29 aprile 2026 mercoledì Primo giorno Premessa Prima di iniziare i diari di questi cinque giorni di trekking, ritengo utile spiegare come è nata l’idea “Da Abakainon per un trekking stellare” riportando, tra virgolette, una serie di considerazioni fatte da Filippo, promotore e organizzatore dell’attività. “Per prima cosa la scelta del luogo. Negli anni impegnandoci a percorrere sentieri spesso molto impegnativi, mi sono reso conto che siamo una bella squadra e soprattutto non lasciamo indietro nessuno. Mi sono reso conto che con il passare del tempo le capacità motorie sono sempre più legate ai vari disturbi che il corpo di ognuno ha acquisito. So che purtroppo la ricerca scientifica non studia tutte le varie condizioni di salute o come le malattie si manifestano nelle varie popolazioni. Spesso quasi nulla si sa della persona in buona salute, nelle varie età della vita. Ciò che si studiano sono le malattie croniche o più diffuse. Questa mia conoscenza dopo il trekking del sentiero dei briganti dello scorso anno in Aspromonte mi ha convinto a proporvi una esperienza di trekking lungo ma dove i partecipanti possono essere monitorizzati dal punto di vista delle performance motorie. Dopo uno studio sulla fattibilità in due differenti località, ho proposto in assemblea Cammini da Abakainon. Circa 100 km da fare in 5 giorni tornando ogni sera nello stesso posto. Tripi Abakainon ci permette: – di essere alloggiati in camere di 3 o 4 posti, come nei rifugi o ostelli lungo i Cammini; – di avere uno spazio dove poter fare le valutazioni cliniche; – di avere una amministrazione collaborante. – di essere centrale rispetto ad altre municipalità collaboranti a Novara di Sicilia e Montalbano Elicona. Il sindaco di Tripi si è impegnato personalmente a condurre la trattativa di alloggio tipo ostello, colazione e mezza pensione con cestino da viaggio per il pranzo a sacco. Per questo riusciremo con 200 euro a persona a pernottare in camere con bagno da 3 o 4 letti, con cena, colazione e cestino da viaggio ogni giorno. Le valutazioni cliniche e motorie ci daranno più informazioni sul funzionamento del corpo di ognuno di noi, ma se comparate nei vari dati che possono essere rilevati possono darci più consapevolezza. BATTERIA COMPLETA DELLA VALUTAZIONE MOTORIA OBIETTIVO Valutare l’adattamento al trekking in soggetti adulti in termini di: • performance (velocità di cammino) • efficienza (fatica) • sintomi (dolore) • recupero • funzionalità globale • risposta biologica STRUTTURA TEMPORALE PRE-TREKKING (giorno 0) • Borg CR1 ROF • NRS dolore – [ ] Sleep NRS • Bess • 30s CST TUG HANDGRIP 6mwt • Esami ematici
OGNI GIORNO (giorni 1–5) PRIMA DEL TREKKING • Pressione e Frequenza cardiaca ROF NRS dolore sleep NRS
DOPO IL TREKKING Borg NRS dolore ROF 30s CST
POST-TREKKING (fine giorno 5) Borg CR10 ROF NRS dolore Sleep NRS Bess 30s CST TUG HANDGRIP 6mwt Esami ematici Per la parte medico clinica legata alle modificazioni delle strutture e del loro funzionamento verremo filmati mentre facciamo i test o camminiamo e dovremo avere entro il 27 aprile gli esami del sangue di una serie di dosaggi. Ricordo che il Sindaco si è impegnato personalmente perché insieme gli operatori sanitari della locale struttura dell’Archeopalestra sono coinvolti nella gestione della logistica e nelle varie valutazioni che ci verranno proposte.”
Dopo avere eseguito quanto previsto nello studio sopra descritto siamo partiti per il primo trekking di mercoledì 29 aprile che si è svolto nel territorio di Tripi. Appuntamento all’Immacolata alle 8,00. Presenti: Marcello Aricò, Carmelo Geraci, Rosalba Fera, Lucia Orlando, Antonio Zampaglione, Giusi Mandraffino, Angela Giuffrida, Pippo Finanze, Stefania Davì, Katia Tribulato, Filippo Cavallaro, Alberto Borgia. Partenza alle 8,20 ,uscita al casello di Falcone dove ci siamo incontrati con Pippo Carauddo, cugino di Francesco Pagano, che ci ha fatto da guida nel trekking di Liarusa e Teresa Pintaudi, una giovane dottoressa, ex allieva di Filippo, che camminerà insieme a noi e farà giornalmente i rilievi e i monitoraggi previsti . Alle 9,23 siamo arrivati a Campogrande, frazione di Tripi, all’hotel La Rosa dei Venti dove abbiamo lasciato tutti i bagagli in una camera e poi abbiamo proseguito fino al Museo di Tripi dove ci aspettavano per una visita che ha guidato Santino, volontario dell’ Archeoclub. Il Museo archeologico Santi Furnari di Tripi è sorto nel 2012 grazie alla generosità della famiglia Furnari che ha donato al Comune il palazzo ottocentesco che ne è l’attuale sede. Centro nevralgico della cultura storica di Tripi, è nato con l’intento di promuovere il patrimonio del piccolo borgo nel mondo ed è dotato di un Centro Multimediale, spazio destinato a mostre ed incontri sulla cultura e il territorio di Tripi. I materiali esposti provengono dalla selezione dei corredi funerari della necropoli di Contrada Cardusa che in atto ha restituito 154 sepolture. Le vetrine, dislocate su due piani espositivi, contengono reperti ceramici e oggetti di raffinata oreficeria. Tra questi spiccano una corona a foglie di mirto e una serie di anelli d’oro. Ci sono anche reperti provenienti dalla Stoà, quali un caduceo, diverse monete di varî periodi, coniate nella Zecca locale. In seguito, nel versante opposto della vallata di fronte alla necropoli è stata trovata traccia di mura imponenti per cui è stata effettuata una campagna di scavi che ha portato al ritrovamento di parte dell’ Agorà dell’antica Abakainon ma anche di uno scheletro umano, presumibilmente un pastore, risalente al medioevo e non all’ antichità che il sindaco ha chiamato Sikelio. Intorno alle 10,20 ci siamo spostati per andare a visitare il Castello di Tripi. Chiacchierando con la guida abbiamo saputo che la popolazione di tutto il Comune non supera gli ottocento abitanti, la maggior parte dei quali concentrata a Campogrande. A Tripi ci sono circa 130 residenti, nelle frazioni di Casale e San Cono una trentina. Nei tempi di massimo splendore a Tripi vivevano 5000 persone e c’erano ben 27 chiese. Una ventina di anni orsono si è sperimentata con successo la pratica dell’albergo diffuso in cui il Comune contribuiva al pagamento delle spese di soggiorno e diversi turisti hanno successivamente acquistato le case che li avevano ospitati. Ci siamo fermati nella piazza adiacente la chiesa Madre, sotto il balcone di un palazzetto nobiliare con i mensoloni scolpiti in pietra e Filippo ci ha anticipato quello che avremmo visto. Il castello, costruito sulla sommità dell’omonimo monte su rocce a picco, sovrasta gli abitati di Tripi e di Casale e costituisce lo spartiacque tra i corsi dei torrenti Tripi, affluente del Mazzarrà, e Tallarita, dominando il tratto di costa tirrenica da Tindari a Milazzo ed il territorio racchiuso tra le vallate dei due torrenti. Il sentiero di accesso, lungo poco più di un chilometro, è lastricato nella prima parte e poi diventa sterrato ma facilmente percorribile. Da qualche anno sono stati fatti lavori di recupero e riqualificazione, con la realizzazione di panchine in legno, alcune posizionate con criteri incomprensibili, staccionate in legno, impianto di illuminazione e addirittura cassette per manichrtte dell’ impianto antincendio, a dimostrazione delle assurdità che a volte si fanno pur di spendere soldi pubblici. Procedendo verso la meta si gode un panorama stupendo che spazia sul mare, capo Tindari, le isole Eolie, la rocca di Novara, i megaliti dell’Argimusco e l’Etna innevata. La giornata è splendida, il sole è caldo e non c’è vento. Sulle origini del castello di Tripi non si hanno notizie, o sono incerte; l’unico documento sarebbe uno scritto del 1154, del geografo Idris, che parla della presenza in questo luogo di una fortezza medievale. Si sa di certo che nella prima metà del 1300 si sono svolte delle azioni militari per il suo possesso e vi soggiornarono, l’ammiraglio Ruggero di Lauria, il re Federico II ed altri personaggi di alto rango fino alla seconda metà del XVII secolo. Il Castello è delimitato dai resti di una cinta muraria e da rocce che ne costituivano una difesa naturale. La pianta è irregolare, con una stretta terrazza naturale, su cui si affacciano parti della cinta muraria merlata ed un muro con finestre poste ad intervalli regolari; vicino ad esso sorge anche un bastione cilindrico. Nel cortile sono presenti anche due cisterne di diversa grandezza: la più piccola è quasi integra in quanto ha mantenuto la copertura con la volta a botte. Ad est, insieme alle tracce del muro perimetrale si nota un bastione quadrangolare, mentre a sud emergono i resti di una torre a pianta rettangolare. Durante la seconda guerra mondiale fu usato come punto di avvistamento antiaereo. ( notizie riportate sul cartellone turistico del Comune di Tripi) Arrivati quasi in cima ci siamo fermati all’ingresso di un cantiere dove ci stava aspettando la dottoressa Maura Arizzia , archeologa del luogo, che sta conducendo una serie di scavi alla ricerca di reperti che possano dimostrare l’esistenza di un nucleo fortificato del periodo greco, confermando la convinzione del sindaco. Con molta disponibilità ci ha accolti e illustrato il modo di procedere nella ricerca. Insieme a noi c’erano due coppie di turisti irlandesi con cui abbiamo scambiato quattro chiacchiere. La coppia più anziana , alcuni anni fa ha acquistato una casa in paese e vi trascorre i mesi invernali. Alle, 11,30 ,dopo la rituale foto di gruppo, abbiamo intrapreso la via del ritorno, abbiamo raggiunto le macchine e preso gli zaini. Siamo usciti dal paese e alle 12,06 siamo arrivati al cartello del CAI che indica l’inizio del sentiero 255 per San Cono e i palmenti rupestri che indica la vallata del torrente Tallarita che si supera su un ponticello, ma la strada è impraticabile perché è invasa da alte ortiche molto irritanti , detta “driga masculina” e, nel primo tratto, anche dai rami tagliati di un albero di fico e quindi sia tornati indietro abbiamo seguito la strada provinciale asfaltata e non ombreggiata. Alle 12,42 siamo arrivati ad un bivio che indica a sinistra Montalbano Elicona a 16,6 chilometri e a destra San Cono a 4 e Basicò a 6,2. Dopo dieci minuti abbiamo superato il torrente Tallarita , che scorre in una profonda gola invasa dalla vegetazione, passando su un alto ponte in cemento armato con le ringhiere di protezione incomplete. Alle 13,22 siamo arrivati al bivio per il ristorante Fontana Regina e poco dopo Giusi ha preso un passaggio per San Cono su un fuoristrada con due persone a bordo che stavano andando a controllare gli animali al pascolo. Alle 13,30 il gruppetto di retroguardia ha raggiunto gli altri, fermi all’ombra sotto un albero al lato della strada, alla ricerca della grotta di San Cono. Seguendo le indicazioni di Carmelo che seguiva Google maps, Teresa, Carmelo, Filippo e Alberto sono andati in avanscoperta e, alle 13,45 dopo averla trovata, hanno chiamato gli altri che sono arrivati quindici minuti dopo. La grotta si trova all’interno del bosco poche decine di metri sotto la strada provinciale, ma non è indicata in alcun modo. Il posto è molto bello, la grotta, in parte scavata nella roccia e con una entrata con un arco su pilastri, è relativamente ampia,con in fondo una specie di altare e sul lato sinistro un camino. La leggenda di San Cono a Tripi, narra che il Santo, originario di Naso, in pellegrinaggio verso la Palestina, sostò nella grotta e passò tre giorni e tre notti in preghiera e penitenza, dormendo sulla terra insieme ai pastori del luogo. Quasi adiacente alla grotta c’è un grande traliccio dell’Enel che, con la sua presenza, compromette la misticità del luogo. Nel bosco ci sono molti massi di pietra arenaria e diversi muri a secco costruiti con blocchi di grosse dimensioni. Non manca, purtroppo, la solita monnezza ,i copertoni le bottiglie di plastica e altri prodotti della ” civiltà ” che deturpano un luogo altrimenti fuori dal tempo. Proseguendo verso valle, dopo alcune decine di metri, si arriva a una rete di recinzione che delimita una proprietà privata, mentre a sinistra scorre acqua in una sorta di piccolo ruscello. Nella zona ci sono anche decine di palmenti rupestri, ma andando in esplorazione, Alberto ne ha individuato solo uno, non raggiungibile perché al di là della rete di recinzione. Dopo una sosta di circa 45 minuti per consumare il pranzo e riposare, ci siamo incamminati sulla via del ritorno dividendoci in due gruppi : la maggioranza ha seguito il percorso dell’andata sia perché qualcuno era stanco oppure nel caso di Katia, che doveva essere accompagnata da Pippo C. a Falcone per prendere il treno per Messina per timore di arrivare in ritardo. Il gruppo dopo pochi metri di cammino ha individuato dalla strada un secondo palmento rupestre ben riconoscibile. La via del ritorno sembra totalmente diversa grazie alle nuvole che regalano ombra e sollievo e rendono il paesaggio più gradevole. Appena arrivati a Tripi inizia anche a piovigginare così ripariamo nel piccolo bar per una merenda,quindi Katia e Pippo C. vanno via mentre gli altri, con le auto, tornano in albergo. Stefania, Carmelo e Alberto, seguiti poco dopo da Teresa e Filippo, hanno invece proseguito in direzione della frazione di San Cono. Dopo una ventina di minuti, superato un lavatoio pubblico di recente costruzione, ma abbandonato, siamo arrivati al centro della frazione, nei pressi dela chiesa, dove non si vedeva un’anima viva. Tutte le case erano chiuse e silenziose, e la cosa che colpisce è la presenza di una cassetta con un defibrillatore e alcune colonnine per idranti . Lasciata all’uscita della frazione la strada asfaltata da cui si gode una bellissima vista su Capo Tindari e sulle isole Eolie che sembrano galleggiare sul mare, abbiamo imboccato, a destra, una sterrata che passa in un bosco. La strada è in discesa e non presenta alcuna difficoltà, alle 15,43 abbiamo fatto una piccola deviazione e siamo arrivati ad uno spiazzo panoramico alla stessa quota del castello di Tripi da cui si domina tutto il paese, la vallata del Tallarita e, in lontananza, Rocca Salvatesta, le rocce dell’Argimusco e l’Etna. Proseguendo, alle 16,00, abbiamo incrociato una trappola per cinghiali, di forma simile a quelle usate per catturare i topi, ma realizzata con rete elettrosaldata e avente come esca un sacco di grano. Poco dopo Teresa ha ricevuto una telefonata da parte di Santino, la guida dell’Archeoclub, preoccupato per la nostra assenza, che ci ha messo in guardia per le vipere presenti lungo il percorso . Nel frattempo il cielo si era annuvolato ed era caduta qualche goccia di pioggia che però non ha dato nessun vero fastidio. Dopo quindici minuti siamo usciti dal bosco arrivando sulla SP 110, a qualche chilometro dalla nostra meta. Un cartello del CAI ( sentiero 254) indica la nostra direzione di provenienza verso Montalbano distante 11 chilometri. Sulla strada asfaltata il traffico è ridottissimo e limitato solo a qualche macchina in transito. Arrivati a Campogrande abbiamo fatto una sosta al bar Cautela per prendere un caffè. Ci ha servito una giovane barista, proveniente da Buenos Aires, venuta in Sicilia quattro anni orsono per prendere la cittadinanza italiana e stabilitasi a Basicò che ha mostrato un vivo interesse alle nostre attività. Alle 17,20 siamo arrivati in albergo dove c’erano gli altri , inclusi Francesco Pagano e Antonella Rotondo ed esclusi Katia e Pippo C. La Rosa dei Venti è un hotel a quattro stelle in un edificio di recente costruzione piuttosto pretenzioso, se non addirittura kitsch, molto conosciuto come sito per ricevimemti di matrimoni, feste di compleanno ed eventi di varia natura. La posizione è panoramica con vista sul mare Tirreno e sulle isole, nel vasto spazio esterno, allestito per banchetti, c’è anche una piscina e un albero di kumquat carico di ottimi frutti. È gestito con competenza e professionalità dalla famiglia Cautela e il proprietario, signor Cosimo, ci ha accolti con cortesia e disponibilità alloggiandoci in comode camere a due o tre letti . Dopo una doccia rigenerante ci siamo ritrovati alle 19,00 al ristorante al primo piano dove la simpatica Teresa, che si è immediatamente integrata nel gruppo, ha fatto i rilievi ed i test previsti nel protocollo per la “valutazione dell’adattamento al trekking in soggetti adulti, in termini di funzionalità e risposta biologica” ,definiti insieme al professore Giorgio Basile, amichevolmente detto George. La cena è stata servita nella stessa sala perché il ristorante al pianterreno era impegnato. Abbiamo preso posto in due tavoli dividendoci tra donne e uomini e ,dopo un brindisi iniziale, abbiamo apprezzato ottime busiate con speck e pistacchio , brasato ai funghi e macedonia. Dopo cena, alcuni si sono ritirati in camera, altri sono usciti a fare due passi e Giusi con Angela contro Pippo e Marcello hanno fatto un tavolo di burraco. Percorsi complessivi di oggi variabili tra i 14 e i 17 chilometri. 30 aprile giovedì, secondo giorno Sveglia alle 6,15, alle 7,30 appuntamento nella hall dove Teresa ha fatto i controlli previsti. Abbondante colazione a buffet nella sala ristorante a piano terra con grande varietà di scelta, con vari tipi di torte, dolci,biscotti, bevande e spremute che si potevano prendere senza limite. Erano disponibili anche formaggio e salumi con cui ognuno ha preparato i propri panini per il pranzo al sacco . La partenza era prevista alle 8,45 ma ci siamo messi in macchina con un ritardo di 25 minuti. Oggi sono con noi Francesco Pagano e Antonella Rotondo mentre Katia ieri sera è tornata a Messina. Secondo il programma previsto saremmo dovuti partire da Tripi, arrivare sulla cima della Rocca di Novara, scendere a Novara, passare da Basicò e tornare a Tripi, ma , vista anche l’esperienza di ieri ,il trekking sarebbe stato molto al di sopra delle nostre capacità e abbiamo quindi deciso di raggiungere Novara in macchina, salire sulla Rocca e tornare in paese. Mentre stavamo aspettando fuori Alberto ha fatto una abbondante provvista dei piccoli e gustosi frutti dell’albero di kumquat, apprezzati successivamente durante la marcia. Dopo l’arrivo di Pippo C. abbiamo formato gli equipaggi e siamo partiti arrivando a Novara di Sicilia alle 10,00 circa. Uscendo dal paese abbiamo proseguito per alcuni chilometri sulla SS 285 in direzione Portella Mandrazzi e abbiamo parcheggiato le macchine prima dello sbarramento messo sulla strada per divieto di transito causa frana. Alle 10,15 abbiamo iniziato a camminare sotto un cielo coperto e qualche goccia di pioggia arrivando all’area attrezzata dove si imbocca il sentiero per la Rocca dopo una decina di minuti. Qui ci siamo fermati e Filippo, riprendendo il filo della narrazione dello scorso anno, relativa ai fatti di Aspromonte, in cui Garibaldi fu ferito dai Bersaglieri sabaudi, ha raccontato un fatto poco noto e oscuro di storia risorgimentale, la strage di Fondachelli-Fantina , nota come ” L’eccidio di Fantina” che avvenne la notte del 3 settembre 1862 quando sette giovani volontari garibaldini, dopo la sconfitta di Garibaldi, stanchi e affamati, stavano raggiungendo Novara di Sicilia per deporre le armi. I garibaldini furono sorpresi nel sonno dal 47° reggimento fanteria, comandato dal maggiore Giuseppe De Villata che ordinò al capitano Rossi di fucilare immediatamente i volontari, tra cui i un diciottenne. Solo uno si salvò fingendosi morto e successivamente raccontò l’accaduto. Tutta la storia ed il contesto in cui si verificò è raccontata nel libro di Antonio Ghirelli, intitolato L’eccidio di Fantina, ed. Sellerio, il cui link Filippo ha postato sulla chat e che riporto sotto perché molto interessante.www.dicoseunpo.it/E-BOOK_files/L%27eccidio%20di%20Fantina.pdf. Dopo il canto di Camicia Rossa ci siamo messi in marcia procedendo a gruppetti. Durante la salita Teresa si è dilettata a fare qualche fotomontaggio e Antonio ne è stato soggetto perché in una manciata di secondi la sua pancia era scomparsa e ha subito inviato la foto ritoccata alla moglie e ai figli, motivandola come “effetto trekking” La strada nel primo tratto è nel bosco e sale a tornanti con pendenza regolare ed accettabile , poi procede a mezza costa completamente esposta dominando la vallata a sinistra. Nonostante il cielo completamente coperto la visibilità è buona e lo sguardo spazia sul paese di Novara , sul Tirreno con le Eolie e sul vasto alveo del torrente Mazzarà che costituisce la naturale divisione della catena dei Peloritani da quella dei Nebrodi. La Rocca si staglia imponente contro il cielo nuvoloso e dal basso sembra irraggiungibile. Alle 11,36 i primi hanno raggiunto la sella che si affaccia sulla fiumara di Fondachelli e che fa da spartiacque tra la vallata di Novara e quella di Fondachelli, distante circa tre chilometri dalla partenza. All’arrivo di tutti gli altri Lucia, Angela, Antonella e Giusi si sono fermati, mentre alle 11,50 il resto del gruppo ha iniziato la salita verso la cima, su un sentiero molto ripido , giungendo dopo quasi 20 minuti al pianoro alla base della Rocca. Qui una campagna di scavi ha portato alla luce i muri perimetrali di una abitazione e un grande muro che potrebbe delimitare una cisterna e i resti di una abitazione a due piani nei pressi della quale sono state ritrovate diverse pietre da macina. Vista la posizione strategica del sito, che controlla tutte le vie di comunicazione, si ipotizza che si trattasse di un insediamento bizantino con funzioni di avvistamento e difensiva. Francesco ha montato il suo drone e lo ha fatto volare, ma una folata di vento lo ha reso ingovernabile facendolo sbattere contro una roccia. Mentre eravamo lì è arrivata dalla vetta una coppia di escursionisti piemontesi che da alcuni mesi stanno girando in camper per la Sicilia. Alle 12,20 abbiamo ripreso il cammino, Pippo C. è tornato alla sella raggiungendo le donne che si erano fermate , gli altri , superate le ultime centinaia di metri piuttosto impegnative , alle 12,40 hanno tutti raggiunto la vetta da cui si gode un panorama incomparabile. Un plauso particolare va a Rosalba e ad Antonio che, superando la fatica e la paura del vuoto, non hanno indietreggiato e hanno raggiunto la meta rendendo Rosalba molto orgogliosa per avere centrato l’obiettivo. Chiamata localmente Rocca Salvatesta, con i suoi 1340 metri di altitudine è la seconda vetta dei Peloritani, di cui è l’avamposto più occidentale. La montagna, chiamata anche il Cervino di Sicilia per la sua particolare forma, svetta solenne, sempre visibile, grazie alla sua posizione privilegiata che le permette di essere facilmente avvistata sia dall’Etna che dal mare. È una delle vette scelte per il Progetto GliOttoMille e il 13 settembre dello scorso anno i soci Tonino S. e Gino Biundo hanno messo la targhetta della Recolapesce. Sulla croce piantata in cima , visibile da lontano, è fissata una targhetta in acciaio con incisa una poesia scritta da Ugo Di Natale, un poeta locale, che riporto di seguito. ROCCA, SPARVIERO CON LE LIBRATE ALI SUI NETTUNI ANTICHI; ROCCA, REGINA DELLE VETTE, SACRA, AUSTERA; ROCCA, COMPENDIO DI RICORDI E DI SOSPIRI; RIFUGIO DI CORVI E PERSEGUITATI, ALTARE DI FEDE E DI OLOCAUSTI, GREMBO DI TUONI E DI SAETTE, VESSILLO DI FORZA E DI DOMINIO, DIADEMA DI MONTI E DI CONVALLI, PULPITO DI STORIA E DI LEGGENDE PIZZO DI NOSTALGIE, INDICE DI POSSANZA, CANDELABRO NON SPENTO DAI TUMULTI DEL TEMPO, SALVE ROCCA DI NOVARA -OMNES TE SALUTANT-
