Appuntamento all’Immacolata alle 8,15.
Presenti: Marcello Aricò, Filippo Cavallaro, Tonino Seminerio, Carmelo Vadalà, Giulio Barone, Giovanna Mangano, Gabriella Panarello, Antonella Zangla, Manuela Scarcella, Eros Giardina, Giuseppe Spanò, Katia Parisi, Antonio Zampaglione, Caterina Iofrida, Anna Scannapieco, Domenico Delia, Alberto Borgia, Mariella Brancati, Maria Adornetto, Teresa Oliveri, Loredana Crimaldi, Alma Raniolo, Rossana Gardelli e, per la prima volta,Dino Calderone,Domenico Calapai,Doriana Misuri, ,Roberto La Rocca,Maria Grazia Giorgianni, Gaetano Citto.
Alle 8,20 è arrivato il pullman di Ferro ( da 39 posti) con a bordo Nando Centorrino e Angela Trimarchi.
Telefonata a Silvia Polito, che risultava iscritta (ma che ha detto di non averlo fatto) e
partenza alle 8,30 , arrivo a Brolo alle 9,30 veloce passaggio al bar per un caffè e spostamento al castello alle 9,55, accoglienza del tamburino in costume e della guida, avvocato Germanà.
Il Castello di Brolo, la cui costruzione risale al X secolo d.C., è situato su un incantevole promontorio a picco sul mare e domina il borgo sottostante con la sua magnifica torre in pietra arenaria realizzata nel 1094, un anno prima di quella di Caccamo.
L’edificio, in epoca normanna, era conosciuto con il nome Voab, che significa “Rocca marina“, in virtù della sua posizione geografica e strategica.
Del complesso originario del Castello resta solo la cortina muraria, i due portali di accesso ed una corte sistemata a giardino con un pozzo esagonale, il tutto sormontato dalla mole della torre medioevale, che si eleva per quattro livelli culminando in una terrazza merlata.
Il castello fu ambita sede di nobili, oltre che residenza della Principessa Bianca Lancia, moglie dell’Imperatore Federico II e madre di Manfredi Re di Sicilia.
Originariamente le torri erano intonacate e pitturate di bianco e la loro funzione principale era quella di avvistamento e difesa dalle incursioni barbaresche .
I primi tre piani della torre sono caratterizzati da ambienti unici, con il piano seminterrato ed il primo piano con la volta a botte.
Al secondo piano vi è una bellissima sala di rappresentanza, che presenta, contrariamente alle altre, una volta a crociera che si chiude con lo stemma dei Lancia di Brolo. Questo è l’unico piano a possedere aperture su ogni lato, oltre ad avere, sul lato esposto a est, una porta che immette su un monumentale balcone panoramico.
Nella sala seminterrata si trova il Museo della pena e della tortura che rappresenta un agghiacciante viaggio tra gli strumenti di esecuzione capitale e di tortura ed è una testimonianza di quanto l’uomo sia capace di escogitare per infliggere dolore e sofferenza ai propri simili e si prefigge lo scopo di fare riflettere su uno degli aspetti peggiori della natura umana.
La tortura, ancora esistente in varie parti del mondo, ampiamente presente fin dall’antichità e presso tutte le culture, è un metodo di coercizione fisica o psicologica, inflitta con il fine di punire o di estorcere delle informazioni o delle confessioni.
L’associazione che gestisce la struttura è impegnata con Amnesty International nelle campagne contro la tortura e la pena di morte.
La nostra guida ci ha parlato della Inquisizione , nata in Spagna, dove c’era il Grande Inquisitore Torquemada, e portata a Palermo dove operò dal 1487 al 1782, principalmente nel Tribunale di Palazzo Chiaramonte-Steri.
L’obiettivo primario era monitorare gli ebrei convertiti al cristianesimo (“marranos”) e i musulmani convertiti (i “moriscos”) per assicurarsi che non praticassero segretamente le loro vecchie fedi.
