo ha un altro appuntamento ed in quattro Filippo Filippa Dino ed Antonio andiamo oltre l’incrocio con via maqueda.Quel pezzo del Cassero è incredibilmente meno affollato, le bandiere fanno tappo e rallentano l’arrivo del carro che ha quasi un’ora di ritardo.Abbiamo modo di commentare quanto sia stato bello il primo spettacolo e quanto sia stato brutto non poter vedere l’interpretazione di Santa Rosalia.Le bandiere continuano a fare da tappo anche per il servizio d’ordine ed i gonfaloni cittadini.Noi siamo comodi vediamo bene i due canti lato monte ed il carro si ferma appena giunto e non al centro dell’incrocio.Ancora audio pessimo mentre i fischi al sindaco si sentono benissimo.Decidiamo di andare a piazza marina per sedersi e riposare. Filippo e Filippa prendono un gelato. Antonio si è posizionato proprio alla porta.Ci raggiunge Paolo, arriva il carro e comincia su porta Felice uno spettacolo di droni sempre su immagini normanne. Molto delicato e molto bello.Finito questo quarto spettacolo con qualche difficoltà riusciamo a ricongiungerci con Antonio e cerchiamo un buon posto per vedere i fuochi d’artificio che chiuderanno il festino, è la una e vicino al palchetto della musica , avanti al carro guardiamo i 45 minuti di fuochi dove il numero di botti e fuochi sono stati divisi in due metà la prima sparata in 44 minuti, la seconda sparata nell’ultimo minuto.Finito tutto ci sediamo su un gradino per riposare, fare sfollare e poi incamminarci.Assistiamo ad una scazzottata con fuga generale, per cui ci avviamo ad accompagnare Filippa.Al chiostro accanto porta Felice c’è una proiezione di immagini di mosaici normanni molto bella, ne vediamo qualche minuto.Raggiunta la macchina di Filippa abbiamo deciso che lei ci accompagnerà al chiosco del tribunale per fare merenda con i cornetti.Salutiamo Filippa, ci sistemiamo in un tavolino e filippo fa la fila per i cornetti e qualcosa da bere.Si fanno le tre e ci avviamo verso la Sais.Le strade deserte invitano a fare qualche foto per cui Dino ed Antonio vanno avanti. In via maqueda filippo e paolo si fermano. Filippo chiama Dino che afferma di essere avanti sul Cassero non hanno girato ai quattro canti, li aspettiamo.Insieme arriviamo alla Sais facciamo i biglietti ed i conti per fare quadrare le spese.Sul pullman ognuno ha due posti e soprattutto può distendere il sedile per dormire.Alle 7,00 del 15 siamo a Messina.Diario di bordo redatto da Filippo Cavallaro
Una notte da trapper 29/30 maggio 2026
UNA NOTTE DA TRAPPERAppuntamento all’Immacolata con Chiara Calarco alle 19,30 . All’arrivo all’Oasi San Francesco c’era Carlo e , fuori dal cancello, Massimo Colica ed Enza Voccio. Subito dopo sono arrivati anche Caterina Trovatello e Sebastiano Occhino. Abbiamo montato le tende sul prato, dove l’erba è stata tagliata recentemente, e acceso il fuoco nel barbecue per preparare la brace per cuocere la salsiccia e le braciole portate da Sebastiano. La serata è splendida, la temperatura mite, non soffia un alito di vento , non c’è umidità e la visibilità è ottima, con la luna quasi piena.Carlo, appena arrivato, aveva preparato la catasta per il fuoco ” da campo” prendendo la legna conservata dietro la casa.Nell’attesa abbiamo “spizzuliato” i pistacchi di Bronte insieme al salame e alla provola portati da Chiara, brindando con il corposo vino rosso offerto da Massimo.Dopo aver arrostito la carne sulla griglia, Sebastiano, nella attrezzata cucina della casa, ha preparato degli squisiti spaghetti con la crema di parmigiano. Sistemata la tovaglia accanto al fuoco, che nel trattempo avevamo acceso,ci siamo disposti a semicerchio sulle sedie, per consumare l’ottima cena, apprezzando le pietanze , chiacchierando amenamente e gustando la magica atmosfera creata dalla fiamma crepitante. Chi da ragazzo è stato scout ed ha vissuto l’esperienza della vita all’aperto, ha ricordato i tempi dei primi campi estivi, con tutto quello che hanno significato nella loro formazione e crescita. La legna che arde e si consuma lentamente continua ad affascinarci, stare insieme a persone che vivono le stesse sensazioni nel silenzio del bosco riempie ancora il cuore, come mezzo secolo fa. Enza, alla sua prima notte in tenda, ha espresso magistralmente il suo stato d’animo, riportato in Appendice, insieme a quello di Massimo. Dopo cena Carlo è dovuto tornare a casa mentre gli altri, per digerire, hanno fatto quattro passi fino al vicino centro Polifunzionale , camminando lentamente sulla strada illuminata dalla luminosissima luna.Fatta una breve sosta, siamo tornati al campo e intorno alle 01,00 ci siamo ritirati nelle tende, dove ci ha colto il sonno dei giusti.Verso le 5,30 il chiarore della luce dell’alba e il canto degli uccelli ci hanno svegliato. Sebastiano e Caterina hanno smontato subito la loro tenda e lui è andato via perché alle 7,00 aveva appuntamento a casa con un operaio e poco per volta anche gli altri hanno fatto capolino dai loro sacchi a pelo.Abbiamo smontato le tende e fatto colazione senza fretta, apprezzando la pace del luogo, la splendida alba e le chiacchiere che ricordavano il modo di vivere lo scoutismo di una volta, non più ipotizzabile in questa era di smartphone e intelligenza artificiale. Dopo aver riordinato le stanze e pulito dentro e fuori, alle 8,00, abbiamo lasciato l’Oasi e siamo andati con le macchine al parcheggio di forte Ferraro. Il forte era aperto perché oggi è giorno di lavoro, e , ottenuto il permesso da parte del caposquadra, lo abbiamo visitato in tutte le sue parti. All’interno dell’area recintata ci sono due daini che si sono fatti fotografare senza problemi.Il Forte è stato una scoperta molto apprezzata da tutti e in particolare da quelli che non lo conoscevano, sia per le ottime condizioni di conservazione che per lo splendido panorama, oggi un poco offuscato dalla foschia, con vista sui due mari ,sullo Stretto e sulla Calabria, Alle 9,10 siamo tornati al parcheggio e abbiamo iniziato una breve escursione ad anello nel bellissimo bosco misto, approfittando dell’ombra e della frescura che hanno reso sopportabile il caldo di questa giornata estiva. Siamo arrivati fino ai ruderi di case Sant’Anna percorrendo l’ultimo tratto sullo stretto sentiero costeggiato da una decina di maestosi pini sopravvissuti a incendi e cicloni. Gli edifici del complesso, posti al di sotto del sentiero, sono quasi completamente sommersi da felci e rovi e non sono raggiungibili.Al ritorno abbiamo risalito la collina e, dopo avere superato una bella fontana con fresca acqua di sorgente, siamo sbucati sulla sterrata Musolino- Forte Campone, a poche centinaia di metri dall’area attrezzata. Lungo il percorso siamo rimasti piacevolmente sorpresi dalla presenza di diverse squadre di operai della Forestale al lavoro per ripulire e disboscare ai lati della strada.Alle 11,30 siamo arrivati alle macchine e siamo tornati in città. Percorso complessivo di circa 8 chilometri. Esperienza senz’altro piacevole e positiva, da riproporre, eventualmente solo ad alcuni, visto il disinteresse dimostrato da quasi tutti i soci, inclusi quelli dai quali era partita la richiesta di passare una notte in tenda. Appendice ENZALa mia prima notte in tenda: se ascolti bene, puoi sentire il rumore delle stelle. Non è mai troppo tardi per regalarsi la meraviglia.A soli dieci minuti dal caos della città, ci siamo ritrovati immersi nei colli, davanti a un panorama da togliere il fiato. Intorno a noi solo il silenzio profondo del bosco e, se tendevi l’orecchio, sembrava quasi di poter sentire il rumore delle stelle. Sopra di noi regnava una luna piena, splendente, fiera, affiancata da Venere e Giove che brillavano come diamanti a bella vista. Da quassù, la città sembrava ancora più bella.Mi sono sentita improvvisamente emozionata come una bambina, ad osservare con tanta curiosità il montaggio delle tende.I miei compagni d’avventura, viaggiatori esperti si muovevano con disinvoltura rassicurante. In pochi minuti hanno acceso un fuoco che aveva del magico: le fiamme danzavano illuminando le fronde degli alberi, che sotto quella luce viva sembravano quasi dipinti, finti nella loro perfezione. Poi, il profumo della brace ha iniziato a diffondersi nell’aria, un richiamo irresistibile di salsiccia e braciole, mentre nell’attesa degustavamo dell’ottimo formaggio accompagnato da un vinello genuino . E per coronare il tutto? Ci siamo seduti attorno al fuoco per goderci un’ottima spaghettata (ed era persino al dente, un vero miracolo da campo!).Siamo rimasti lì: quattro chiacchiere, e poi quei momenti di silenzio così gradevoli,colorati soltanto dallo scoppiettio ipnotico della legna che bruciava. Dopo cena, una passeggiata con i miei “veterani”, guidati e illuminati solo dal chiarore argenteo della luna.Quando è arrivato il momento di andare a dormire, lo confesso, un pensiero mi ha sfiorato: “Stanotte la farò in bianco!”. E invece la