Fatte le foto di rito accanto alla nostra targhetta, il video di gruppo e apposta la firma e la data odierna su un angolo del registro conservato in una cassetta, alle 13,10 abbiamo iniziato la discesa, per certi versi più difficile della salita per il rischio di cadute. Filippo ne ha evitata una grazie ad un gesto motorio davvero molto impegnativo, una sorta di pistol squat,un movimento acrobatico che ci ha molto meravigliati. Alle 13,50 abbiamo raggiunto gli altri alla sella e ci siamo fermati per mangiare velocemente panini del pranzo. Dopo una ventina di minuti siamo ripartiti dividendoci, anche oggi, in due gruppi, uno formato da Pippo C., Filippo,Stefania ,Teresa, Carmelo,Francesco ed Alberto ha preso la strada verso Ritagli di Lecca, l’altro ha raggiunto le macchine seguendo il percorso fatto all’andata per poi andare a casa di Maria Rossello che li aspettava per il caffè e per gustare tutte le altre leccornie offerte da lei e dalla sua anziana Madre. La strada seguita nel bosco per un lungo tratto ha il fondo in pessime condizioni, profondamente scavato dall’acqua e invaso da rami caduti durante le giornate di vento forte dello scorso mese. Alle 15,15 siamo usciti dal bosco e siamo arrivati in un verde pianoro in leggera pendenza dove ci sono numerose pecore al pascolo e tre cavalli vicino ad un edificio di pietra con un grande albero. Proseguendo abbiamo incrociato qualche minuto dopo ii segni bianchi e rossi del CAI su un masso e su due tralicci dell’alta tensione ,ma quando eravamo ormai certi di essere sulla strada giusta, abbiamo perso la traccia perché il sentiero era franato. Dopo una breve consultazione, alle 15,30, Alberto è andato in avanscoperta sul fianco franato della collina ed è sceso verso il fondo di una valletta dove scorre un torrentello attraversando un tratto di terreno cosparso di crani e ossa spolpate di diverse pecore. Risalito sul versante opposto ha trovato una sttada a mezza costa chiusa da un cancello che ha superato. Dopo poche decine di metri la strada non si vedeva più e c’era solo una traccia che si addentrava tra i cespugli fino a perdersi. Dopo avere chiamato gli altri , alle 16,00 è arrivato in cima alla collina ed è sceso dall’altro versante su un tratto fuori pista seguendo per circa duecento metri una recinzione. Finalmente, dopo più di un’ora ,impiegata per percorrere solo un chilometro, siamo arrivati tutti sulla strada proveniente da contrada Poma e abbiamo avanzato abbastanza agevolmente per un breve tratto e poi ci siamo trovati nuovamente su una stretta traccia fino a raggiungere una trazzera carrabile tra alcuni fabbricati vicino al paese. Su un finestrinon di una vecchia macchina al lato della strada c’era questa scritta da ricordare nei momenti di difficoltà:”Se ce l’ho fatta io ce la puoi fare anche tu ” Individuato nuovamente qualche segnale bianco e rosso del CAI , dopo il superamento del torrente abbiamo raggiunto la strada all’ingresso del paese in prossimità di un ponte. Ci siamo messi in contatto con Marcello per decidere cosa fare e abbiamo concordato di raggiungere la casa di Maria. Pippo C. e Alberto sono andati a piedi passando tra i vicoletti del centro storico mentre gli altri sono stati presi in macchina Alle 17,30, quando siamo arrivati anche noi, abbiamo fatto onore alla tavola generosamente imbandita e dopo esserci congedati dai nostri squisiti ospiti ci siamo recati, insieme ai due piemontesi che avevano parcheggiato il loro camper lì vicino, al mulino ad acqua Giorginaro, un piccolo gioiello di ingegneria e alto artigianato , l’unico mulino idraulico ancora funzionante a Novara di Sicilia. Si trova immerso nella natura, lungo il torrente San Giorgio, a un’altitudine compresa tra i 500 e i 600 metri. Intorno cresconono fichi d’India, noci, piante aromatiche in un ambiente rigoglioso e quasi fiabesco. Per raggiungerlo si scende lungo un sentiero breve ma suggestivo, che regala scorci panoramici indimenticabili. Il racconto del mugnaio accompagna la visita, rendendola viva e coinvolgente. Le origini del mulino risalgono almeno al Quindicesimo secolo. Una data incisa sull’architrave d’ingresso riporta il 1690, ma alcune parti della struttura seminterrata potrebbero essere ancora più antiche. Le fonti raccontano infatti della presenza di mulini ad acqua già nel Trecento. Lungo il corso del torrente, un tempo, si contavano fino a quattordici mulini in successione: il Giorginaro è il quinto e l’unico oggi pienamente operativo. Dal secondo ottocento ad oggi, tre generazioni della famiglia Affannato si sono tramandate la custodia e la valorizzazione di questo luogo straordinario, mantenendone viva la memoria e il funzionamento. Il mulino utilizza una ruota orizzontale, mossa dall’acqua del torrente convogliata in una cisterna detta “gurna”. Da qui, l’acqua viene incanalata all’interno di una gola a forma d’imbuto, chiamata “saitta”, alta circa dieci metri in cui acquista velocità. Uscendo attraverso un bocchello del diametro di appena cinque centimetri, l’acqua raggiunge la ruota e mette in moto il meccanismo. La macinatura è lenta, a freddo, e consente di preservare intatte le qualità organolettiche dei grani e i loro oli essenziali. Durante la visita è possibile osservare tutte le fasi del processo: dall’inserimento del grano, all’azionarsi degli ingranaggi, fino alla caduta della farina nel secchio. Il mulino lavora diverse varietà di grani antichi siciliani alcuni dei quali si stanno nuovamente coltivando nel territorio circostante, come Maiorca, Timilia (nota anche come Tumminia), Russello e Perciasacchi, conosciuto anche come Kamut. La produzione oraria varia tra i 12 e i 20 chilogrammi e la farina è venduta sul posto ai visitatori che desiderano acquistare un prodotto sicuramente unico. Salutati i nuovi conoscenti nordici, anche loro affascinati dalla bellezza del luogo, siamo tornati velocemente alle macchine e quindi alla base. Dopo una rigenerante doccia e prima di prendere posto a tavola per la cena,la brava Teresa ci ha sottoposto scrupolosamente alle misurazioni previste . Da stasera sono con noi anche Alberto Arena e Serena Policastro. Anche alla cena di stasera, consumata in una piacevole atmosfera conviviale e in tavoli separati tra donne e uomini, abbiamo apprezzato il servizio impeccabile e le ottime pietanze: riso con gamberi e mandorle, millefoglie di spigola con julienne di verdure su letto di patate e uno squisito sorbetto di limone. Percorso complessivo odierno tra gli otto e i quattordici chilometri.
Primo maggio venerdì Terzo giorno Alle 7,30 Teresa ha eseguito il rilievo dei parametri e alle 7,45 ci siamo spostati nella sala al pianterreno per fare colazione e preparare i panini per il pranzo al sacco. Stamattina è tornato a casa Antonio Zampaglione e si sono aggiunti Serena Policastro e Alberto Arena. Il trekking pianificato prevedeva il trasferimento in macchina a San Cono da cui saremmo dovuti partire per Montalbano e poi fare un percorso ad anello passando da Toscano e Basicò. Stamattina piove ,ma si prevedono condizioni meteo in miglioramento per cui abbiamo deciso di andare a Montalbano in macchina ,visitare il castello ed il borgo per poi spostarci in direzione della contrada Argimusco. Formati gli equipaggi siamo partiti dall’hotel alle 9,20. Marcello, che guidava la carovana , vista la inadeguatezza della segnaletica stradale, ha impostato la destinazione su Google maps, ma ci siamo trovati ben presto in una stradina sempre più stretta, tanto da decidere di tornare indietro e seguire un’altra strada. Alle 10,13 abbiamo parcheggiato all’inizio del borgo e ci siamo incamminati verso il castello, che abbiamo raggiunto dopo una ventina di minuti. Abbiamo acquistato i biglietti a prezzo ridotto e siamo entati nella prima sala dove ci ha raggiunti il vicesindaco, amico di Filippo, che portato i saluti del sindaco e ha brevemente illustrato le manifestazioni che vengono svolte ad agosto (nei giorni 16 e 17) con il palio dei quartieri e la sfilata del corteo storico. Nel palio ogni quartiere e contrada forma una squadra che partecipa ai giochi e i vincitori scelgono la regina per l’anno successivo. Il castello, completamente e sapientemente restaurato,sorge su di un poggio che sovrasta e domina l’ abitato a circa 900 metri s.l.m., svolgendo l’importante funzione di controllare i passi che dai Nebrodi conducono ai Peloritani e viceversa, in direzione di Tripi, Novara di Sicilia e Roccella Valdemone. Edificato su preesistenze bizantine ed arabe, il castello è costituito ,nella parte alta, da una piazzaforte normanna-sveva e in basso dal palatium fortificato svevo-aragonese. La parte superiore, una fortezza rettangolare, è chiusa all’estremità da due torri, una a pianta quadrata e l’altra, tipicamente sveva, a pianta pentagonale, con funzione di maschio. Risale al periodo svevo la costruzione della muratura perimetrale merlata, che rappresenta la configurazione difensiva “a saettiere” più importante e meglio conservata in Sicilia. L’elemento più singolare dell’intero castello è la “cappella reale”, riconoscibile come “tricora” o “cuba” di epoca bizantina, caratterizzata da tre absidi, di cui le due laterali ricavate direttamente nello spessore delle mura. In un sarcofago in pietra sono contenute le ossa di Arnaldo da Villanova, importante medico, alchimista e riformatore religioso del suo tempo, morto in mare nel 1310 e del quale sono attestate numerose presenze a Montalbano insieme al re Federico II di Sicilia ( da non confondere con il più famoso Federico II di Svevia, vissuto nel secolo precedente). Filippo ci racconta che il medico viene considerato dallo studioso Paul Devins come uno dei possibili costruttori dell’area megalitica dell’Argimusco, perché, secondo la cultura dell’epoca, era infatti anche astrologo ed alchimista. Dopo la sua morte, l’area dell’Argimusco – sempre secondo Devins – continuò ad essere frequentata nei secoli successivi da personaggi appartenenti a circoli alchimistici-esoterici, in seguito alla diffusione della cultura e della letteratura ermetica a partire dall’epoca rinascimentale. Addirittura secondo una tradizione popolare del luogo, fra i megaliti si sarebbero svolte anche riunioni di streghe, veri e propri “sabba”. All’interno del castello inoltre si trova un ampio cortile, al centro del quale vi è una cappella con tracce di affreschi. Interessante visita delle due sale adibite a museo: quella delle armi e quella della musica. La riproduzione di armi e armature è fedele e i cartelli esplicativi completi e anche la collezione degli strumenti musicali antichi è molto interessante. Dopo la foto di gruppo sulla torre nella parte alta del castello, da cui si domina il territorio circostante ( oggi non molto visibile a causa delle nuvole basse) e la sosta alla toilette siamo tornati alle macchine. Lungo la strada abbiamo visitato la chiesa di S. Caterina, tra le chiese medievali più interessanti di Montalbano Elicona, poichè sebbene conservi ancora la struttura originaria di impianto medievale ad un’unica navata, mostra una mescolanza omogenea di stili architettonici. La chiesa si innesta con il presbiterio all’interno di un vecchio torrione aggettante le antiche mura cittadine e il restante corpo ad unica navata occupa il resto della struttura. La facciata è l’elemento che mostra più di tutti numerosi interventi di ristrutturazione e rifacimento dopo la costruzione del 1344. Partendo dal portale si osserva una connessione con lo stile gotico catalano, mentre le mensole e le modanature richiamano più uno stile rinascimentale. La copertura è a capriate seicentesche e colonne con capitelli abbelliti da decorazioni vegetali. Il presbiterio conserva la pregiata statua marmorea di S. Caterina d’Alessandria, con gli occhi rivolti al cielo prima di affrontare il supplizio, attribuita alla scuola del Gagini. L’altare mostra invece sul parapetto un affresco di Guido Reni. Dopo una sosta al bar della piazza principale per prendere il caffè siamo usciti dal paese lungo la SP 110 e, proseguendo per circa due chilometri e mezzo dopo lo stabilimento della Fontalba, siamo arrivati all’incrocio per Floresta, dove abbiamo parcheggiato le macchine alle 12,50. Sotto un cielo ancora minaccioso Filippo ha allestito il suo cartellone esplicativo e ci ha raccontato/ cantato la sua versione della storia di Sikeliò , il pastore di epoca medievale il cui scheletro è stato trovato durante gli scavi nei pressi della stoà. Durante il racconto abbiamo apprezzato tutti le patatine contenute in una maxi busta portata da Giusi. Ci siamo messi in marcia sulla SP 115 verso l’Argimusco alle 13,10 e dopo cinque minuti siamo arrivati all’altezza dell’ovile megalitico Màndura d’u Gesuitu (mandra del Gesuita?) , uno straordinario impianto che pur riproducendo le caratteristiche formali della tradizionale mandra o recinto per animali da pascolo, ne amplifica a dismisura le dimensioni finendo con l’assumere la configurazione di struttura “ciclopica” dai tratti marcatamente arcaici; i muri perimetrali che delimitano il recinto, grossomodo di forma quadrangolare, alti oltre 1,5 mt. e lunghi da 30 a 40 mt. per lato, sono formati da enormi blocchi di pietra squadrata sormontati da lastroni rettangolari, alcuni di peso superiore alle due tonnellate, mentre una grande apertura – oggi chiusa con assi di legno – con architrave formato da due lastroni sovrapposti ne consente l’accesso; l’ovile ingloba quattro blocchi naturali di roccia, di cui tre ricadenti all’interno mentre il quarto, posto a un angolo dell’ovile e proiettato verso l’esterno, forma una costruzione pastorale, adibita a ricovero dei mandriani, che mantiene marcate caratteristiche di dolmen, pur con integrazioni nelle murature con pietre a secco e nelle aperture (porta e finestra) con mensole, stipiti e architravi in pietra. All’interno del recinto, muri interni delimitano gli zàccani, spazi di custodia separati fra loro da passatoi (vadìli), strettoie nelle quali venivano collocati gli animali per le operazioni di mungitura. A onta del suo aspetto trogloditico, secondo una tradizione locale l’ovile sarebbe stato fatto costruire dopo la Grande Guerra , intorno agli anni trenta del secolo scorso, da Antonino D’Amico, allevatore di Montalbano, probabilmente trasportando e riutilizzando le pietre di un edificio megalitico esistente nelle vicinanze. La strada asfaltata è immersa in una pineta e quasi tutti gli alberi sono infestati dai nidi della processionaria di cui numerosissime colonne avanzano a terra e fanno ripensare a quanto accaduto lo scorso anno a Marcello durante il percorso sul Sentiero dei Briganti, quando entŕò in contatto con i loro peli urticanti ed ebbe fastidi per diversi giorni. Dopo una quindicina di minuti abbiamo intercettato il cartello per Baita Colla Barriera e alle 13,45 quello per Piano Notaro. Alle 14,20 siamo arrivati nell’area della Riserva orientata del Bosco di Malabotta al bivio che, a sinistra porta a Tripi e, a destra, all’entrata dei Megaliti dell’Argimusco. Sotto un cielo ancora minaccioso ci siamo fermati su un rilievo al lato della strada per consumare i panini e la vaschetta di macedonia che Giusi ha portato dall’albergo e dopo una ventina di minuti ci siamo rimessi in marcia. Giusy stamattina ha avuto un mancamento causato da un calo pressorio, ma è venuta ugualmente facendo il percorso in macchina tranne che nel tratto dell’Argimusco. Al bivio era parcheggiato un pullman di escursionisti e ci siamo fermati a scambiare due chiacchiere. Abbiamo appreso che si trattava di Soci del CAI di Brescia che da alcuni anni vengono in Sicilia per qualche settimana per percorrere il Sentiero Italia. Stamattina sono partiti da Moio Alcantara e stasera torneranno a Randazzo dove stanno alloggiando. Domani partiranno da qui e arriveranno a Novara di Sicilia e mercoledì prossimo prevedono di completare il percorso arrivando a Messina. Intorno alle 15,10 siamo arrivati sull’altopiano, parte della Riserva naturale orientata Bosco di Malabotta, molto panoramico in quanto si possono ammirare da vicino l’Etna, le isole Eolie, le caratteristiche cime delle montagne Rocca Salvatesta e Montagna di Vernà, capo Tindari, capo Calavà e capo Milazzo. L’area dell’Argimusco è tra le più magiche e misteriose del meridione, ci sono sparse su una vasta area enormi rocce che hanno preso, nel corso del tempo, sembianze antropomorfe e zoomorfe. Secondo alcune ipotesi, migliaia di anni fa questo posto spettacolare fu scelto dall’uomo come punto nel quale svolgere riti sacri e contemplare la vastità del cielo: da qui la scoperta dell’alternarsi delle stagioni, delle costellazioni e l’origine di un primo basilare calendario. Qui sembra il tempo si sia fermato e si cammini in un paesaggio senza tempo. Questi particolari megaliti che si innalzano maestosi tra le fitte felci hanno forme caratteristiche ed ognuna ha un nome. Fino a qualche anno orsono , su un muro vicino all’entrata, c’era una grande planimetria con la posizione e la denominazione delle rocce. Purtroppo è scomparsa e chissà se e quando verrà ripristinata. Nonostante il tempo non fosse particolarmente invitante abbiamo fatto un giro e alcuni di noi sono saliti sulla Rupe dell’acqua, così chiamata per la presenza di una vasca scavata nella parte alta della roccia e sulla rupe dell’Orante. Dopo le foto ci siamo diretti all’uscita e abbiamo incrociato una famigliola russa con un bambino di tre anni dai bellissimi occhi azzurri di nome Gregori che poi ci ha fermati lungo la via del ritorno per chiedere a Marcello informazioni sulla nostra associazione. Al ritorno c’era la possibilità di fare un tratto su un percorso sterrato invece che sull’asfalto, ma la paura della processionaria spinse Filippo a sconsigliare percorsi alternativi.