Successivamente la funzione del tribunale, che aveva un proprio codice di procedura molto dettagliato, si estese a perseguire altri reati considerati contro la fede cattolica, come stregoneria, bestemmia, blasfemia, bigamia e protestantesimo.
La confisca dei beni era una punizione comune per reati come l’eresia, il giudaismo, la stregoneria e la bestemmia e una volta emessa una sentenza di condanna, il tribunale poteva disporre la confisca dei beni dell’imputato, che per sfuggire alle torture spesso ammetteva la propria colpa, e quindi i suoi beni venivano poi acquisiti dal patrimonio dell’Inquisizione o dello Stato.
Palazzo Steri ospitò le prigioni dell’Inquisizione a Palermo dove venivano detenuti, torturati e condannati prigionieri come eretici, bestemmiatori e presunte streghe.
Le celle sono coperte di graffiti e disegni realizzati dai prigionieri, un’inestimabile testimonianza del loro dolore e della loro creatività.
L’Inquisizione in Sicilia fu abolita nel 1782 , dopo quasi 300 anni , dal viceré Domenico Caracciolo.
Gli strumenti di tortura, morte e scherno raccolti nella sala provengono da diversi luoghi o sono stati ricostruiti fedelmente partendo da descrizione e disegni e sono suddivisi per epoche storiche, per tipologia d’uso e di costruzione.
E’ possibile osservare la Gogna o berlina, considerata una pena lieve, che costituiva un ammonimento per l’interessato ed un esempio per gli altri. Era riservata ai mentitori, ai ladri, agli ubriaconi e alle donne litigiose.
La Garrota,usata fino al 1975 nella Spagna del Generale Franco per l’esecuzione di uno studente universitario, lo Schiacciatesta, la Sedia Inquisitoria, con la seduta e i braccioli irti di chiodi su cui il condannato veniva legato accendendo sotto un braciere , la Forcella dell’eretico costituita da due piccole forche che venivano fatte penetrare sotto il mento e sopra il petto, l’inginocchiatoio per i preti, il pendolo e la scala di stiramento, la gogna doppia , chiamata Violone delle Comari, usata per le comari linguacciute,la Cicogna della storpiatura, oggetto che immobilizzava con dei cerchi il collo tenuto stretto ai polsi e alle caviglie, la Culla di Giuda strumento di crudeltà sofisticata che infliggeva sofferenze indicibili al condannato che veniva interrogato in presenza di un medico e di un notaio. Il primo aveva la funzione di fare interrompere la tortura se c’era rischio di morte e il secondo di verbalizzare le dichiarazioni del malcapitato fino alla confessione del reato.
Il Museo espone nella sua collezione le Maschere di schernimento, dispositivi che oltre che rendere ridicoli con la loro forma, occludevano naso e bocca.
Anche nella sala al primo piano, dedicata alle fortificazioni costiere, ci sono altri strumenti di tortura, quali il Piffero del baccanaro, la Botte dell’ubriacone, il Cavallo spagnolo e di scherno, quale l’asinello su cui veniva fatto sedere l’alunno discolo.
Qui vivevano i tre o quattro soldati che formavano la guarnigione. Il numero così limitato era dovuto all’alto costo di mantenimento.
La loro funzione era quella di avvistare e segnalare l’arrivo dei pirati, mentre la difesa del territorio era affidata alla bassa forza, cioè ai contadini, ai mercanti e ai popolani del luogo.
Al secondo piano della torre, aggiunto in un secondo tempo e raggiungibile per mezzo di una caratteristica scala a chiocciola, si trova la bellissima sala di rappresentanza con il balcone panoramico, dal quale è possibile ammirare un tratto della Costa Saracena in direzione di Messina. Il balcone una volta non esisteva e in quello spazio c’era la cappella privata del Signore.