Alle 17,20, dopo circa 11,5 chilometri dalla partenza, abbiamo raggiunto le macchine parcheggiate per tornare in albergo. Il gruppo che è tornato direttamente all’albergo è stato “stuzzicato” da Teresa a fare alcuni giri nei dintorni del paese per raggiungere i 18 km previsti. Hanno accettato accettato Pippo C., Pippo F., Filippo Cavallaro e qualche altro. Serena, Stefania e Alberto sono scesi a Tripi per andare al castello che Serena non aveva visto. Data l’ora e la temperatura relativamente bassa la salita non è stata faticosa. Ci siamo fermati alla transenna che delimita il cantiere e al ritorno abbiamo scavalcato la recinzione per arrivare alla croce di ferro piantata in cima alla cresta. Serena e Stefania si sono fermate una cinquantina di metri prima di raggiungerla mentre Alberto è arrivato alla meta ed è stato gratificato dalla vists di un panorama mozzafiato sul vasto letto della fiumara di Mazzarà, sul capo Tindari e le isole Eolie, sulla rocca Salvatesta, la rupe dell’Aquila dell’Argimusco e sull’Etna. Tornati in paese ci siamo incamminati sulla strada provinciale per Campogrande e, superato l’abitato della frazione di Casale abbarbicato sul fianco della collina ,prima di chiamare Marcello perché venisse a prenderci, abbiamo applicato il “protocollo Zampaglione” e siamo stati fortunati perché una macchina con a bordo due cordiali signore ci ha dato un passaggio fino all’albergo. Dopo i rilievi da parte di Teresa siamo andati a cenare, anche stasera in tavoli separati. Il menù della sera prevede Paccheri con pesce spada e finocchietto e scrigno di pesce spada con cuore di melanzana. Una squisita macedonia chiude l’ottimo pasto. Percorsi complessivi variabili tra i 13 e i 16 chilometri.
2 maggio sabato Quarto giorno Come le altre mattine, dopo i test e il rilievo dei parametri eseguiti da Teresa ci siamo spostati nella sala al pianterreno per fare colazione e preparare i panini per il pranzo. La disponibilità dei condimenti è aumentata con zucchine e melenzane grigliate e frittatine, ma la qualità del pane, anche se adesso si possono scegliere panini più piccoli e migliori di quelli serviti il primo giorno, è piuttosto mediocre e si cerca di renderli più appetibili mettendoli nel tostapane. Alle 9,30 abbiamo lasciato l’albergo e ci siamo incamminati sulla SP 112bis verso Tripi. Alle 10,00, dopo quasi un chilometro, la strada si innesta sulla SP 115 Tripiciana all’altezza di un cartello che indica , a sinistra, il sentiero 252 con il percorso archeologico scavi di Abakainon, lungo 2,7 chilometri e percorribile in 1,5 ore. Procedendo sulla strada asfaltata, praticamente deserta ,alle 10,29 abbiamo superato la profonda valle , verdeggiante di alberi, dove scorre il torrente Tallarita, su un bel ponte in calcestruzzo. Camminando senza fretta abbiamo raggiunto alle 10,40, a quasi quattro chilometri dalla partenza, la contrada Chiappe dove c’è il cancello di accesso all’area archeologica di Abakainon. Sulla strada ci sono alcuni trenini elettrici messi a disposizione dall’amministrazione comunale che fanno la spola per portare i turisti da Tripi a qui e alla necropoli.
Leggendo i cartelloni esplicativi si apprende che il territorio di Tripi fu sottoposto a sistematiche indagini archeologiche a partire dal 1952 da François Villard e, qualche tempo dopo, da Madeleine Cavalier. I più antichi reperti, consistenti in materiali ceramici decorati ad impressione e materiale litico (ossidiana e selce) rinvenuti nella zona di contrada Piano, nell’area della chiesa di S. Giovanni, testimoniano la presenza di un insediamento umano già nel periodo neolitico stentinelliano. All’età del ferro si datano l’abbondante materiale ceramico e le famose tombe a grotticella sulla parete meridionale di Pizzo Cisterna. L’area di contrada Piano, nota per le sue potenzialità archeologiche già nel XVI secolo, è stata oggetto di indagini condotte nella seconda metà del secolo scorso da Ryolo, Bernabò Brea, e i già citati Villard e Cavalier che hanno documentato nell’area la presenza,oltre che l’ insediamento di età neolitica, anche di un abitato siculo anteriore all’ellenizzazione, di una città greco-ellenistica e, infine, romana da identificare con il sito di Abakainon/Abacaenum. A circa sessanta anni di distanza dalle ultime indagini in contrada Piano, altri scavi hanno messo in luce una struttura monumentale di età ellenistico-romana lunga 18 metri e legata a un terrazzamento,probabilmente una stoà (portico) costituita da grosse mura a doppia cortina di blocchi squadrati,messi in opera a filari regolari che all’interno conserva tratti di intonaco con tracce di colore ocra. Parallelamente al muro Est del monumento, corre un largo canale, forse un ambitus che assume la funzione di terrazzamento e, nel contempo, separa una parte dell’abitato greco-romano a Est,dall’area pubblica, a Ovest, identificata con l’agorà/foro. Grazie alla campagna di scavi attualmente in corso, è stato possibile proseguire l’indagine archeologica ampliando l’area fino alla Strada Provinciale 115, ottenendo così ulteriori importantissimi dati sulla stoà e sulla sitemazione dell’area pubblica di Abakainon/Abacaenum. Il recente rinvenimento di un imponente muro di terrazzamento(3 m ca. di altezza) realizzato a blocchi, parallelo alla stoà, e il ritrovamento di alcune colonne monolitiche in granito (avvenuto in passato durante lavori di scavo sulla SP 115), identificano questo spazio con l’agorà/foro di Abakainon/Abacaenum cioè una costruzione porticata usata per attività pubbliche, civili o commerciali. I materiali archeologici recuperati in contrada Piano durante le tre campagne di scavo, in particolare le monete e la ceramica attestano una frequentazione compresa in un ampio arco cronologico che va dal periodo greco alla dominazione spagnola. Il catalogo noto di monete coniate, quelle conservate anche al British Museum di Londra, oltreché al Museo «Santi Furnari» di Tripi, aggiornato con il rinvenimento di queste nuove monete può riscrivere la storia di questi luoghi. Filippo ci ha mostrato anche il luogo del ritrovamento del corpo di Sikelio’, il protagonista della storia che ha cantato ieri, e del pentanummo di Giustiniano I, forato e usato come ciondolo. Ancora oggi diverse sono le ipotesi per identificare questo individuo, la sua attività e la sua collocazione storica intorno alla seconda metà del VI e il VII secolo d.C. Alle 11,00 abbiamo lasciato la zona archeologica e ci siamo diretti verso la necropoli seguendo le indicazioni che ci hanno dato due simpatici ed arzilli indigeni. Abbiamo superato una strada a destra, in salita, dove c’è un cartello che indica il sentiero 253 Tripi per “Costa du chianu” a 3,2 chilometri e una fontana che si trova immediatamente a sinistra dove abbiamo fatto una breve sosta e riempito le borracce prima di proseguire e raggiungere, dopo una decina di minuti, la trattoria Papa. Subito dopo, ad una curva della strada che a destra porta a Tripi , abbiamo preso la strada a sinistra che passa tra fabbricati e orti coltivati seguendo il cartello turistico per la necropoli e l’oleificio Aveni. Dopo una decina di minuti , superata una gebbia, la strada arriva in aperta campagna e, in certi tratti, si vede il mare e la copertura della necropoli che sembra una serra. Alle 11,37 siamo arrivati sul sito e qui abbiamo incontrato la dottoressa Arizzia, la simpatica archeologa conosciuta giorno 19 al castello di Tripi. Era insieme ad gruppo di persone che ci avevano superato sulla strada sul trenino elettrico e qui stavano facendo delle riprese cinematografiche. Superato il problema delle riprese che avrebbero avuto formalmente bisogno della nostra autorizzazione, la dottoressa ha raccontato la storia della necropoli che,grazie al lavoro degli archeologi della Soprintendenza di Messina, tra il 1994 e il 2004 riavviò le indagini in Contrada Cardusa. Negli anni 50, con un saggio, l’archeologo francese Villar aveva trovato qualche tomba. Successivamente, durante la costruzione di una stradella interpoderale, la ruspa colpì quella che è identificata come tomba n.1. Gli scavi di inizio secolo hanno portato alla luce una straordinaria e ricca necropoli. Le sepolture datate tra la metà del IV sec. a.C. e il II sec. a.C. ,insieme ai ricchi corredi funerari, sono testimoni di una sviluppata società fiorente sotto il profilo economico. Costituite per lo più da una fossa e, di rado, da una cassa di lastroni in pietra locale, le sepolture ritrovate constano di un epytimbion costituito da un dado portastele e stele, su cui è inciso, in caratteri greci, il nome del defunto accompagnato talvolta da frasi o epiteti. All’interno delle tombe, qualcuna doppia, tipo nostre cappelle, sono stati rinvenuti numerosi reperti fra cui elementi di ceramica e lavori di oreficeria particolarmente raffinati, specchi, armi in ferro e diverse monete. Si praticava indifferentemente la pratica dell’inumazione oppure della incenerizione, nel primo caso il corpo era adagiato su un letto di tegole, nel secondo il corpo veniva bruciato in un’area della necropoli non ancora individuata e le ceneri venivano raccolte e conservate in un contenitore di uso quotidiano che successivamente veniva posto all’interno della sepoltura insieme al corredo. Visto che la distanza della necropoli dalla Stoà è di circa un chilometro in linea d’aria si spera che prima o dopo venga portata alla luce la città intera. I greci locali probabilmente praticavano la democrazia di Sparta, la necropoli era per tutti gli abitanti, indipendentemente dallo status sociale. In fondo c’era un piccolo tempietto ma non si sa se si tratta di una edicola oppure se appartenesse ad un personaggio importante. Dopo che la simpatica archeologa si è allontanata con il gruppo, abbiamo scattato delle foto sul luogo e alle 12,05 siamo usciti dalla necropoli. Siamo tornati indietro fino al bivio e abbiamo preso la strada in salita verso la collina con l’idea di trovare un sentiero che arrivi alla fiumara di Mazzarà. Alle 12,17 abbiamo visto, in basso a destra, il vasto letto del torrente e, sulla sponda opposta, una distesa continua di serre e vivai. La strada sale lentamente tra cespugli di ginestra e macchia mediterranea affacciandosi, a destra, su terreni coltivati a vigneto. Superata la cima di monte Ceti siamo arrivati ad un bivio e abbiamo imboccato una strada a destra che, secondo la traccia di Google maps, ci avrebbe portati sul greto del torrente. Trascorsi una ventina di minuti lo sguardo spazia sull’altro versante con la vista di Campogrande e dell’inconfondibile ( e per molti di noi orrenda) chiesa nuova di San Gaetano. Percorsi circa 600 metri ci siamo resi conto che la strada finiva e non sarebbe stato possibile proseguire se non su una eventuale traccia fuori pista. Dopo una breve consultazione abbiamo deciso di tornare indietro fino al bivio e seguire la strada di sinistra che arriva al torrente Tallarita. Il tracciato gradevole e il tempo splendido consentono una piacevolissima camminata. A poco più di 9 chilometri e mezzo dalla partenza, dopo aver superato una grossa roccia liscia, alle 13,37, abbiamo incrociato un incongruo cartello stradale di pericolo per presenza di dossi, una delle cose inspiegabili che si possono trovare quando ci si muove a piedi su percorsi insoliti. Qualche minuto dopo la vista spazia su capo Tindari, che si staglia contro l’azzurro del cielo, e punta Marinello che spicca sul blu del mare. Intorno alle 14,10, a circa dieci chilometri dalla partenza, dopo una curva, ci siamo fermati alla piacevole ombra di alcuni lecci per consumare il pranzo e riposare . Durante la sosta, Teresa, utilizzando una sua app, ha modificato una foto immortalando un soddisfatto Alberto A. di ritorno da una battuta di caccia con in mano due grossi fagiani esibiti con orgoglio. Da qui in avanti la strada è tutta in discesa e a tornanti e, tranne un breve tratto franato, non presenta alcuna difficoltà, ma quando siamo arrivati sul pianoro a valle ci siamo trovati all’interno di un giardino di agrumi completamente recintato e abbiamo dovuto trovare un posto dove scavalcare agevolmente la rete e, una volta superata, abbiamo dovuto guadare il torrente. In questo tratto il Tallarita non è particolarmente profondo e ampio, ma qualcuno ha avuto problemi con le pietre del fondo, a tratti scivoloso, per cui abbiamo improvvisato una catena umana e anche i più titubanti sono passati senza particolari difficoltà. Teresa anche in questa occasione ha modificato una foto, inserendo un coccodrillo a fauci aperte che sta per attaccare Giuseppe F. e Alberto B. talmente realistica da sembrare vera. Dopo esserci rivestiti abbiamo deciso di seguire il corso d’acqua senza provare a risalirlo perché il conducente di un camion che stava operando sul luogo insieme ad una ruspa ci ha informati che la strada si interrompe e non è facile trovare un sentiero che sale lungo il fianco della collina. Costeggiando il torrente si superano diversi vivai e ,in corrispondenza di uno abbiamo trovato diverse piantine di limoni scartate e scaricate vicino all’alveo e qualcuno ne ha raccolta una. Arrivati dopo pochi minuti ad un ponticello in ferro abbiamo fatto una foto di gruppo e poi, prendendo una stradella che si inoltra tra i vivai siamo arrivati, alle 15,40 alla SP 100 di Sant’Enargi e al bivio per andare a destra a Falcone . Qui abbiamo chiesto a due ragazzi, fermi con le macchine al lato della strada, un passaggio per chi era già abbastanza stanco, e Giusi, Lucia, e Angela ne hanno approfittato per tornare in albergo. Gli altri hanno si sono incamminati sulla strada asfaltata SP 110 Montalbanese, che per circa 5 chilometri è in salita,e, anche se pendenza si mantiene relativamente bassa e, solo per brevi tratti ,arriva al 6%, la fatica già accumulata, il sole caldo e la mancanza di ombra cominciano a pesare. Dopo una quindicina di minuti siamo arrivati in contrada Condurso, e poco dopo Serena, che stamattina si era vestita come se dovesse andare in Alaska, ha deciso di togliere i doppi pantaloni che aveva addosso per avere un minimo refrigerio. Alle 16,37 siamo arrivati ad un bivio dove c’è un cartello che indica il nostro albergo a 2,5 chilometri. Lo abbiamo seguito, proseguendo a destra, e dopo circa un’ora, alle 17,52, siamo arrivati alla Rosa dei Venti. Qualche centinaio di metri prima dell’arrivo siamo stati fermati da tre turisti del nord a bordo di moto di grossa cilindrata, che dovevano andare a Novara di Sicilia, ma seguendo le indicazioni di Google Maps si erano ritrovati su quella per Montalbano.Li abbiamo consigliati di tornare indietro e seguire la strada giusta, senza rischiare di trovarsi infognati in qualche stradina sterrata e, porconando, hanno invertito direzione e si sono diretti verso Mazzarrà. Quando siamo arrivati alla meta Teresa ha fatto fare subiti i previsti test a Marcello che, dopo aver pagato, è tornato a Messina. Il programma prevedeva che alle 19,00 saremmo andati alla chiesa di Casale per incontrarci con il Parroco che ci avrebbe illustrato le opere d’arte ivi conservate. La mancanza della macchina di Marcello e di quella di Pippo F., che ,dopo un tuffo in piscina, era andato in camera a fare una pennichella, ha costretto Francesco a fare due viaggi e a riportare Lucia, che insieme a Giusi era andata ad ascoltare la messa prefestiva in chiesa, in albergo per prendere la sua macchina. Alla fine dei trasferimenti mancavano solo Alberto A., Pippo F., Pippo C. e Marcello. Il parroco, padre Antonio Basile, insediatosi qui da alcuni mesi , è il responsabile della Caritas diocesana e prima è stato parroco a Camaro. Con il nuovo incarico ha trovato un ambiente meno stressante e più a misura d’uomo. Ci ha detto che nella chiesa, dedicata alla Madonna del Rosario, di cui c’è un grande quadro seicentesco, sono raccolte opere di varie chiese del borgo crollate, demolite o sconsacrate. Molto interessante il ruolo di san Biagio attuale patrono di Casale, che ha sostituito il precedente Patrono san Teodoro cavaliere. Alla fine, dopo la foto di gruppo, attorno alla statua di un santo pellegrino nascosto dietro l’altare, siamo tornati in albergo. Teresa ha fatti i soliti rilievi e Filippo ha cominciato ad anticipare qualche test previsto per domani, in modo da “portarci avanti con il lavoro”. A cena ci siamo seduti a tavola insieme ,alternando un uomo e una donna. Il menù per l’ultima serata in hotel prevedeva : Fagottini di burrata con salsa di granchio e ricciola gratinata alla frutta secca con tortino di patate. Alla fine della piacevolissima serata , purtroppo senza Marcello, ognuno di noi ha saldato i conti con il signor Cosimo e quelli per i consumi extra in modo da essere pronti a partire domani mattina. Percorso complessivo registrato di quasi 18 chilometri.
Durante la cena, molti camminatori, tra cui Alberto A., hanno lamentato dolori muscolari e difficoltà a deambulare legati all’accumulo di acido lattico nei muscoli. Come un angelo salvatore, si è palesata Giusi Mandraffino (in arte Mandrake) in possesso di un diploma di massaggiatrice sportiva che ha intimato ad Alberto di recarsi nella propria stanza e di restare in mutande, in quanto avrebbe utilizzato delle creme. Con molte perplessità Alberto ha obbedito e di lì a poco Giusi lo ha raggiunto e massaggiato per una ventina di minuti facendo scomparire i dolori muscolari e permettendo la ripresa di una normale deambulazione per affrontare il trekking dell’indomani mattina.
3 maggio domenica Quinto giorno Sveglia alle 6,00, alle 7,00 Teresa ha iniziato a fare i rilievi e alle 7,30 abbiamo fatto colazione e preparato i panini per l’ultimo pranzo al sacco. Come deciso ieri sera siamo partiti alle 8,45 e siamo arrivati a Olivieri dopo una quindicina di minuti. Abbiamo parcheggiato a Marinello,in prossimità dell’hotel Acquarius , alle 9,15 sono arrivati Pippo C.,Antonio Zampaglione e Caterina Iofrida e Carmelo Sigillo insieme a Ciccio Briguglio. Il percorso previsto per l’ultimo trekking sarebbe dovuto essere Oliveri-Castello di Oliveri-Laghetti dei Mulini- Falcone- Laghetti di Marinello, i conteggi effettuati da Teresa e Filippo dicono che oggi basterebbe camminare per soli nove chilometri per raggiungere la lunghezza complessiva prefissata. Abbiamo esaminato la possibilità di percorrere il Sentiero Coda di Volpe, da Marinello a Tindari o di arrivare fino a Monte Castagna e tornare, ma alla fine abbiamo deciso di andare ai laghetti , arrivare fino a punta Marinello e ritornare, per poi verificare quanti altri chilometri si sarebbero dovuti fare. Alle 9,25 ci siamo incamminati sulla spiaggia, sotto un caldo sole, ma accompagnati da un fastidioso vento da nord che sconsigliava di fare il bagno. Piccoli gruppi di bagnanti erano sulla spiaggia a prendere il sole e solo qualcuno era in acqua. L’area lagunare di Marinello si trova sotto l’imponente rocca che ospitava l’antica Tyndaris e dove sorge la Basilica Santuario di Maria Santissima del Tindari o Santuario della Madonna Nera, primitiva cattedrale di Tindari, che ricopre l’area dove esisteva la fortezza o castello di Tindari. La leggenda narra che la nascita di questi laghetti sia legata ad un miracolo operato dalla Madonna quando una bimba, caduta dalle braccia della madre che in un primo tempo aveva disprezzato la Madonna nera , le chiese la grazia e venne salvata dalla morte dall’improvviso ritirarsi del mare che lasciò il posto ad una distesa di soffice sabbia che ne attutì la caduta. L’origine “ufficiale” dei Laghetti di Marinello è fatta risalire al 1877, dopo il riconoscimento dell’Istituto idrografico della Marina, il quale sosteneva l’inesistenza della formazione sabbiosa che già era presente. L’area è sottoposta a molte variazioni morfologiche del territorio che, a causa del trasporto di sabbia e ghiaia dovuto all’approfondimento del fondale marino del Mar Tirreno, modificano la costa, e creano i laghetti salmastri di forma sempre mutevole. La spiaggia che li contiene e la caratteristica lingua che li fronteggia protesa verso il Golfo di Patti, si estende per circa 2 chilometri verso est, è costituita da sabbia fine di un bianco quasi abbagliante. Una parte della spiaggia si trova inserita all’interno della Riserva Naturale Orientata dei laghetti di Marinello ed è l’ambiente preferito di diversi uccelli migratori. In lontananza si vedono le Isole Eolie e capo Milazzo, la catena dei Peloritani e dei Nebrodi con l’inconfondibile Rocca Salvatesta. La spiaggia è bagnata da un bellissimo mare trasparente e cristallino che offre un alternarsi di fondali più o meno profondi. I Laghetti di Marinello sono uno dei luoghi più suggestivi della Sicilia, nella Riserva si contano solitamente quattro laghetti principali di acqua salmastra, alcuni situati più a ridosso della rocca, come il Marinello , il Mergolo della Tonnara, che abbiamo parzialmente costeggiato, e il Lago Verde. Gli altri, ubicati più vicini alla costa, come il Lago fondo porto e il Lago porto vecchio,di cui abbiamo fatto il giro,sono più soggetti a variazioni repentine e talvolta a prosciugamento. Tuttavia, il loro numero e la loro forma può fluttuare, con alcuni laghi che si formano o scompaiono a seconda della stagione e possono variare nel corso degli anni. Camminando a gruppetti o singolarmente, intorno alle 10,40 siamo arrivati alla estremità est di Punta Marinello , a 3,5 chilometri dalla partenza. Da questo punto si è letteralmente in mezzo al mare e si gode uno splendido panorama a 360 gradi. Fatte le foto di gruppo con lo sfondo di Rocca Salvatesta, siamo tornati lentamente indietro. Serena ha cominciato a raccogliere pezzi di plastica spiaggiati dal mare o abbandonati da incivili e, poco per volta, anche gli altri si sono aggiunti alla meritoria attività riempiendo una mezza dozzina di buste di rifiuti. Alberto Arena ha contribuito alla raccolta,ma a un certo punto ha cercato altro ed è stato fotografato da Teresa con un prosciutto in mano. Arrivati al parcheggio abbiamo verificato che la distanza coperta era di circa 6 chilometri per cui ci siamo diretti verso Oliveri camminando sul lungomare fino ad arrivare all’estuario del torrente Elicona per poi tornare indietro. Lucia ha affrontato il percorso con fatica, sofferente per una tallonite che l’ha notevolmente rallentata, supportata però dalla presenza di Antonella che si è adeguata al suo passo e ,una volta arrivata al torrente, Teresa ha fatto un pronto intervento con l’Arnica. Negli ultimi anni il lungomare è stato interessato a diversi lavori di riqualificazione, con l’installazione di statue e altro, ma purtroppo cominciano a notarsi i segni della carente manutenzione e delle ignobili azioni dei vandali del luogo. Tra gli interventi di valorizzazione rientra il progetto avviato dal Comune per proteggere e rendere fruibile un antico palischermo della tonnara. I lavori, affidati nel corso di questa primavera, dovrebbero concludersi entro la fine dell’anno e prevedono la realizzazione di una struttura di copertura in legno lamellare con ampie vetrate e c’è da augurarsi che la lodevole iniziativa si concluda nei tempi previsti e sia effettivamente utilizzabile nei prossimi anni. Intorno alle 13,00 , dopo avere percorso circa dieci chilometri, siamo tornati alle macchine e Teresa, utilizzando un tavolino in un ristorante adiacente , prenotato da Alberto A. e Pippo F., ha iniziato i test conclusivi mentre Filippo, coadiuvato dal neo cronometrista Antonio, si è occupato del rilievo dei tempi di marcia dei partecipanti. Gli avventori seduti al tavolo vicino a quello di Teresa hanno iniziato a farle diverse domande, incuriositi da quello che stavano vedendo e hanno voluto sapere di noi e della nostra impresa esprimendo ammirazione per quanto avevamo fatto. Tutto è stato molto bello fino a quando la proprietaria del locale non le fece un cazziatone e la costrinse a sgomberare il tavolo (come al solito Filippo era stato poco chiaro e non le aveva spiegato che avremmo dovuto fare test) e cosí si ritrovò a testare gli ultimi 3 o 4 partecipanti, sul ciglio della strada come un’accampata. Alla conclusione dei test, in ordine sparso, siamo rientrati casa, mentre Teresa, poco prima delle 15,00, ha completato il suo prezioso lavoro.
RIFLESSIONI CARMELO GERACI Ciao Albertone. Intendevi così: “Il trekking “Da Abakainon per un trekking stellare” nasce da un’idea semplice e quasi rivoluzionaria: camminare insieme senza lasciare indietro nessuno. Filippo, mente organizzativa e anima scientifica del gruppo, ha trasformato cinque giorni di sentieri in una sorta di esperimento umano a metà tra il pellegrinaggio e il congresso di fisioterapia. Ogni passo veniva monitorato, ogni dolore classificato, ogni respiro quasi schedato. Più che escursionisti, a tratti sembravamo cavie molto motivate. Eppure, sotto numeri, test e parole misteriose come “gait speed” e “Borg CR10”, c’era qualcosa di molto più semplice: il desiderio di capire cosa succede a un gruppo di persone quando decide di condividere fatica, silenzi e paesaggi per più giorni consecutivi.
La base operativa era Tripi, piccolo paese sospeso tra montagne e mare, dove il tempo sembra essersi fermato e dove gli abitanti sono così pochi che probabilmente si salutano tutti per nome… compresi i cani. Da lì, ogni giorno si partiva per nuovi percorsi tornando poi “alla base”, come un manipolo di esploratori un po’ stanchi e molto affamati.
Il primo giorno è stato un’immersione lenta nel territorio: museo archeologico, castello, racconti di antiche città scomparse e panorami talmente belli da costringere anche i più allenati a fingere soste fotografiche per riprendere fiato. Tra reperti greci, leggende medievali e archeologi appassionati, il gruppo si muoveva compatto con quell’andatura tipica dei trekking collettivi: davanti quelli che “andiamo piano”, dietro quelli che “ma non era una passeggiata?”.
La natura, come sempre, alternava meraviglia e ironia. Sentieri invasi dalle ortiche, ponti improbabili, boschi silenziosi, grotte mistiche rovinate da un traliccio dell’Enel piazzato lì come un promemoria della modernità. Ovunque comparivano segni di un passato remoto e di un presente distratto: muri a secco, palmenti rupestri, ma anche copertoni e plastica abbandonata, perché l’essere umano riesce a lasciare traccia di sé persino nei posti dove il silenzio avrebbe meritato rispetto.
Eppure il senso del cammino stava altrove. Non nei chilometri percorsi, né nei dati raccolti dalla diligente Teresa — ormai integrata nel gruppo al punto da riuscire a misurare parametri vitali mentre qualcuno chiedeva dove fosse il pranzo a sacco — ma in quella strana trasformazione che avviene dopo ore condivise sulla strada. Camminando insieme, le persone smettono lentamente di rappresentare se stesse. Spariscono ruoli, professioni, abitudini. Restano il passo, la stanchezza, le battute scambiate per alleggerire una salita e quel modo spontaneo di aspettarsi a vicenda senza bisogno di dirlo.
C’era chi controllava Google Maps come un navigatore dell’Ottocento, chi spariva in “avanscoperta” convinto di aver trovato la via mistica e chi, più saggiamente, cercava solo un punto d’ombra. Alla fine però il gruppo si ricomponeva sempre, magari davanti a un caffè o a un piatto di busiate al pistacchio, con la soddisfazione silenziosa di chi ha condiviso qualcosa che non si misura in metri di dislivello.
Perché dopo alcuni giorni di cammino accade una cosa curiosa: il paesaggio entra dentro le persone e le persone entrano nel paesaggio. Le distanze si accorciano, i ritmi rallentano, perfino i silenzi diventano confortevoli. E si scopre che il vero lusso non è arrivare in cima, ma avere qualcuno accanto con cui commentare il panorama, lamentarsi delle ortiche o ridere della propria stanchezza.
Così, tra castelli arroccati, paesi quasi vuoti, cieli improvvisamente nuvolosi e partite serali di burraco combattute con più agonismo di certe spedizioni himalayane, il trekking è diventato qualcosa di più di una semplice escursione: un piccolo esercizio di umanità condivisa. Un modo per ricordarsi che camminare insieme, per giorni, significa soprattutto imparare il ritmo degli altri. E forse anche il proprio. PIPPO FINANZE Dopo aver letto la bozza del primo giorno di Trek dell’Abakainon ,molto lunga e dettagliata, redatta dal nostro evergreen Alberto Borgia, la prima sensazione che ho provato e’ di grande stupore ed anche un po’ di invidia per la grande capacità che ha il nostro Alberto nell’incamerare una miriade di dettagli e farli rivivere a distanza di diversi giorni con un entusiasmo encomiabile. Quindi caro Alberto posso solo aggiungere qualche mia considerazione di valore strettamente personale. Il ricordo che porto con me e’ abbastanza simile a quanto provato l’anno scorso col trekking”sentiero dei briganti”. Un grande senso di appagamento nel sentirmi parte di una cerchia di persone che scelgono di ritagliarsi una piccola parte del loro tempo per scoprire il piacere di fare delle cose molto semplici: camminare,sopportare la fatica, scoprire il valore culturale di tanti luoghi, e perché no farsi anche delle crasse risate quando c’è l’opportunità di farle. Un grazie di cuore va a chi ha contribuito alla realizzazione di questa esperienza e un incoraggiamento a programmarne altre. PIPPO CARAUDDO È perfetta. Congratulazioni per l’accuratezza delle informazioni fornite. Potresti soltanto aggiungere che ringrazio cordialmente tutto il gruppo che mi ha cordialmente accolto e Teresa Pintaudi per la sua professionalità. Vorrei soltanto evidenziare che sono stati cinque giorni bellissimi, in mezzo a magnifici paesaggi ricchi di storia e trascorsi in ottima compagnia. Grazie per la cordiale accoglienza e… un forte abbraccio collettivo. FILIPPO CAVALLARO Sono stato molto soddisfatto dal fatto che le visite, le prove, i test e tutto quanto veniva richiesto per dare valore allo studio scientifico è stato accolto con curiosità ma soprattutto con attenzione e meticolosità. Abbiamo percorso nuove strade, che non pensavamo fossero finti sentieri, le abbiamo affrontate con attenzione, in sicurezza, e consapevolezza, per cui ognuno ha fatto sempre il massimo. Teresa è stata brava a farsi voler bene pur pretendendo il rispetto di km, orario test, precisione nelle esecuzioni. La gente di Tripi è stata accogliente ed anche gli amici di Montalbano e Novara di Sicilia. Aspettiamo che i dati clinici e le valutazioni delle performance motorie ci dicano qualcosa di interessante per noi, ma soprattutto di utile per lo studio scientifico che l’equipe di geriatria di Unime ed il gruppo di studio di fisioterapia a cui afferisce Teresa declineranno in pubblicazione scientifica. ALBERTO ARENA Le mie personali riflessioni su questa esperienza di trekking pluriquotidiano sono assolutamente positive ed articolo meglio quanto scritto: possibilità di dialogare con ottime persone durante i vari percorsi (ma questo è lo spirito della Re Colapesce) Luoghi suggestivi che solo il trekking ti consente di percorrere partecipazione al primo studio scientifico internazionale sull’efficienza del corpo in soggetti over 65 anni (batteria di test prima e dopo ogni singola escursione) l’albergo Rosa dei Venti di Tripi che ci ha ospitato: una location di buon livello con una cucin di altissima qualità: lo chef ogni sera si superava proponendo agli stremati avventori pietanze da cucina stellata. ANTONIO ZAMPAGLIONE Ripeto quello che ho detto l’anno scorso. Il cammino condiviso crea legami sottili,invisibili ,ma forti e duraturi, perché camminando si condivide un po’ della nostra anima con i nostri compagni. Più si cammina nel silenzio più il legame è forte. Mi dispiace solo non aver potuto condividere tutto il cammino quest’anno. ANTONELLA ROTONDO La novità del percorso a stella ha creato in me fiducia nell’affrontare il Cammino di Abacena, riuscendo a completare quasi tutti gli itinerari nonostante le mie precarie condizioni di salute.Per prudenza e spirito di responsabilità verso il gruppo e mio marito, ho preferito evitare l’ascesa alla Rocca di Novara e il ritorno per altra via tra la fitta nebbia. L’organizzazione impeccabile — caratterizzata da un’accoglienza alberghiera di alto livello, il cibo ottimo e la totale assenza di pensieri legati alla gestione domestica — ha fatto sì che dedicassi tutte le mie risorse fisiche e mentali alle attività recolapescine”. Il clima di condivisione/competizione con gli altri partecipanti ha rappresentato un incentivo fondamentale per riuscire ad arrivare fino in fondo. E’ stato uno sforzo enorme per il mio fisico, ma altrettanto grande la soddisfazione. Sono in curiosa attesa per i risultati dei test. Vorrei ringraziare quanti si sono spesi per realizzare tutto al meglio. ANGELA GIUFFRIDA Riflessioni abakainon Non so per quale istinto o forse si, sono una donna che una dote se la riconosce, il sesto senso. Quel senso che ti spinge ad andare anche se non sai dove andare. Non certezze ma scoperte. Senza pregiudizi né riserve , né aspettative. Solo andare. Fu così che quando ho visto la pubblicazione dell’evento Abakainon, non ho neanche riflettuto un attimo, ho dato la mia adesione in totale leggerezza ed esattamente come sempre mi succede, in procinto di partire vorrei solo restare. Lì dove sono sempre stata. Ho pure inventato una scusa per restare o perché qualcuno mi dicesse che non potevo andare. Ho rifiutato di partecipare allo studio che ha coinvolto il gruppo per intero. E loro mi hanno accettata comunque. Niente da fare… non potevo esimermi dall’organizzare un trolley con tutte le cose inutili che uso portarmi dietro e come al solito tralasciando le utili. Con tutto l’impegno del mondo, sempre così mi riesce. A dare il colpo di grazia fu Giusy Mandraffino, una giovane quasi sessantenne in pensione, pronta ad accogliere tutte le anime del purgatorio e pure dell’inferno la quale mi propone un posto in macchina con lei e la sua cagnolina. Mi ha intrappolata! 😂 Conoscevo solo pochissime persone al momento dell’arrivo. Marcello, autorevole, proprio presidenziale ma con due occhi color del mare che non potevano mai rappresentare la bufera che fino ad ora mi dava ad intendere. E poi, Filippo. Cavolo! Filippo mi stava antipatico a pelle. Non so perché ma mi stava antipatico😂 forse, a pensarci bene, in conseguenza di un evento trappola proposto una sera alle quattro strade. Premesso ciò, solo per aiutare a capire quanto i pregiudizi possono farci perdere opportunità. Se fossi rimasta attaccata ai miei pregiudizi mi sarei persa un’opportunità bella, piacevole, rilassante, e soprattutto di buona energia. Il gruppo che si è creato, il rispetto dei bisogni di ognuno, la conoscenza delle persone al di là di quello che vedi a vista d’occhio, le coccole di Giusy ( mi ha persino fatto un massaggio, a me , capite? A me che pure le fusa del mio gatto non so come gestire!😂 ) e quindi??? Alla fine di una piacevole vacanza che a mio avviso ha coinvolto corpo e spirito mi sono ritrovata con un bagaglio pieno non di cose inutili ma dentro ci ho messo un Filippo rivalutato, bravo, attento, e sono stata persino attenta e contenta alle sue storie cantate! Ho capito che ognuno aveva una dote personale e che tutti insieme ne facevano uno eccezionale. Ringrazio tutti per l’opportunità e il rispetto ricevuto. Anche per i kumquait offerti durante il cammino😂😂😂 Finché si va insieme nessuno si perderà mai. Buon cammino a tutti voi STEFANIA DAVÌ Terza esperienza di cammino con la mitica ReColapesce. All’inizio ero un po’ scettica sulla modalità di quest’anno perché a me piace molto svegliarmi ogni giorno in un posto diverso ma questa era comunque un’altra storia e come tale l’ho vissuta. Nonostante preferisca i gruppi poco numerosi sono stati tutti ottimi compagni di viaggio. In particolare sono contenta di aver approfondito qualche conoscenza, una tra tutte Giusy, sono contenta di aver partecipato a questo “esperimento” e di aver conosciuto Teresa ma non è stato il mio cammino preferito. ROSALBA FERA Che dire, anche quest’anno ho potuto partecipare a un cammino di cinque giorni, in luoghi meravigliosi e finora sconosciuti, ma la cosa meravigliosa che si rinnova ogni volta è la voglia di camminare insieme, la solidarietà, la bellezza di ogni passo che condividi con i tuoi amici, le riflessioni che fai, il riunirsi la sera stanchi ma contenti di avere condiviso delle emozioni che tu sai non si ripeteranno mai più. Le emozioni che si vivono sono impossibili da descrivere con le parole, ma mi accompagneranno sempre, i ricordi saranno sempre impressi nella mia mente, come tappe di un periodo felice della mia vita, vissuto con entusiasmo e coraggio. TERESA PINTAUDI Sono partita per questo trekking con lo sguardo e animo da fisioterapista, curiosa di osservare come il corpo si adattasse a cinque giorni di cammino tra i Nebrodi. Sono tornata con qualcosa di molto più prezioso, e che i “dati raccolti” non riusciranno a comunicare.
Ciò che mi ha colpito maggiormente è stata la straordinaria caparbietà dei partecipanti. Quasi tutti over 60, molti già in pensione, ma con un’energia e una determinazione che hanno saputo ribaltare molti stereotipi. In particolare, uno di loro mi ha lasciata senza parole: sembrava instancabile. Ogni volta che si presentava l’occasione, proponeva di allungare il percorso, esplorare un sentiero in più, raggiungere una vetta aggiuntiva. Aveva l’animo dell’esploratore, mosso da una curiosità inesauribile. Osservandolo camminare avrei immaginato una persona priva di qualsiasi problema muscoloscheletrico; conoscere la sua anamnesi e leggere i suoi referti raccontava invece una storia completamente diversa. È stato uno dei promemoria più concreti di quanto una persona non possa essere definita dalle immagini diagnostiche o dalla sua storia clinica.
Adattarsi a un’esperienza come questa non è mai semplice. Ogni giornata porta con sé imprevisti, fatica e la necessità di trovare nuove soluzioni. Eppure il gruppo ha dimostrato uno spirito di collaborazione straordinario. Forse gli anni vissuti nello scoutismo hanno lasciato un segno profondo; vedere quel senso di appartenenza trasformarsi in gesti concreti è stato davvero emozionante. Ricordo una partecipante che ha incontrato qualche difficoltà durante una discesa particolarmente ripida: senza esitazione, gli altri si sono fermati, l’hanno sostenuta e accompagnata fino alla fine del tratto più impegnativo. Potrebbe sembrare un gesto semplice, quasi scontato, ma viverlo in prima persona ha avuto un valore enorme.
Anche il clima che si respirava ha reso questa esperienza speciale. C’era leggerezza, entusiasmo e una sorprendente capacità di affrontare gli imprevisti con serenità. Se un sentiero risultava impraticabile o sorgeva un problema, nessuno si lasciava scoraggiare: si prendevano i telefoni, si studiava una nuova traccia e si ripartiva. Sempre con il sorriso.
Da fisioterapista credo profondamente nel valore del movimento. Dopo questi cinque giorni, però, porto con me una convinzione ancora più forte: il movimento non è soltanto esercizio fisico. È scoperta, condivisione, fiducia nelle proprie capacità e nelle persone che camminano accanto a noi. Questo gruppo mi ha ricordato che l’età anagrafica racconta molto meno di quanto facciano la curiosità, la voglia di mettersi in gioco e la forza di affrontare insieme ogni passo del cammino. Che dire, sono partita per osservare come il trekking avrebbe cambiato loro e sono tornata accorgendomi che, in parte, questo magnifico gruppo e questa esperienza avevano cambiato anche me.
OGNI GIORNO (giorni 1–5) PRIMA DEL TREKKING • Pressione e Frequenza cardiaca ROF NRS dolore sleep NRS
DOPO IL TREKKING Borg NRS dolore ROF 30s CST
POST-TREKKING (fine giorno 5) Borg CR10 ROF NRS dolore Sleep NRS Bess 30s CST TUG HANDGRIP 6mwt Esami ematici Per la parte medico clinica legata alle modificazioni delle strutture e del loro funzionamento verremo filmati mentre facciamo i test o camminiamo e dovremo avere entro il 27 aprile gli esami del sangue di una serie di dosaggi. Ricordo che il Sindaco si è impegnato personalmente perché insieme gli operatori sanitari della locale struttura dell’Archeopalestra sono coinvolti nella gestione della logistica e nelle varie valutazioni che ci verranno proposte.”
Dopo avere eseguito quanto previsto nello studio sopra descritto siamo partiti per il primo trekking di mercoledì 29 aprile che si è svolto nel territorio di Tripi. Appuntamento all’Immacolata alle 8,00. Presenti: Marcello Aricò, Carmelo Geraci, Rosalba Fera, Lucia Orlando, Antonio Zampaglione, Giusi Mandraffino, Angela Giuffrida, Pippo Finanze, Stefania Davì, Katia Tribulato, Filippo Cavallaro, Alberto Borgia. Partenza alle 8,20 ,uscita al casello di Falcone dove ci siamo incontrati con Pippo Carauddo, cugino di Francesco Pagano, che ci ha fatto da guida nel trekking di Liarusa e Teresa Pintaudi, una giovane dottoressa, ex allieva di Filippo, che camminerà insieme a noi e farà giornalmente i rilievi e i monitoraggi previsti . Alle 9,23 siamo arrivati a Campogrande, frazione di Tripi, all’hotel La Rosa dei Venti dove abbiamo lasciato tutti i bagagli in una camera e poi abbiamo proseguito fino al Museo di Tripi dove ci aspettavano per una visita che ha guidato Santino, volontario dell’ Archeoclub. Il Museo archeologico Santi Furnari di Tripi è sorto nel 2012 grazie alla generosità della famiglia Furnari che ha donato al Comune il palazzo ottocentesco che ne è l’attuale sede. Centro nevralgico della cultura storica di Tripi, è nato con l’intento di promuovere il patrimonio del piccolo borgo nel mondo ed è dotato di un Centro Multimediale, spazio destinato a mostre ed incontri sulla cultura e il territorio di Tripi. I materiali esposti provengono dalla selezione dei corredi funerari della necropoli di Contrada Cardusa che in atto ha restituito 154 sepolture. Le vetrine, dislocate su due piani espositivi, contengono reperti ceramici e oggetti di raffinata oreficeria. Tra questi spiccano una corona a foglie di mirto e una serie di anelli d’oro. Ci sono anche reperti provenienti dalla Stoà, quali un caduceo, diverse monete di varî periodi, coniate nella Zecca locale. In seguito, nel versante opposto della vallata di fronte alla necropoli è stata trovata traccia di mura imponenti per cui è stata effettuata una campagna di scavi che ha portato al ritrovamento di parte dell’ Agorà dell’antica Abakainon ma anche di uno scheletro umano, presumibilmente un pastore, risalente al medioevo e non all’ antichità che il sindaco ha chiamato Sikelio. Intorno alle 10,20 ci siamo spostati per andare a visitare il Castello di Tripi. Chiacchierando con la guida abbiamo saputo che la popolazione di tutto il Comune non supera gli ottocento abitanti, la maggior parte dei quali concentrata a Campogrande. A Tripi ci sono circa 130 residenti, nelle frazioni di Casale e San Cono una trentina. Nei tempi di massimo splendore a Tripi vivevano 5000 persone e c’erano ben 27 chiese. Una ventina di anni orsono si è sperimentata con successo la pratica dell’albergo diffuso in cui il Comune contribuiva al pagamento delle spese di soggiorno e diversi turisti hanno successivamente acquistato le case che li avevano ospitati. Ci siamo fermati nella piazza adiacente la chiesa Madre, sotto il balcone di un palazzetto nobiliare con i mensoloni scolpiti in pietra e Filippo ci ha anticipato quello che avremmo visto. Il castello, costruito sulla sommità dell’omonimo monte su rocce a picco, sovrasta gli abitati di Tripi e di Casale e costituisce lo spartiacque tra i corsi dei torrenti Tripi, affluente del Mazzarrà, e Tallarita, dominando il tratto di costa tirrenica da Tindari a Milazzo ed il territorio racchiuso tra le vallate dei due torrenti. Il sentiero di accesso, lungo poco più di un chilometro, è lastricato nella prima parte e poi diventa sterrato ma facilmente percorribile. Da qualche anno sono stati fatti lavori di recupero e riqualificazione, con la realizzazione di panchine in legno, alcune posizionate con criteri incomprensibili, staccionate in legno, impianto di illuminazione e addirittura cassette per manichrtte dell’ impianto antincendio, a dimostrazione delle assurdità che a volte si fanno pur di spendere soldi pubblici. Procedendo verso la meta si gode un panorama stupendo che spazia sul mare, capo Tindari, le isole Eolie, la rocca di Novara, i megaliti dell’Argimusco e l’Etna innevata. La giornata è splendida, il sole è caldo e non c’è vento. Sulle origini del castello di Tripi non si hanno notizie, o sono incerte; l’unico documento sarebbe uno scritto del 1154, del geografo Idris, che parla della presenza in questo luogo di una fortezza medievale. Si sa di certo che nella prima metà del 1300 si sono svolte delle azioni militari per il suo possesso e vi soggiornarono, l’ammiraglio Ruggero di Lauria, il re Federico II ed altri personaggi di alto rango fino alla seconda metà del XVII secolo. Il Castello è delimitato dai resti di una cinta muraria e da rocce che ne costituivano una difesa naturale. La pianta è irregolare, con una stretta terrazza naturale, su cui si affacciano parti della cinta muraria merlata ed un muro con finestre poste ad intervalli regolari; vicino ad esso sorge anche un bastione cilindrico. Nel cortile sono presenti anche due cisterne di diversa grandezza: la più piccola è quasi integra in quanto ha mantenuto la copertura con la volta a botte. Ad est, insieme alle tracce del muro perimetrale si nota un bastione quadrangolare, mentre a sud emergono i resti di una torre a pianta rettangolare. Durante la seconda guerra mondiale fu usato come punto di avvistamento antiaereo. ( notizie riportate sul cartellone turistico del Comune di Tripi) Arrivati quasi in cima ci siamo fermati all’ingresso di un cantiere dove ci stava aspettando la dottoressa Maura Arizzia , archeologa del luogo, che sta conducendo una serie di scavi alla ricerca di reperti che possano dimostrare l’esistenza di un nucleo fortificato del periodo greco, confermando la convinzione del sindaco. Con molta disponibilità ci ha accolti e illustrato il modo di procedere nella ricerca. Insieme a noi c’erano due coppie di turisti irlandesi con cui abbiamo scambiato quattro chiacchiere. La coppia più anziana , alcuni anni fa ha acquistato una casa in paese e vi trascorre i mesi invernali. Alle, 11,30 ,dopo la rituale foto di gruppo, abbiamo intrapreso la via del ritorno, abbiamo raggiunto le macchine e preso gli zaini. Siamo usciti dal paese e alle 12,06 siamo arrivati al cartello del CAI che indica l’inizio del sentiero 255 per San Cono e i palmenti rupestri che indica la vallata del torrente Tallarita che si supera su un ponticello, ma la strada è impraticabile perché è invasa da alte ortiche molto irritanti , detta “driga masculina” e, nel primo tratto, anche dai rami tagliati di un albero di fico e quindi sia tornati indietro abbiamo seguito la strada provinciale asfaltata e non ombreggiata. Alle 12,42 siamo arrivati ad un bivio che indica a sinistra Montalbano Elicona a 16,6 chilometri e a destra San Cono a 4 e Basicò a 6,2. Dopo dieci minuti abbiamo superato il torrente Tallarita , che scorre in una profonda gola invasa dalla vegetazione, passando su un alto ponte in cemento armato con le ringhiere di protezione incomplete. Alle 13,22 siamo arrivati al bivio per il ristorante Fontana Regina e poco dopo Giusi ha preso un passaggio per San Cono su un fuoristrada con due persone a bordo che stavano andando a controllare gli animali al pascolo. Alle 13,30 il gruppetto di retroguardia ha raggiunto gli altri, fermi all’ombra sotto un albero al lato della strada, alla ricerca della grotta di San Cono. Seguendo le indicazioni di Carmelo che seguiva Google maps, Teresa, Carmelo, Filippo e Alberto sono andati in avanscoperta e, alle 13,45 dopo averla trovata, hanno chiamato gli altri che sono arrivati quindici minuti dopo. La grotta si trova all’interno del bosco poche decine di metri sotto la strada provinciale, ma non è indicata in alcun modo. Il posto è molto bello, la grotta, in parte scavata nella roccia e con una entrata con un arco su pilastri, è relativamente ampia,con in fondo una specie di altare e sul lato sinistro un camino. La leggenda di San Cono a Tripi, narra che il Santo, originario di Naso, in pellegrinaggio verso la Palestina, sostò nella grotta e passò tre giorni e tre notti in preghiera e penitenza, dormendo sulla terra insieme ai pastori del luogo. Quasi adiacente alla grotta c’è un grande traliccio dell’Enel che, con la sua presenza, compromette la misticità del luogo. Nel bosco ci sono molti massi di pietra arenaria e diversi muri a secco costruiti con blocchi di grosse dimensioni. Non manca, purtroppo, la solita monnezza ,i copertoni le bottiglie di plastica e altri prodotti della ” civiltà ” che deturpano un luogo altrimenti fuori dal tempo. Proseguendo verso valle, dopo alcune decine di metri, si arriva a una rete di recinzione che delimita una proprietà privata, mentre a sinistra scorre acqua in una sorta di piccolo ruscello. Nella zona ci sono anche decine di palmenti rupestri, ma andando in esplorazione, Alberto ne ha individuato solo uno, non raggiungibile perché al di là della rete di recinzione. Dopo una sosta di circa 45 minuti per consumare il pranzo e riposare, ci siamo incamminati sulla via del ritorno dividendoci in due gruppi : la maggioranza ha seguito il percorso dell’andata sia perché qualcuno era stanco oppure nel caso di Katia, che doveva essere accompagnata da Pippo C. a Falcone per prendere il treno per Messina per timore di arrivare in ritardo. Il gruppo dopo pochi metri di cammino ha individuato dalla strada un secondo palmento rupestre ben riconoscibile. La via del ritorno sembra totalmente diversa grazie alle nuvole che regalano ombra e sollievo e rendono il paesaggio più gradevole. Appena arrivati a Tripi inizia anche a piovigginare così ripariamo nel piccolo bar per una merenda,quindi Katia e Pippo C. vanno via mentre gli altri, con le auto, tornano in albergo. Stefania, Carmelo e Alberto, seguiti poco dopo da Teresa e Filippo, hanno invece proseguito in direzione della frazione di San Cono. Dopo una ventina di minuti, superato un lavatoio pubblico di recente costruzione, ma abbandonato, siamo arrivati al centro della frazione, nei pressi dela chiesa, dove non si vedeva un’anima viva. Tutte le case erano chiuse e silenziose, e la cosa che colpisce è la presenza di una cassetta con un defibrillatore e alcune colonnine per idranti . Lasciata all’uscita della frazione la strada asfaltata da cui si gode una bellissima vista su Capo Tindari e sulle isole Eolie che sembrano galleggiare sul mare, abbiamo imboccato, a destra, una sterrata che passa in un bosco. La strada è in discesa e non presenta alcuna difficoltà, alle 15,43 abbiamo fatto una piccola deviazione e siamo arrivati ad uno spiazzo panoramico alla stessa quota del castello di Tripi da cui si domina tutto il paese, la vallata del Tallarita e, in lontananza, Rocca Salvatesta, le rocce dell’Argimusco e l’Etna. Proseguendo, alle 16,00, abbiamo incrociato una trappola per cinghiali, di forma simile a quelle usate per catturare i topi, ma realizzata con rete elettrosaldata e avente come esca un sacco di grano. Poco dopo Teresa ha ricevuto una telefonata da parte di Santino, la guida dell’Archeoclub, preoccupato per la nostra assenza, che ci ha messo in guardia per le vipere presenti lungo il percorso . Nel frattempo il cielo si era annuvolato ed era caduta qualche goccia di pioggia che però non ha dato nessun vero fastidio. Dopo quindici minuti siamo usciti dal bosco arrivando sulla SP 110, a qualche chilometro dalla nostra meta. Un cartello del CAI ( sentiero 254) indica la nostra direzione di provenienza verso Montalbano distante 11 chilometri. Sulla strada asfaltata il traffico è ridottissimo e limitato solo a qualche macchina in transito. Arrivati a Campogrande abbiamo fatto una sosta al bar Cautela per prendere un caffè. Ci ha servito una giovane barista, proveniente da Buenos Aires, venuta in Sicilia quattro anni orsono per prendere la cittadinanza italiana e stabilitasi a Basicò che ha mostrato un vivo interesse alle nostre attività. Alle 17,20 siamo arrivati in albergo dove c’erano gli altri , inclusi Francesco Pagano e Antonella Rotondo ed esclusi Katia e Pippo C. La Rosa dei Venti è un hotel a quattro stelle in un edificio di recente costruzione piuttosto pretenzioso, se non addirittura kitsch, molto conosciuto come sito per ricevimemti di matrimoni, feste di compleanno ed eventi di varia natura. La posizione è panoramica con vista sul mare Tirreno e sulle isole, nel vasto spazio esterno, allestito per banchetti, c’è anche una piscina e un albero di kumquat carico di ottimi frutti. È gestito con competenza e professionalità dalla famiglia Cautela e il proprietario, signor Cosimo, ci ha accolti con cortesia e disponibilità alloggiandoci in comode camere a due o tre letti . Dopo una doccia rigenerante ci siamo ritrovati alle 19,00 al ristorante al primo piano dove la simpatica Teresa, che si è immediatamente integrata nel gruppo, ha fatto i rilievi ed i test previsti nel protocollo per la “valutazione dell’adattamento al trekking in soggetti adulti, in termini di funzionalità e risposta biologica” ,definiti insieme al professore Giorgio Basile, amichevolmente detto George. La cena è stata servita nella stessa sala perché il ristorante al pianterreno era impegnato. Abbiamo preso posto in due tavoli dividendoci tra donne e uomini e ,dopo un brindisi iniziale, abbiamo apprezzato ottime busiate con speck e pistacchio , brasato ai funghi e macedonia. Dopo cena, alcuni si sono ritirati in camera, altri sono usciti a fare due passi e Giusi con Angela contro Pippo e Marcello hanno fatto un tavolo di burraco. Percorsi complessivi di oggi variabili tra i 14 e i 17 chilometri. 30 aprile giovedì, secondo giorno Sveglia alle 6,15, alle 7,30 appuntamento nella hall dove Teresa ha fatto i controlli previsti. Abbondante colazione a buffet nella sala ristorante a piano terra con grande varietà di scelta, con vari tipi di torte, dolci,biscotti, bevande e spremute che si potevano prendere senza limite. Erano disponibili anche formaggio e salumi con cui ognuno ha preparato i propri panini per il pranzo al sacco . La partenza era prevista alle 8,45 ma ci siamo messi in macchina con un ritardo di 25 minuti. Oggi sono con noi Francesco Pagano e Antonella Rotondo mentre Katia ieri sera è tornata a Messina. Secondo il programma previsto saremmo dovuti partire da Tripi, arrivare sulla cima della Rocca di Novara, scendere a Novara, passare da Basicò e tornare a Tripi, ma , vista anche l’esperienza di ieri ,il trekking sarebbe stato molto al di sopra delle nostre capacità e abbiamo quindi deciso di raggiungere Novara in macchina, salire sulla Rocca e tornare in paese. Mentre stavamo aspettando fuori Alberto ha fatto una abbondante provvista dei piccoli e gustosi frutti dell’albero di kumquat, apprezzati successivamente durante la marcia. Dopo l’arrivo di Pippo C. abbiamo formato gli equipaggi e siamo partiti arrivando a Novara di Sicilia alle 10,00 circa. Uscendo dal paese abbiamo proseguito per alcuni chilometri sulla SS 285 in direzione Portella Mandrazzi e abbiamo parcheggiato le macchine prima dello sbarramento messo sulla strada per divieto di transito causa frana. Alle 10,15 abbiamo iniziato a camminare sotto un cielo coperto e qualche goccia di pioggia arrivando all’area attrezzata dove si imbocca il sentiero per la Rocca dopo una decina di minuti. Qui ci siamo fermati e Filippo, riprendendo il filo della narrazione dello scorso anno, relativa ai fatti di Aspromonte, in cui Garibaldi fu ferito dai Bersaglieri sabaudi, ha raccontato un fatto poco noto e oscuro di storia risorgimentale, la strage di Fondachelli-Fantina , nota come ” L’eccidio di Fantina” che avvenne la notte del 3 settembre 1862 quando sette giovani volontari garibaldini, dopo la sconfitta di Garibaldi, stanchi e affamati, stavano raggiungendo Novara di Sicilia per deporre le armi. I garibaldini furono sorpresi nel sonno dal 47° reggimento fanteria, comandato dal maggiore Giuseppe De Villata che ordinò al capitano Rossi di fucilare immediatamente i volontari, tra cui i un diciottenne. Solo uno si salvò fingendosi morto e successivamente raccontò l’accaduto. Tutta la storia ed il contesto in cui si verificò è raccontata nel libro di Antonio Ghirelli, intitolato L’eccidio di Fantina, ed. Sellerio, il cui link Filippo ha postato sulla chat e che riporto sotto perché molto interessante.www.dicoseunpo.it/E-BOOK_files/L%27eccidio%20di%20Fantina.pdf. Dopo il canto di Camicia Rossa ci siamo messi in marcia procedendo a gruppetti. Durante la salita Teresa si è dilettata a fare qualche fotomontaggio e Antonio ne è stato soggetto perché in una manciata di secondi la sua pancia era scomparsa e ha subito inviato la foto ritoccata alla moglie e ai figli, motivandola come “effetto trekking” La strada nel primo tratto è nel bosco e sale a tornanti con pendenza regolare ed accettabile , poi procede a mezza costa completamente esposta dominando la vallata a sinistra. Nonostante il cielo completamente coperto la visibilità è buona e lo sguardo spazia sul paese di Novara , sul Tirreno con le Eolie e sul vasto alveo del torrente Mazzarà che costituisce la naturale divisione della catena dei Peloritani da quella dei Nebrodi. La Rocca si staglia imponente contro il cielo nuvoloso e dal basso sembra irraggiungibile. Alle 11,36 i primi hanno raggiunto la sella che si affaccia sulla fiumara di Fondachelli e che fa da spartiacque tra la vallata di Novara e quella di Fondachelli, distante circa tre chilometri dalla partenza. All’arrivo di tutti gli altri Lucia, Angela, Antonella e Giusi si sono fermati, mentre alle 11,50 il resto del gruppo ha iniziato la salita verso la cima, su un sentiero molto ripido , giungendo dopo quasi 20 minuti al pianoro alla base della Rocca. Qui una campagna di scavi ha portato alla luce i muri perimetrali di una abitazione e un grande muro che potrebbe delimitare una cisterna e i resti di una abitazione a due piani nei pressi della quale sono state ritrovate diverse pietre da macina. Vista la posizione strategica del sito, che controlla tutte le vie di comunicazione, si ipotizza che si trattasse di un insediamento bizantino con funzioni di avvistamento e difensiva. Francesco ha montato il suo drone e lo ha fatto volare, ma una folata di vento lo ha reso ingovernabile facendolo sbattere contro una roccia. Mentre eravamo lì è arrivata dalla vetta una coppia di escursionisti piemontesi che da alcuni mesi stanno girando in camper per la Sicilia. Alle 12,20 abbiamo ripreso il cammino, Pippo C. è tornato alla sella raggiungendo le donne che si erano fermate , gli altri , superate le ultime centinaia di metri piuttosto impegnative , alle 12,40 hanno tutti raggiunto la vetta da cui si gode un panorama incomparabile. Un plauso particolare va a Rosalba e ad Antonio che, superando la fatica e la paura del vuoto, non hanno indietreggiato e hanno raggiunto la meta rendendo Rosalba molto orgogliosa per avere centrato l’obiettivo. Chiamata localmente Rocca Salvatesta, con i suoi 1340 metri di altitudine è la seconda vetta dei Peloritani, di cui è l’avamposto più occidentale. La montagna, chiamata anche il Cervino di Sicilia per la sua particolare forma, svetta solenne, sempre visibile, grazie alla sua posizione privilegiata che le permette di essere facilmente avvistata sia dall’Etna che dal mare. È una delle vette scelte per il Progetto GliOttoMille e il 13 settembre dello scorso anno i soci Tonino S. e Gino Biundo hanno messo la targhetta della Recolapesce. Sulla croce piantata in cima , visibile da lontano, è fissata una targhetta in acciaio con incisa una poesia scritta da Ugo Di Natale, un poeta locale, che riporto di seguito. ROCCA, SPARVIERO CON LE LIBRATE ALI SUI NETTUNI ANTICHI; ROCCA, REGINA DELLE VETTE, SACRA, AUSTERA; ROCCA, COMPENDIO DI RICORDI E DI SOSPIRI; RIFUGIO DI CORVI E PERSEGUITATI, ALTARE DI FEDE E DI OLOCAUSTI, GREMBO DI TUONI E DI SAETTE, VESSILLO DI FORZA E DI DOMINIO, DIADEMA DI MONTI E DI CONVALLI, PULPITO DI STORIA E DI LEGGENDE PIZZO DI NOSTALGIE, INDICE DI POSSANZA, CANDELABRO NON SPENTO DAI TUMULTI DEL TEMPO, SALVE ROCCA DI NOVARA -OMNES TE SALUTANT-
Fatte le foto di rito accanto alla nostra targhetta, il video di gruppo e apposta la firma e la data odierna su un angolo del registro conservato in una cassetta, alle 13,10 abbiamo iniziato la discesa, per certi versi più difficile della salita per il rischio di cadute. Filippo ne ha evitata una grazie ad un gesto motorio davvero molto impegnativo, una sorta di pistol squat,un movimento acrobatico che ci ha molto meravigliati. Alle 13,50 abbiamo raggiunto gli altri alla sella e ci siamo fermati per mangiare velocemente panini del pranzo. Dopo una ventina di minuti siamo ripartiti dividendoci, anche oggi, in due gruppi, uno formato da Pippo C., Filippo,Stefania ,Teresa, Carmelo,Francesco ed Alberto ha preso la strada verso Ritagli di Lecca, l’altro ha raggiunto le macchine seguendo il percorso fatto all’andata per poi andare a casa di Maria Rossello che li aspettava per il caffè e per gustare tutte le altre leccornie offerte da lei e dalla sua anziana Madre. La strada seguita nel bosco per un lungo tratto ha il fondo in pessime condizioni, profondamente scavato dall’acqua e invaso da rami caduti durante le giornate di vento forte dello scorso mese. Alle 15,15 siamo usciti dal bosco e siamo arrivati in un verde pianoro in leggera pendenza dove ci sono numerose pecore al pascolo e tre cavalli vicino ad un edificio di pietra con un grande albero. Proseguendo abbiamo incrociato qualche minuto dopo ii segni bianchi e rossi del CAI su un masso e su due tralicci dell’alta tensione ,ma quando eravamo ormai certi di essere sulla strada giusta, abbiamo perso la traccia perché il sentiero era franato. Dopo una breve consultazione, alle 15,30, Alberto è andato in avanscoperta sul fianco franato della collina ed è sceso verso il fondo di una valletta dove scorre un torrentello attraversando un tratto di terreno cosparso di crani e ossa spolpate di diverse pecore. Risalito sul versante opposto ha trovato una sttada a mezza costa chiusa da un cancello che ha superato. Dopo poche decine di metri la strada non si vedeva più e c’era solo una traccia che si addentrava tra i cespugli fino a perdersi. Dopo avere chiamato gli altri , alle 16,00 è arrivato in cima alla collina ed è sceso dall’altro versante su un tratto fuori pista seguendo per circa duecento metri una recinzione. Finalmente, dopo più di un’ora ,impiegata per percorrere solo un chilometro, siamo arrivati tutti sulla strada proveniente da contrada Poma e abbiamo avanzato abbastanza agevolmente per un breve tratto e poi ci siamo trovati nuovamente su una stretta traccia fino a raggiungere una trazzera carrabile tra alcuni fabbricati vicino al paese. Su un finestrinon di una vecchia macchina al lato della strada c’era questa scritta da ricordare nei momenti di difficoltà:”Se ce l’ho fatta io ce la puoi fare anche tu ” Individuato nuovamente qualche segnale bianco e rosso del CAI , dopo il superamento del torrente abbiamo raggiunto la strada all’ingresso del paese in prossimità di un ponte. Ci siamo messi in contatto con Marcello per decidere cosa fare e abbiamo concordato di raggiungere la casa di Maria. Pippo C. e Alberto sono andati a piedi passando tra i vicoletti del centro storico mentre gli altri sono stati presi in macchina Alle 17,30, quando siamo arrivati anche noi, abbiamo fatto onore alla tavola generosamente imbandita e dopo esserci congedati dai nostri squisiti ospiti ci siamo recati, insieme ai due piemontesi che avevano parcheggiato il loro camper lì vicino, al mulino ad acqua Giorginaro, un piccolo gioiello di ingegneria e alto artigianato , l’unico mulino idraulico ancora funzionante a Novara di Sicilia. Si trova immerso nella natura, lungo il torrente San Giorgio, a un’altitudine compresa tra i 500 e i 600 metri. Intorno cresconono fichi d’India, noci, piante aromatiche in un ambiente rigoglioso e quasi fiabesco. Per raggiungerlo si scende lungo un sentiero breve ma suggestivo, che regala scorci panoramici indimenticabili. Il racconto del mugnaio accompagna la visita, rendendola viva e coinvolgente. Le origini del mulino risalgono almeno al Quindicesimo secolo. Una data incisa sull’architrave d’ingresso riporta il 1690, ma alcune parti della struttura seminterrata potrebbero essere ancora più antiche. Le fonti raccontano infatti della presenza di mulini ad acqua già nel Trecento. Lungo il corso del torrente, un tempo, si contavano fino a quattordici mulini in successione: il Giorginaro è il quinto e l’unico oggi pienamente operativo. Dal secondo ottocento ad oggi, tre generazioni della famiglia Affannato si sono tramandate la custodia e la valorizzazione di questo luogo straordinario, mantenendone viva la memoria e il funzionamento. Il mulino utilizza una ruota orizzontale, mossa dall’acqua del torrente convogliata in una cisterna detta “gurna”. Da qui, l’acqua viene incanalata all’interno di una gola a forma d’imbuto, chiamata “saitta”, alta circa dieci metri in cui acquista velocità. Uscendo attraverso un bocchello del diametro di appena cinque centimetri, l’acqua raggiunge la ruota e mette in moto il meccanismo. La macinatura è lenta, a freddo, e consente di preservare intatte le qualità organolettiche dei grani e i loro oli essenziali. Durante la visita è possibile osservare tutte le fasi del processo: dall’inserimento del grano, all’azionarsi degli ingranaggi, fino alla caduta della farina nel secchio. Il mulino lavora diverse varietà di grani antichi siciliani alcuni dei quali si stanno nuovamente coltivando nel territorio circostante, come Maiorca, Timilia (nota anche come Tumminia), Russello e Perciasacchi, conosciuto anche come Kamut. La produzione oraria varia tra i 12 e i 20 chilogrammi e la farina è venduta sul posto ai visitatori che desiderano acquistare un prodotto sicuramente unico. Salutati i nuovi conoscenti nordici, anche loro affascinati dalla bellezza del luogo, siamo tornati velocemente alle macchine e quindi alla base. Dopo una rigenerante doccia e prima di prendere posto a tavola per la cena,la brava Teresa ci ha sottoposto scrupolosamente alle misurazioni previste . Da stasera sono con noi anche Alberto Arena e Serena Policastro. Anche alla cena di stasera, consumata in una piacevole atmosfera conviviale e in tavoli separati tra donne e uomini, abbiamo apprezzato il servizio impeccabile e le ottime pietanze: riso con gamberi e mandorle, millefoglie di spigola con julienne di verdure su letto di patate e uno squisito sorbetto di limone. Percorso complessivo odierno tra gli otto e i quattordici chilometri.
Primo maggio venerdì Terzo giorno Alle 7,30 Teresa ha eseguito il rilievo dei parametri e alle 7,45 ci siamo spostati nella sala al pianterreno per fare colazione e preparare i panini per il pranzo al sacco. Stamattina è tornato a casa Antonio Zampaglione e si sono aggiunti Serena Policastro e Alberto Arena. Il trekking pianificato prevedeva il trasferimento in macchina a San Cono da cui saremmo dovuti partire per Montalbano e poi fare un percorso ad anello passando da Toscano e Basicò. Stamattina piove ,ma si prevedono condizioni meteo in miglioramento per cui abbiamo deciso di andare a Montalbano in macchina ,visitare il castello ed il borgo per poi spostarci in direzione della contrada Argimusco. Formati gli equipaggi siamo partiti dall’hotel alle 9,20. Marcello, che guidava la carovana , vista la inadeguatezza della segnaletica stradale, ha impostato la destinazione su Google maps, ma ci siamo trovati ben presto in una stradina sempre più stretta, tanto da decidere di tornare indietro e seguire un’altra strada. Alle 10,13 abbiamo parcheggiato all’inizio del borgo e ci siamo incamminati verso il castello, che abbiamo raggiunto dopo una ventina di minuti. Abbiamo acquistato i biglietti a prezzo ridotto e siamo entati nella prima sala dove ci ha raggiunti il vicesindaco, amico di Filippo, che portato i saluti del sindaco e ha brevemente illustrato le manifestazioni che vengono svolte ad agosto (nei giorni 16 e 17) con il palio dei quartieri e la sfilata del corteo storico. Nel palio ogni quartiere e contrada forma una squadra che partecipa ai giochi e i vincitori scelgono la regina per l’anno successivo. Il castello, completamente e sapientemente restaurato,sorge su di un poggio che sovrasta e domina l’ abitato a circa 900 metri s.l.m., svolgendo l’importante funzione di controllare i passi che dai Nebrodi conducono ai Peloritani e viceversa, in direzione di Tripi, Novara di Sicilia e Roccella Valdemone. Edificato su preesistenze bizantine ed arabe, il castello è costituito ,nella parte alta, da una piazzaforte normanna-sveva e in basso dal palatium fortificato svevo-aragonese. La parte superiore, una fortezza rettangolare, è chiusa all’estremità da due torri, una a pianta quadrata e l’altra, tipicamente sveva, a pianta pentagonale, con funzione di maschio. Risale al periodo svevo la costruzione della muratura perimetrale merlata, che rappresenta la configurazione difensiva “a saettiere” più importante e meglio conservata in Sicilia. L’elemento più singolare dell’intero castello è la “cappella reale”, riconoscibile come “tricora” o “cuba” di epoca bizantina, caratterizzata da tre absidi, di cui le due laterali ricavate direttamente nello spessore delle mura. In un sarcofago in pietra sono contenute le ossa di Arnaldo da Villanova, importante medico, alchimista e riformatore religioso del suo tempo, morto in mare nel 1310 e del quale sono attestate numerose presenze a Montalbano insieme al re Federico II di Sicilia ( da non confondere con il più famoso Federico II di Svevia, vissuto nel secolo precedente). Filippo ci racconta che il medico viene considerato dallo studioso Paul Devins come uno dei possibili costruttori dell’area megalitica dell’Argimusco, perché, secondo la cultura dell’epoca, era infatti anche astrologo ed alchimista. Dopo la sua morte, l’area dell’Argimusco – sempre secondo Devins – continuò ad essere frequentata nei secoli successivi da personaggi appartenenti a circoli alchimistici-esoterici, in seguito alla diffusione della cultura e della letteratura ermetica a partire dall’epoca rinascimentale. Addirittura secondo una tradizione popolare del luogo, fra i megaliti si sarebbero svolte anche riunioni di streghe, veri e propri “sabba”. All’interno del castello inoltre si trova un ampio cortile, al centro del quale vi è una cappella con tracce di affreschi. Interessante visita delle due sale adibite a museo: quella delle armi e quella della musica. La riproduzione di armi e armature è fedele e i cartelli esplicativi completi e anche la collezione degli strumenti musicali antichi è molto interessante. Dopo la foto di gruppo sulla torre nella parte alta del castello, da cui si domina il territorio circostante ( oggi non molto visibile a causa delle nuvole basse) e la sosta alla toilette siamo tornati alle macchine. Lungo la strada abbiamo visitato la chiesa di S. Caterina, tra le chiese medievali più interessanti di Montalbano Elicona, poichè sebbene conservi ancora la struttura originaria di impianto medievale ad un’unica navata, mostra una mescolanza omogenea di stili architettonici. La chiesa si innesta con il presbiterio all’interno di un vecchio torrione aggettante le antiche mura cittadine e il restante corpo ad unica navata occupa il resto della struttura. La facciata è l’elemento che mostra più di tutti numerosi interventi di ristrutturazione e rifacimento dopo la costruzione del 1344. Partendo dal portale si osserva una connessione con lo stile gotico catalano, mentre le mensole e le modanature richiamano più uno stile rinascimentale. La copertura è a capriate seicentesche e colonne con capitelli abbelliti da decorazioni vegetali. Il presbiterio conserva la pregiata statua marmorea di S. Caterina d’Alessandria, con gli occhi rivolti al cielo prima di affrontare il supplizio, attribuita alla scuola del Gagini. L’altare mostra invece sul parapetto un affresco di Guido Reni. Dopo una sosta al bar della piazza principale per prendere il caffè siamo usciti dal paese lungo la SP 110 e, proseguendo per circa due chilometri e mezzo dopo lo stabilimento della Fontalba, siamo arrivati all’incrocio per Floresta, dove abbiamo parcheggiato le macchine alle 12,50. Sotto un cielo ancora minaccioso Filippo ha allestito il suo cartellone esplicativo e ci ha raccontato/ cantato la sua versione della storia di Sikeliò , il pastore di epoca medievale il cui scheletro è stato trovato durante gli scavi nei pressi della stoà. Durante il racconto abbiamo apprezzato tutti le patatine contenute in una maxi busta portata da Giusi. Ci siamo messi in marcia sulla SP 115 verso l’Argimusco alle 13,10 e dopo cinque minuti siamo arrivati all’altezza dell’ovile megalitico Màndura d’u Gesuitu (mandra del Gesuita?) , uno straordinario impianto che pur riproducendo le caratteristiche formali della tradizionale mandra o recinto per animali da pascolo, ne amplifica a dismisura le dimensioni finendo con l’assumere la configurazione di struttura “ciclopica” dai tratti marcatamente arcaici; i muri perimetrali che delimitano il recinto, grossomodo di forma quadrangolare, alti oltre 1,5 mt. e lunghi da 30 a 40 mt. per lato, sono formati da enormi blocchi di pietra squadrata sormontati da lastroni rettangolari, alcuni di peso superiore alle due tonnellate, mentre una grande apertura – oggi chiusa con assi di legno – con architrave formato da due lastroni sovrapposti ne consente l’accesso; l’ovile ingloba quattro blocchi naturali di roccia, di cui tre ricadenti all’interno mentre il quarto, posto a un angolo dell’ovile e proiettato verso l’esterno, forma una costruzione pastorale, adibita a ricovero dei mandriani, che mantiene marcate caratteristiche di dolmen, pur con integrazioni nelle murature con pietre a secco e nelle aperture (porta e finestra) con mensole, stipiti e architravi in pietra. All’interno del recinto, muri interni delimitano gli zàccani, spazi di custodia separati fra loro da passatoi (vadìli), strettoie nelle quali venivano collocati gli animali per le operazioni di mungitura. A onta del suo aspetto trogloditico, secondo una tradizione locale l’ovile sarebbe stato fatto costruire dopo la Grande Guerra , intorno agli anni trenta del secolo scorso, da Antonino D’Amico, allevatore di Montalbano, probabilmente trasportando e riutilizzando le pietre di un edificio megalitico esistente nelle vicinanze. La strada asfaltata è immersa in una pineta e quasi tutti gli alberi sono infestati dai nidi della processionaria di cui numerosissime colonne avanzano a terra e fanno ripensare a quanto accaduto lo scorso anno a Marcello durante il percorso sul Sentiero dei Briganti, quando entŕò in contatto con i loro peli urticanti ed ebbe fastidi per diversi giorni. Dopo una quindicina di minuti abbiamo intercettato il cartello per Baita Colla Barriera e alle 13,45 quello per Piano Notaro. Alle 14,20 siamo arrivati nell’area della Riserva orientata del Bosco di Malabotta al bivio che, a sinistra porta a Tripi e, a destra, all’entrata dei Megaliti dell’Argimusco. Sotto un cielo ancora minaccioso ci siamo fermati su un rilievo al lato della strada per consumare i panini e la vaschetta di macedonia che Giusi ha portato dall’albergo e dopo una ventina di minuti ci siamo rimessi in marcia. Giusy stamattina ha avuto un mancamento causato da un calo pressorio, ma è venuta ugualmente facendo il percorso in macchina tranne che nel tratto dell’Argimusco. Al bivio era parcheggiato un pullman di escursionisti e ci siamo fermati a scambiare due chiacchiere. Abbiamo appreso che si trattava di Soci del CAI di Brescia che da alcuni anni vengono in Sicilia per qualche settimana per percorrere il Sentiero Italia. Stamattina sono partiti da Moio Alcantara e stasera torneranno a Randazzo dove stanno alloggiando. Domani partiranno da qui e arriveranno a Novara di Sicilia e mercoledì prossimo prevedono di completare il percorso arrivando a Messina. Intorno alle 15,10 siamo arrivati sull’altopiano, parte della Riserva naturale orientata Bosco di Malabotta, molto panoramico in quanto si possono ammirare da vicino l’Etna, le isole Eolie, le caratteristiche cime delle montagne Rocca Salvatesta e Montagna di Vernà, capo Tindari, capo Calavà e capo Milazzo. L’area dell’Argimusco è tra le più magiche e misteriose del meridione, ci sono sparse su una vasta area enormi rocce che hanno preso, nel corso del tempo, sembianze antropomorfe e zoomorfe. Secondo alcune ipotesi, migliaia di anni fa questo posto spettacolare fu scelto dall’uomo come punto nel quale svolgere riti sacri e contemplare la vastità del cielo: da qui la scoperta dell’alternarsi delle stagioni, delle costellazioni e l’origine di un primo basilare calendario. Qui sembra il tempo si sia fermato e si cammini in un paesaggio senza tempo. Questi particolari megaliti che si innalzano maestosi tra le fitte felci hanno forme caratteristiche ed ognuna ha un nome. Fino a qualche anno orsono , su un muro vicino all’entrata, c’era una grande planimetria con la posizione e la denominazione delle rocce. Purtroppo è scomparsa e chissà se e quando verrà ripristinata. Nonostante il tempo non fosse particolarmente invitante abbiamo fatto un giro e alcuni di noi sono saliti sulla Rupe dell’acqua, così chiamata per la presenza di una vasca scavata nella parte alta della roccia e sulla rupe dell’Orante. Dopo le foto ci siamo diretti all’uscita e abbiamo incrociato una famigliola russa con un bambino di tre anni dai bellissimi occhi azzurri di nome Gregori che poi ci ha fermati lungo la via del ritorno per chiedere a Marcello informazioni sulla nostra associazione. Al ritorno c’era la possibilità di fare un tratto su un percorso sterrato invece che sull’asfalto, ma la paura della processionaria spinse Filippo a sconsigliare percorsi alternativi.
Alle 17,20, dopo circa 11,5 chilometri dalla partenza, abbiamo raggiunto le macchine parcheggiate per tornare in albergo. Il gruppo che è tornato direttamente all’albergo è stato “stuzzicato” da Teresa a fare alcuni giri nei dintorni del paese per raggiungere i 18 km previsti. Hanno accettato accettato Pippo C., Pippo F., Filippo Cavallaro e qualche altro. Serena, Stefania e Alberto sono scesi a Tripi per andare al castello che Serena non aveva visto. Data l’ora e la temperatura relativamente bassa la salita non è stata faticosa. Ci siamo fermati alla transenna che delimita il cantiere e al ritorno abbiamo scavalcato la recinzione per arrivare alla croce di ferro piantata in cima alla cresta. Serena e Stefania si sono fermate una cinquantina di metri prima di raggiungerla mentre Alberto è arrivato alla meta ed è stato gratificato dalla vists di un panorama mozzafiato sul vasto letto della fiumara di Mazzarà, sul capo Tindari e le isole Eolie, sulla rocca Salvatesta, la rupe dell’Aquila dell’Argimusco e sull’Etna. Tornati in paese ci siamo incamminati sulla strada provinciale per Campogrande e, superato l’abitato della frazione di Casale abbarbicato sul fianco della collina ,prima di chiamare Marcello perché venisse a prenderci, abbiamo applicato il “protocollo Zampaglione” e siamo stati fortunati perché una macchina con a bordo due cordiali signore ci ha dato un passaggio fino all’albergo. Dopo i rilievi da parte di Teresa siamo andati a cenare, anche stasera in tavoli separati. Il menù della sera prevede Paccheri con pesce spada e finocchietto e scrigno di pesce spada con cuore di melanzana. Una squisita macedonia chiude l’ottimo pasto. Percorsi complessivi variabili tra i 13 e i 16 chilometri.
2 maggio sabato Quarto giorno Come le altre mattine, dopo i test e il rilievo dei parametri eseguiti da Teresa ci siamo spostati nella sala al pianterreno per fare colazione e preparare i panini per il pranzo. La disponibilità dei condimenti è aumentata con zucchine e melenzane grigliate e frittatine, ma la qualità del pane, anche se adesso si possono scegliere panini più piccoli e migliori di quelli serviti il primo giorno, è piuttosto mediocre e si cerca di renderli più appetibili mettendoli nel tostapane. Alle 9,30 abbiamo lasciato l’albergo e ci siamo incamminati sulla SP 112bis verso Tripi. Alle 10,00, dopo quasi un chilometro, la strada si innesta sulla SP 115 Tripiciana all’altezza di un cartello che indica , a sinistra, il sentiero 252 con il percorso archeologico scavi di Abakainon, lungo 2,7 chilometri e percorribile in 1,5 ore. Procedendo sulla strada asfaltata, praticamente deserta ,alle 10,29 abbiamo superato la profonda valle , verdeggiante di alberi, dove scorre il torrente Tallarita, su un bel ponte in calcestruzzo. Camminando senza fretta abbiamo raggiunto alle 10,40, a quasi quattro chilometri dalla partenza, la contrada Chiappe dove c’è il cancello di accesso all’area archeologica di Abakainon. Sulla strada ci sono alcuni trenini elettrici messi a disposizione dall’amministrazione comunale che fanno la spola per portare i turisti da Tripi a qui e alla necropoli.
Leggendo i cartelloni esplicativi si apprende che il territorio di Tripi fu sottoposto a sistematiche indagini archeologiche a partire dal 1952 da François Villard e, qualche tempo dopo, da Madeleine Cavalier. I più antichi reperti, consistenti in materiali ceramici decorati ad impressione e materiale litico (ossidiana e selce) rinvenuti nella zona di contrada Piano, nell’area della chiesa di S. Giovanni, testimoniano la presenza di un insediamento umano già nel periodo neolitico stentinelliano. All’età del ferro si datano l’abbondante materiale ceramico e le famose tombe a grotticella sulla parete meridionale di Pizzo Cisterna. L’area di contrada Piano, nota per le sue potenzialità archeologiche già nel XVI secolo, è stata oggetto di indagini condotte nella seconda metà del secolo scorso da Ryolo, Bernabò Brea, e i già citati Villard e Cavalier che hanno documentato nell’area la presenza,oltre che l’ insediamento di età neolitica, anche di un abitato siculo anteriore all’ellenizzazione, di una città greco-ellenistica e, infine, romana da identificare con il sito di Abakainon/Abacaenum. A circa sessanta anni di distanza dalle ultime indagini in contrada Piano, altri scavi hanno messo in luce una struttura monumentale di età ellenistico-romana lunga 18 metri e legata a un terrazzamento,probabilmente una stoà (portico) costituita da grosse mura a doppia cortina di blocchi squadrati,messi in opera a filari regolari che all’interno conserva tratti di intonaco con tracce di colore ocra. Parallelamente al muro Est del monumento, corre un largo canale, forse un ambitus che assume la funzione di terrazzamento e, nel contempo, separa una parte dell’abitato greco-romano a Est,dall’area pubblica, a Ovest, identificata con l’agorà/foro. Grazie alla campagna di scavi attualmente in corso, è stato possibile proseguire l’indagine archeologica ampliando l’area fino alla Strada Provinciale 115, ottenendo così ulteriori importantissimi dati sulla stoà e sulla sitemazione dell’area pubblica di Abakainon/Abacaenum. Il recente rinvenimento di un imponente muro di terrazzamento(3 m ca. di altezza) realizzato a blocchi, parallelo alla stoà, e il ritrovamento di alcune colonne monolitiche in granito (avvenuto in passato durante lavori di scavo sulla SP 115), identificano questo spazio con l’agorà/foro di Abakainon/Abacaenum cioè una costruzione porticata usata per attività pubbliche, civili o commerciali. I materiali archeologici recuperati in contrada Piano durante le tre campagne di scavo, in particolare le monete e la ceramica attestano una frequentazione compresa in un ampio arco cronologico che va dal periodo greco alla dominazione spagnola. Il catalogo noto di monete coniate, quelle conservate anche al British Museum di Londra, oltreché al Museo «Santi Furnari» di Tripi, aggiornato con il rinvenimento di queste nuove monete può riscrivere la storia di questi luoghi. Filippo ci ha mostrato anche il luogo del ritrovamento del corpo di Sikelio’, il protagonista della storia che ha cantato ieri, e del pentanummo di Giustiniano I, forato e usato come ciondolo. Ancora oggi diverse sono le ipotesi per identificare questo individuo, la sua attività e la sua collocazione storica intorno alla seconda metà del VI e il VII secolo d.C. Alle 11,00 abbiamo lasciato la zona archeologica e ci siamo diretti verso la necropoli seguendo le indicazioni che ci hanno dato due simpatici ed arzilli indigeni. Abbiamo superato una strada a destra, in salita, dove c’è un cartello che indica il sentiero 253 Tripi per “Costa du chianu” a 3,2 chilometri e una fontana che si trova immediatamente a sinistra dove abbiamo fatto una breve sosta e riempito le borracce prima di proseguire e raggiungere, dopo una decina di minuti, la trattoria Papa. Subito dopo, ad una curva della strada che a destra porta a Tripi , abbiamo preso la strada a sinistra che passa tra fabbricati e orti coltivati seguendo il cartello turistico per la necropoli e l’oleificio Aveni. Dopo una decina di minuti , superata una gebbia, la strada arriva in aperta campagna e, in certi tratti, si vede il mare e la copertura della necropoli che sembra una serra. Alle 11,37 siamo arrivati sul sito e qui abbiamo incontrato la dottoressa Arizzia, la simpatica archeologa conosciuta giorno 19 al castello di Tripi. Era insieme ad gruppo di persone che ci avevano superato sulla strada sul trenino elettrico e qui stavano facendo delle riprese cinematografiche. Superato il problema delle riprese che avrebbero avuto formalmente bisogno della nostra autorizzazione, la dottoressa ha raccontato la storia della necropoli che,grazie al lavoro degli archeologi della Soprintendenza di Messina, tra il 1994 e il 2004 riavviò le indagini in Contrada Cardusa. Negli anni 50, con un saggio, l’archeologo francese Villar aveva trovato qualche tomba. Successivamente, durante la costruzione di una stradella interpoderale, la ruspa colpì quella che è identificata come tomba n.1. Gli scavi di inizio secolo hanno portato alla luce una straordinaria e ricca necropoli. Le sepolture datate tra la metà del IV sec. a.C. e il II sec. a.C. ,insieme ai ricchi corredi funerari, sono testimoni di una sviluppata società fiorente sotto il profilo economico. Costituite per lo più da una fossa e, di rado, da una cassa di lastroni in pietra locale, le sepolture ritrovate constano di un epytimbion costituito da un dado portastele e stele, su cui è inciso, in caratteri greci, il nome del defunto accompagnato talvolta da frasi o epiteti. All’interno delle tombe, qualcuna doppia, tipo nostre cappelle, sono stati rinvenuti numerosi reperti fra cui elementi di ceramica e lavori di oreficeria particolarmente raffinati, specchi, armi in ferro e diverse monete. Si praticava indifferentemente la pratica dell’inumazione oppure della incenerizione, nel primo caso il corpo era adagiato su un letto di tegole, nel secondo il corpo veniva bruciato in un’area della necropoli non ancora individuata e le ceneri venivano raccolte e conservate in un contenitore di uso quotidiano che successivamente veniva posto all’interno della sepoltura insieme al corredo. Visto che la distanza della necropoli dalla Stoà è di circa un chilometro in linea d’aria si spera che prima o dopo venga portata alla luce la città intera. I greci locali probabilmente praticavano la democrazia di Sparta, la necropoli era per tutti gli abitanti, indipendentemente dallo status sociale. In fondo c’era un piccolo tempietto ma non si sa se si tratta di una edicola oppure se appartenesse ad un personaggio importante. Dopo che la simpatica archeologa si è allontanata con il gruppo, abbiamo scattato delle foto sul luogo e alle 12,05 siamo usciti dalla necropoli. Siamo tornati indietro fino al bivio e abbiamo preso la strada in salita verso la collina con l’idea di trovare un sentiero che arrivi alla fiumara di Mazzarà. Alle 12,17 abbiamo visto, in basso a destra, il vasto letto del torrente e, sulla sponda opposta, una distesa continua di serre e vivai. La strada sale lentamente tra cespugli di ginestra e macchia mediterranea affacciandosi, a destra, su terreni coltivati a vigneto. Superata la cima di monte Ceti siamo arrivati ad un bivio e abbiamo imboccato una strada a destra che, secondo la traccia di Google maps, ci avrebbe portati sul greto del torrente. Trascorsi una ventina di minuti lo sguardo spazia sull’altro versante con la vista di Campogrande e dell’inconfondibile ( e per molti di noi orrenda) chiesa nuova di San Gaetano. Percorsi circa 600 metri ci siamo resi conto che la strada finiva e non sarebbe stato possibile proseguire se non su una eventuale traccia fuori pista. Dopo una breve consultazione abbiamo deciso di tornare indietro fino al bivio e seguire la strada di sinistra che arriva al torrente Tallarita. Il tracciato gradevole e il tempo splendido consentono una piacevolissima camminata. A poco più di 9 chilometri e mezzo dalla partenza, dopo aver superato una grossa roccia liscia, alle 13,37, abbiamo incrociato un incongruo cartello stradale di pericolo per presenza di dossi, una delle cose inspiegabili che si possono trovare quando ci si muove a piedi su percorsi insoliti. Qualche minuto dopo la vista spazia su capo Tindari, che si staglia contro l’azzurro del cielo, e punta Marinello che spicca sul blu del mare. Intorno alle 14,10, a circa dieci chilometri dalla partenza, dopo una curva, ci siamo fermati alla piacevole ombra di alcuni lecci per consumare il pranzo e riposare . Durante la sosta, Teresa, utilizzando una sua app, ha modificato una foto immortalando un soddisfatto Alberto A. di ritorno da una battuta di caccia con in mano due grossi fagiani esibiti con orgoglio. Da qui in avanti la strada è tutta in discesa e a tornanti e, tranne un breve tratto franato, non presenta alcuna difficoltà, ma quando siamo arrivati sul pianoro a valle ci siamo trovati all’interno di un giardino di agrumi completamente recintato e abbiamo dovuto trovare un posto dove scavalcare agevolmente la rete e, una volta superata, abbiamo dovuto guadare il torrente. In questo tratto il Tallarita non è particolarmente profondo e ampio, ma qualcuno ha avuto problemi con le pietre del fondo, a tratti scivoloso, per cui abbiamo improvvisato una catena umana e anche i più titubanti sono passati senza particolari difficoltà. Teresa anche in questa occasione ha modificato una foto, inserendo un coccodrillo a fauci aperte che sta per attaccare Giuseppe F. e Alberto B. talmente realistica da sembrare vera. Dopo esserci rivestiti abbiamo deciso di seguire il corso d’acqua senza provare a risalirlo perché il conducente di un camion che stava operando sul luogo insieme ad una ruspa ci ha informati che la strada si interrompe e non è facile trovare un sentiero che sale lungo il fianco della collina. Costeggiando il torrente si superano diversi vivai e ,in corrispondenza di uno abbiamo trovato diverse piantine di limoni scartate e scaricate vicino all’alveo e qualcuno ne ha raccolta una. Arrivati dopo pochi minuti ad un ponticello in ferro abbiamo fatto una foto di gruppo e poi, prendendo una stradella che si inoltra tra i vivai siamo arrivati, alle 15,40 alla SP 100 di Sant’Enargi e al bivio per andare a destra a Falcone . Qui abbiamo chiesto a due ragazzi, fermi con le macchine al lato della strada, un passaggio per chi era già abbastanza stanco, e Giusi, Lucia, e Angela ne hanno approfittato per tornare in albergo. Gli altri hanno si sono incamminati sulla strada asfaltata SP 110 Montalbanese, che per circa 5 chilometri è in salita,e, anche se pendenza si mantiene relativamente bassa e, solo per brevi tratti ,arriva al 6%, la fatica già accumulata, il sole caldo e la mancanza di ombra cominciano a pesare. Dopo una quindicina di minuti siamo arrivati in contrada Condurso, e poco dopo Serena, che stamattina si era vestita come se dovesse andare in Alaska, ha deciso di togliere i doppi pantaloni che aveva addosso per avere un minimo refrigerio. Alle 16,37 siamo arrivati ad un bivio dove c’è un cartello che indica il nostro albergo a 2,5 chilometri. Lo abbiamo seguito, proseguendo a destra, e dopo circa un’ora, alle 17,52, siamo arrivati alla Rosa dei Venti. Qualche centinaio di metri prima dell’arrivo siamo stati fermati da tre turisti del nord a bordo di moto di grossa cilindrata, che dovevano andare a Novara di Sicilia, ma seguendo le indicazioni di Google Maps si erano ritrovati su quella per Montalbano.Li abbiamo consigliati di tornare indietro e seguire la strada giusta, senza rischiare di trovarsi infognati in qualche stradina sterrata e, porconando, hanno invertito direzione e si sono diretti verso Mazzarrà. Quando siamo arrivati alla meta Teresa ha fatto fare subiti i previsti test a Marcello che, dopo aver pagato, è tornato a Messina. Il programma prevedeva che alle 19,00 saremmo andati alla chiesa di Casale per incontrarci con il Parroco che ci avrebbe illustrato le opere d’arte ivi conservate. La mancanza della macchina di Marcello e di quella di Pippo F., che ,dopo un tuffo in piscina, era andato in camera a fare una pennichella, ha costretto Francesco a fare due viaggi e a riportare Lucia, che insieme a Giusi era andata ad ascoltare la messa prefestiva in chiesa, in albergo per prendere la sua macchina. Alla fine dei trasferimenti mancavano solo Alberto A., Pippo F., Pippo C. e Marcello. Il parroco, padre Antonio Basile, insediatosi qui da alcuni mesi , è il responsabile della Caritas diocesana e prima è stato parroco a Camaro. Con il nuovo incarico ha trovato un ambiente meno stressante e più a misura d’uomo. Ci ha detto che nella chiesa, dedicata alla Madonna del Rosario, di cui c’è un grande quadro seicentesco, sono raccolte opere di varie chiese del borgo crollate, demolite o sconsacrate. Molto interessante il ruolo di san Biagio attuale patrono di Casale, che ha sostituito il precedente Patrono san Teodoro cavaliere. Alla fine, dopo la foto di gruppo, attorno alla statua di un santo pellegrino nascosto dietro l’altare, siamo tornati in albergo. Teresa ha fatti i soliti rilievi e Filippo ha cominciato ad anticipare qualche test previsto per domani, in modo da “portarci avanti con il lavoro”. A cena ci siamo seduti a tavola insieme ,alternando un uomo e una donna. Il menù per l’ultima serata in hotel prevedeva : Fagottini di burrata con salsa di granchio e ricciola gratinata alla frutta secca con tortino di patate. Alla fine della piacevolissima serata , purtroppo senza Marcello, ognuno di noi ha saldato i conti con il signor Cosimo e quelli per i consumi extra in modo da essere pronti a partire domani mattina. Percorso complessivo registrato di quasi 18 chilometri.
Durante la cena, molti camminatori, tra cui Alberto A., hanno lamentato dolori muscolari e difficoltà a deambulare legati all’accumulo di acido lattico nei muscoli. Come un angelo salvatore, si è palesata Giusi Mandraffino (in arte Mandrake) in possesso di un diploma di massaggiatrice sportiva che ha intimato ad Alberto di recarsi nella propria stanza e di restare in mutande, in quanto avrebbe utilizzato delle creme. Con molte perplessità Alberto ha obbedito e di lì a poco Giusi lo ha raggiunto e massaggiato per una ventina di minuti facendo scomparire i dolori muscolari e permettendo la ripresa di una normale deambulazione per affrontare il trekking dell’indomani mattina.
3 maggio domenica Quinto giorno Sveglia alle 6,00, alle 7,00 Teresa ha iniziato a fare i rilievi e alle 7,30 abbiamo fatto colazione e preparato i panini per l’ultimo pranzo al sacco. Come deciso ieri sera siamo partiti alle 8,45 e siamo arrivati a Olivieri dopo una quindicina di minuti. Abbiamo parcheggiato a Marinello,in prossimità dell’hotel Acquarius , alle 9,15 sono arrivati Pippo C.,Antonio Zampaglione e Caterina Iofrida e Carmelo Sigillo insieme a Ciccio Briguglio. Il percorso previsto per l’ultimo trekking sarebbe dovuto essere Oliveri-Castello di Oliveri-Laghetti dei Mulini- Falcone- Laghetti di Marinello, i conteggi effettuati da Teresa e Filippo dicono che oggi basterebbe camminare per soli nove chilometri per raggiungere la lunghezza complessiva prefissata. Abbiamo esaminato la possibilità di percorrere il Sentiero Coda di Volpe, da Marinello a Tindari o di arrivare fino a Monte Castagna e tornare, ma alla fine abbiamo deciso di andare ai laghetti , arrivare fino a punta Marinello e ritornare, per poi verificare quanti altri chilometri si sarebbero dovuti fare. Alle 9,25 ci siamo incamminati sulla spiaggia, sotto un caldo sole, ma accompagnati da un fastidioso vento da nord che sconsigliava di fare il bagno. Piccoli gruppi di bagnanti erano sulla spiaggia a prendere il sole e solo qualcuno era in acqua. L’area lagunare di Marinello si trova sotto l’imponente rocca che ospitava l’antica Tyndaris e dove sorge la Basilica Santuario di Maria Santissima del Tindari o Santuario della Madonna Nera, primitiva cattedrale di Tindari, che ricopre l’area dove esisteva la fortezza o castello di Tindari. La leggenda narra che la nascita di questi laghetti sia legata ad un miracolo operato dalla Madonna quando una bimba, caduta dalle braccia della madre che in un primo tempo aveva disprezzato la Madonna nera , le chiese la grazia e venne salvata dalla morte dall’improvviso ritirarsi del mare che lasciò il posto ad una distesa di soffice sabbia che ne attutì la caduta. L’origine “ufficiale” dei Laghetti di Marinello è fatta risalire al 1877, dopo il riconoscimento dell’Istituto idrografico della Marina, il quale sosteneva l’inesistenza della formazione sabbiosa che già era presente. L’area è sottoposta a molte variazioni morfologiche del territorio che, a causa del trasporto di sabbia e ghiaia dovuto all’approfondimento del fondale marino del Mar Tirreno, modificano la costa, e creano i laghetti salmastri di forma sempre mutevole. La spiaggia che li contiene e la caratteristica lingua che li fronteggia protesa verso il Golfo di Patti, si estende per circa 2 chilometri verso est, è costituita da sabbia fine di un bianco quasi abbagliante. Una parte della spiaggia si trova inserita all’interno della Riserva Naturale Orientata dei laghetti di Marinello ed è l’ambiente preferito di diversi uccelli migratori. In lontananza si vedono le Isole Eolie e capo Milazzo, la catena dei Peloritani e dei Nebrodi con l’inconfondibile Rocca Salvatesta. La spiaggia è bagnata da un bellissimo mare trasparente e cristallino che offre un alternarsi di fondali più o meno profondi. I Laghetti di Marinello sono uno dei luoghi più suggestivi della Sicilia, nella Riserva si contano solitamente quattro laghetti principali di acqua salmastra, alcuni situati più a ridosso della rocca, come il Marinello , il Mergolo della Tonnara, che abbiamo parzialmente costeggiato, e il Lago Verde. Gli altri, ubicati più vicini alla costa, come il Lago fondo porto e il Lago porto vecchio,di cui abbiamo fatto il giro,sono più soggetti a variazioni repentine e talvolta a prosciugamento. Tuttavia, il loro numero e la loro forma può fluttuare, con alcuni laghi che si formano o scompaiono a seconda della stagione e possono variare nel corso degli anni. Camminando a gruppetti o singolarmente, intorno alle 10,40 siamo arrivati alla estremità est di Punta Marinello , a 3,5 chilometri dalla partenza. Da questo punto si è letteralmente in mezzo al mare e si gode uno splendido panorama a 360 gradi. Fatte le foto di gruppo con lo sfondo di Rocca Salvatesta, siamo tornati lentamente indietro. Serena ha cominciato a raccogliere pezzi di plastica spiaggiati dal mare o abbandonati da incivili e, poco per volta, anche gli altri si sono aggiunti alla meritoria attività riempiendo una mezza dozzina di buste di rifiuti. Alberto Arena ha contribuito alla raccolta,ma a un certo punto ha cercato altro ed è stato fotografato da Teresa con un prosciutto in mano. Arrivati al parcheggio abbiamo verificato che la distanza coperta era di circa 6 chilometri per cui ci siamo diretti verso Oliveri camminando sul lungomare fino ad arrivare all’estuario del torrente Elicona per poi tornare indietro. Lucia ha affrontato il percorso con fatica, sofferente per una tallonite che l’ha notevolmente rallentata, supportata però dalla presenza di Antonella che si è adeguata al suo passo e ,una volta arrivata al torrente, Teresa ha fatto un pronto intervento con l’Arnica. Negli ultimi anni il lungomare è stato interessato a diversi lavori di riqualificazione, con l’installazione di statue e altro, ma purtroppo cominciano a notarsi i segni della carente manutenzione e delle ignobili azioni dei vandali del luogo. Tra gli interventi di valorizzazione rientra il progetto avviato dal Comune per proteggere e rendere fruibile un antico palischermo della tonnara. I lavori, affidati nel corso di questa primavera, dovrebbero concludersi entro la fine dell’anno e prevedono la realizzazione di una struttura di copertura in legno lamellare con ampie vetrate e c’è da augurarsi che la lodevole iniziativa si concluda nei tempi previsti e sia effettivamente utilizzabile nei prossimi anni. Intorno alle 13,00 , dopo avere percorso circa dieci chilometri, siamo tornati alle macchine e Teresa, utilizzando un tavolino in un ristorante adiacente , prenotato da Alberto A. e Pippo F., ha iniziato i test conclusivi mentre Filippo, coadiuvato dal neo cronometrista Antonio, si è occupato del rilievo dei tempi di marcia dei partecipanti. Gli avventori seduti al tavolo vicino a quello di Teresa hanno iniziato a farle diverse domande, incuriositi da quello che stavano vedendo e hanno voluto sapere di noi e della nostra impresa esprimendo ammirazione per quanto avevamo fatto. Tutto è stato molto bello fino a quando la proprietaria del locale non le fece un cazziatone e la costrinse a sgomberare il tavolo (come al solito Filippo era stato poco chiaro e non le aveva spiegato che avremmo dovuto fare test) e cosí si ritrovò a testare gli ultimi 3 o 4 partecipanti, sul ciglio della strada come un’accampata. Alla conclusione dei test, in ordine sparso, siamo rientrati casa, mentre Teresa, poco prima delle 15,00, ha completato il suo prezioso lavoro.
RIFLESSIONI CARMELO GERACI Ciao Albertone. Intendevi così: “Il trekking “Da Abakainon per un trekking stellare” nasce da un’idea semplice e quasi rivoluzionaria: camminare insieme senza lasciare indietro nessuno. Filippo, mente organizzativa e anima scientifica del gruppo, ha trasformato cinque giorni di sentieri in una sorta di esperimento umano a metà tra il pellegrinaggio e il congresso di fisioterapia. Ogni passo veniva monitorato, ogni dolore classificato, ogni respiro quasi schedato. Più che escursionisti, a tratti sembravamo cavie molto motivate. Eppure, sotto numeri, test e parole misteriose come “gait speed” e “Borg CR10”, c’era qualcosa di molto più semplice: il desiderio di capire cosa succede a un gruppo di persone quando decide di condividere fatica, silenzi e paesaggi per più giorni consecutivi.
La base operativa era Tripi, piccolo paese sospeso tra montagne e mare, dove il tempo sembra essersi fermato e dove gli abitanti sono così pochi che probabilmente si salutano tutti per nome… compresi i cani. Da lì, ogni giorno si partiva per nuovi percorsi tornando poi “alla base”, come un manipolo di esploratori un po’ stanchi e molto affamati.
Il primo giorno è stato un’immersione lenta nel territorio: museo archeologico, castello, racconti di antiche città scomparse e panorami talmente belli da costringere anche i più allenati a fingere soste fotografiche per riprendere fiato. Tra reperti greci, leggende medievali e archeologi appassionati, il gruppo si muoveva compatto con quell’andatura tipica dei trekking collettivi: davanti quelli che “andiamo piano”, dietro quelli che “ma non era una passeggiata?”.
La natura, come sempre, alternava meraviglia e ironia. Sentieri invasi dalle ortiche, ponti improbabili, boschi silenziosi, grotte mistiche rovinate da un traliccio dell’Enel piazzato lì come un promemoria della modernità. Ovunque comparivano segni di un passato remoto e di un presente distratto: muri a secco, palmenti rupestri, ma anche copertoni e plastica abbandonata, perché l’essere umano riesce a lasciare traccia di sé persino nei posti dove il silenzio avrebbe meritato rispetto.
Eppure il senso del cammino stava altrove. Non nei chilometri percorsi, né nei dati raccolti dalla diligente Teresa — ormai integrata nel gruppo al punto da riuscire a misurare parametri vitali mentre qualcuno chiedeva dove fosse il pranzo a sacco — ma in quella strana trasformazione che avviene dopo ore condivise sulla strada. Camminando insieme, le persone smettono lentamente di rappresentare se stesse. Spariscono ruoli, professioni, abitudini. Restano il passo, la stanchezza, le battute scambiate per alleggerire una salita e quel modo spontaneo di aspettarsi a vicenda senza bisogno di dirlo.
C’era chi controllava Google Maps come un navigatore dell’Ottocento, chi spariva in “avanscoperta” convinto di aver trovato la via mistica e chi, più saggiamente, cercava solo un punto d’ombra. Alla fine però il gruppo si ricomponeva sempre, magari davanti a un caffè o a un piatto di busiate al pistacchio, con la soddisfazione silenziosa di chi ha condiviso qualcosa che non si misura in metri di dislivello.
Perché dopo alcuni giorni di cammino accade una cosa curiosa: il paesaggio entra dentro le persone e le persone entrano nel paesaggio. Le distanze si accorciano, i ritmi rallentano, perfino i silenzi diventano confortevoli. E si scopre che il vero lusso non è arrivare in cima, ma avere qualcuno accanto con cui commentare il panorama, lamentarsi delle ortiche o ridere della propria stanchezza.
Così, tra castelli arroccati, paesi quasi vuoti, cieli improvvisamente nuvolosi e partite serali di burraco combattute con più agonismo di certe spedizioni himalayane, il trekking è diventato qualcosa di più di una semplice escursione: un piccolo esercizio di umanità condivisa. Un modo per ricordarsi che camminare insieme, per giorni, significa soprattutto imparare il ritmo degli altri. E forse anche il proprio. PIPPO FINANZE Dopo aver letto la bozza del primo giorno di Trek dell’Abakainon ,molto lunga e dettagliata, redatta dal nostro evergreen Alberto Borgia, la prima sensazione che ho provato e’ di grande stupore ed anche un po’ di invidia per la grande capacità che ha il nostro Alberto nell’incamerare una miriade di dettagli e farli rivivere a distanza di diversi giorni con un entusiasmo encomiabile. Quindi caro Alberto posso solo aggiungere qualche mia considerazione di valore strettamente personale. Il ricordo che porto con me e’ abbastanza simile a quanto provato l’anno scorso col trekking”sentiero dei briganti”. Un grande senso di appagamento nel sentirmi parte di una cerchia di persone che scelgono di ritagliarsi una piccola parte del loro tempo per scoprire il piacere di fare delle cose molto semplici: camminare,sopportare la fatica, scoprire il valore culturale di tanti luoghi, e perché no farsi anche delle crasse risate quando c’è l’opportunità di farle. Un grazie di cuore va a chi ha contribuito alla realizzazione di questa esperienza e un incoraggiamento a programmarne altre. PIPPO CARAUDDO È perfetta. Congratulazioni per l’accuratezza delle informazioni fornite. Potresti soltanto aggiungere che ringrazio cordialmente tutto il gruppo che mi ha cordialmente accolto e Teresa Pintaudi per la sua professionalità. Vorrei soltanto evidenziare che sono stati cinque giorni bellissimi, in mezzo a magnifici paesaggi ricchi di storia e trascorsi in ottima compagnia. Grazie per la cordiale accoglienza e… un forte abbraccio collettivo. FILIPPO CAVALLARO Sono stato molto soddisfatto dal fatto che le visite, le prove, i test e tutto quanto veniva richiesto per dare valore allo studio scientifico è stato accolto con curiosità ma soprattutto con attenzione e meticolosità. Abbiamo percorso nuove strade, che non pensavamo fossero finti sentieri, le abbiamo affrontate con attenzione, in sicurezza, e consapevolezza, per cui ognuno ha fatto sempre il massimo. Teresa è stata brava a farsi voler bene pur pretendendo il rispetto di km, orario test, precisione nelle esecuzioni. La gente di Tripi è stata accogliente ed anche gli amici di Montalbano e Novara di Sicilia. Aspettiamo che i dati clinici e le valutazioni delle performance motorie ci dicano qualcosa di interessante per noi, ma soprattutto di utile per lo studio scientifico che l’equipe di geriatria di Unime ed il gruppo di studio di fisioterapia a cui afferisce Teresa declineranno in pubblicazione scientifica. ALBERTO ARENA Le mie personali riflessioni su questa esperienza di trekking pluriquotidiano sono assolutamente positive ed articolo meglio quanto scritto: possibilità di dialogare con ottime persone durante i vari percorsi (ma questo è lo spirito della Re Colapesce) Luoghi suggestivi che solo il trekking ti consente di percorrere partecipazione al primo studio scientifico internazionale sull’efficienza del corpo in soggetti over 65 anni (batteria di test prima e dopo ogni singola escursione) l’albergo Rosa dei Venti di Tripi che ci ha ospitato: una location di buon livello con una cucin di altissima qualità: lo chef ogni sera si superava proponendo agli stremati avventori pietanze da cucina stellata. ANTONIO ZAMPAGLIONE Ripeto quello che ho detto l’anno scorso. Il cammino condiviso crea legami sottili,invisibili ,ma forti e duraturi, perché camminando si condivide un po’ della nostra anima con i nostri compagni. Più si cammina nel silenzio più il legame è forte. Mi dispiace solo non aver potuto condividere tutto il cammino quest’anno. ANTONELLA ROTONDO La novità del percorso a stella ha creato in me fiducia nell’affrontare il Cammino di Abacena, riuscendo a completare quasi tutti gli itinerari nonostante le mie precarie condizioni di salute.Per prudenza e spirito di responsabilità verso il gruppo e mio marito, ho preferito evitare l’ascesa alla Rocca di Novara e il ritorno per altra via tra la fitta nebbia. L’organizzazione impeccabile — caratterizzata da un’accoglienza alberghiera di alto livello, il cibo ottimo e la totale assenza di pensieri legati alla gestione domestica — ha fatto sì che dedicassi tutte le mie risorse fisiche e mentali alle attività recolapescine”. Il clima di condivisione/competizione con gli altri partecipanti ha rappresentato un incentivo fondamentale per riuscire ad arrivare fino in fondo. E’ stato uno sforzo enorme per il mio fisico, ma altrettanto grande la soddisfazione. Sono in curiosa attesa per i risultati dei test. Vorrei ringraziare quanti si sono spesi per realizzare tutto al meglio. ANGELA GIUFFRIDA Riflessioni abakainon Non so per quale istinto o forse si, sono una donna che una dote se la riconosce, il sesto senso. Quel senso che ti spinge ad andare anche se non sai dove andare. Non certezze ma scoperte. Senza pregiudizi né riserve , né aspettative. Solo andare. Fu così che quando ho visto la pubblicazione dell’evento Abakainon, non ho neanche riflettuto un attimo, ho dato la mia adesione in totale leggerezza ed esattamente come sempre mi succede, in procinto di partire vorrei solo restare. Lì dove sono sempre stata. Ho pure inventato una scusa per restare o perché qualcuno mi dicesse che non potevo andare. Ho rifiutato di partecipare allo studio che ha coinvolto il gruppo per intero. E loro mi hanno accettata comunque. Niente da fare… non potevo esimermi dall’organizzare un trolley con tutte le cose inutili che uso portarmi dietro e come al solito tralasciando le utili. Con tutto l’impegno del mondo, sempre così mi riesce. A dare il colpo di grazia fu Giusy Mandraffino, una giovane quasi sessantenne in pensione, pronta ad accogliere tutte le anime del purgatorio e pure dell’inferno la quale mi propone un posto in macchina con lei e la sua cagnolina. Mi ha intrappolata! 😂 Conoscevo solo pochissime persone al momento dell’arrivo. Marcello, autorevole, proprio presidenziale ma con due occhi color del mare che non potevano mai rappresentare la bufera che fino ad ora mi dava ad intendere. E poi, Filippo. Cavolo! Filippo mi stava antipatico a pelle. Non so perché ma mi stava antipatico😂 forse, a pensarci bene, in conseguenza di un evento trappola proposto una sera alle quattro strade. Premesso ciò, solo per aiutare a capire quanto i pregiudizi possono farci perdere opportunità. Se fossi rimasta attaccata ai miei pregiudizi mi sarei persa un’opportunità bella, piacevole, rilassante, e soprattutto di buona energia. Il gruppo che si è creato, il rispetto dei bisogni di ognuno, la conoscenza delle persone al di là di quello che vedi a vista d’occhio, le coccole di Giusy ( mi ha persino fatto un massaggio, a me , capite? A me che pure le fusa del mio gatto non so come gestire!😂 ) e quindi??? Alla fine di una piacevole vacanza che a mio avviso ha coinvolto corpo e spirito mi sono ritrovata con un bagaglio pieno non di cose inutili ma dentro ci ho messo un Filippo rivalutato, bravo, attento, e sono stata persino attenta e contenta alle sue storie cantate! Ho capito che ognuno aveva una dote personale e che tutti insieme ne facevano uno eccezionale. Ringrazio tutti per l’opportunità e il rispetto ricevuto. Anche per i kumquait offerti durante il cammino😂😂😂 Finché si va insieme nessuno si perderà mai. Buon cammino a tutti voi STEFANIA DAVÌ Terza esperienza di cammino con la mitica ReColapesce. All’inizio ero un po’ scettica sulla modalità di quest’anno perché a me piace molto svegliarmi ogni giorno in un posto diverso ma questa era comunque un’altra storia e come tale l’ho vissuta. Nonostante preferisca i gruppi poco numerosi sono stati tutti ottimi compagni di viaggio. In particolare sono contenta di aver approfondito qualche conoscenza, una tra tutte Giusy, sono contenta di aver partecipato a questo “esperimento” e di aver conosciuto Teresa ma non è stato il mio cammino preferito. ROSALBA FERA Che dire, anche quest’anno ho potuto partecipare a un cammino di cinque giorni, in luoghi meravigliosi e finora sconosciuti, ma la cosa meravigliosa che si rinnova ogni volta è la voglia di camminare insieme, la solidarietà, la bellezza di ogni passo che condividi con i tuoi amici, le riflessioni che fai, il riunirsi la sera stanchi ma contenti di avere condiviso delle emozioni che tu sai non si ripeteranno mai più. Le emozioni che si vivono sono impossibili da descrivere con le parole, ma mi accompagneranno sempre, i ricordi saranno sempre impressi nella mia mente, come tappe di un periodo felice della mia vita, vissuto con entusiasmo e coraggio. TERESA PINTAUDI Sono partita per questo trekking con lo sguardo e animo da fisioterapista, curiosa di osservare come il corpo si adattasse a cinque giorni di cammino tra i Nebrodi. Sono tornata con qualcosa di molto più prezioso, e che i “dati raccolti” non riusciranno a comunicare.
Ciò che mi ha colpito maggiormente è stata la straordinaria caparbietà dei partecipanti. Quasi tutti over 60, molti già in pensione, ma con un’energia e una determinazione che hanno saputo ribaltare molti stereotipi. In particolare, uno di loro mi ha lasciata senza parole: sembrava instancabile. Ogni volta che si presentava l’occasione, proponeva di allungare il percorso, esplorare un sentiero in più, raggiungere una vetta aggiuntiva. Aveva l’animo dell’esploratore, mosso da una curiosità inesauribile. Osservandolo camminare avrei immaginato una persona priva di qualsiasi problema muscoloscheletrico; conoscere la sua anamnesi e leggere i suoi referti raccontava invece una storia completamente diversa. È stato uno dei promemoria più concreti di quanto una persona non possa essere definita dalle immagini diagnostiche o dalla sua storia clinica.
Adattarsi a un’esperienza come questa non è mai semplice. Ogni giornata porta con sé imprevisti, fatica e la necessità di trovare nuove soluzioni. Eppure il gruppo ha dimostrato uno spirito di collaborazione straordinario. Forse gli anni vissuti nello scoutismo hanno lasciato un segno profondo; vedere quel senso di appartenenza trasformarsi in gesti concreti è stato davvero emozionante. Ricordo una partecipante che ha incontrato qualche difficoltà durante una discesa particolarmente ripida: senza esitazione, gli altri si sono fermati, l’hanno sostenuta e accompagnata fino alla fine del tratto più impegnativo. Potrebbe sembrare un gesto semplice, quasi scontato, ma viverlo in prima persona ha avuto un valore enorme.
Anche il clima che si respirava ha reso questa esperienza speciale. C’era leggerezza, entusiasmo e una sorprendente capacità di affrontare gli imprevisti con serenità. Se un sentiero risultava impraticabile o sorgeva un problema, nessuno si lasciava scoraggiare: si prendevano i telefoni, si studiava una nuova traccia e si ripartiva. Sempre con il sorriso.
Da fisioterapista credo profondamente nel valore del movimento. Dopo questi cinque giorni, però, porto con me una convinzione ancora più forte: il movimento non è soltanto esercizio fisico. È scoperta, condivisione, fiducia nelle proprie capacità e nelle persone che camminano accanto a noi. Questo gruppo mi ha ricordato che l’età anagrafica racconta molto meno di quanto facciano la curiosità, la voglia di mettersi in gioco e la forza di affrontare insieme ogni passo del cammino. Che dire, sono partita per osservare come il trekking avrebbe cambiato loro e sono tornata accorgendomi che, in parte, questo magnifico gruppo e questa esperienza avevano cambiato anche me.