Al balcone del Castello di Brolo è legata la leggenda di Maria La Bella, figlia di Francesco I.
La principessa era solita aspettare affacciata al balcone il suo amante che sopraggiungeva dal mare. Lo spasimante, una volta raggiunta la torre, si aggrappava alle lunghe trecce dell’amata per raggiungerla in segreto. Il fratello di Maria, accortosi di quanto accadeva, tese però un agguato al giovane, aspettandolo sullo scoglio antistante il Castello e ferendolo a morte. La principessa attese invano per lungo tempo il ritorno del suo amato fino a morire di dolore.
Si dice che il fantasma della principessa appaia ancora di notte e, a seconda delle condizioni meteorologiche auguri ai pescatori buona fortuna o li avverta del pericolo di una burrasca.
Oltre a questa leggenda, in questo luogo si è svolto un fatto storico, avvenuto a metà del 1500, avente come protagonisti un sanguinario pirata, Coluccio Barbarossa e il marchese Girolamo Lancia.
Un giorno il marchese si diresse con la sua nave, per una battuta di pesca, verso le isole Eolie ,ma venne intercettata dal pirata che la assalì, catturò l’equipaggio e condusse il marchese in Barberia dove rimase prigioniero per tre anni ,fino a quando fu pagato un riscatto di 30000 scudi e tornò libero a casa.
Il marchese però, che non era un fesso, non si rassegnò e decise di vendicarsi.
Studiò un piano,si travestì da mercante e con alcuni uomini fidati armò una nave caricandola di stoffe e merci preziose e fece rotta per la Barberia dove approdò.
Con un inganno riuscì a fare salire a bordo la figlia e la moglie di Coluccio e salpò per tornare in Sicilia.
Qui però le cose presero una piega imprevista perché la giovane figlia di Coluccio si innamorò del marchese e, convertitasi al cristianesimo, i due si unirono in matrimonio.
Da queste nozze derivò un nuovo ramo della dinastia che prese il nome delle Lance Spezzate o delle Barbe Rosse.
Nella sala c’è un modellino in scala della fortezza.
Qui soggiornò nel 1800, per diversi mesi, il poeta Carl Grass, amico di Goethe, che scrisse poesie su Brolo il cui nome deriva da ” giardino fiorito”.
Nei pavimenti dei piani ci sono botole che un tempo erano collegate con scale in legno e quella inferiore immetteva in un passaggio segreto che arrivava a mare e che fu modificato in cisterna di raccolta dell’acqua..
Con l’avvento della polvere da sparo il castello perse la sua funzione difensiva e divenne luogo di residenza.
Nella sala sono raccolte armi usate dai difensori ,quali alabarde, tridenti, spade, spadoni a due mani e una daga, arma più corta di una spada e più lunga di un pugnale.
Ci sono celate e armature di epoca normanna ( ricostruite nel 1700).
Sulle pareti ci sono gli stemmi araldici di varie famiglie nobiliari delle nove province siciliane, tra cui quella della famiglia di Lucio Piccolo di Calanovella, cugino di Tomasi di Lampedusa, grande erudito enciclopedico e poeta.
Nella sala è ricordato lo sbarco americano a Brolo del 15 agosto 1943 e la successiva cruenta battaglia contro i tedeschi in cui morirono 100 soldati per ogni schieramento. In quella occasione gli americani bombardarono la torre perché ritenevano, erroneamente, che fosse la sede del comando tedesco
La visita del castello è finita alle 11,10.
Dopo la foto di gruppo siamo tornati al pullman passando per le caratteristiche e ben curate stradelle del centro storico dove non circola nessun veicolo.
Partenza alle 11,40 verso il piccolo centro di San Salvatore Fitalia, raggiunto alle 12,18 ,quando la chiesa madre, che ospita pregevoli opere di Gagini, era già chiusa.
Filippo durante il tragitto ci ha parlato della bellissima ninfa Fitalia che, concupita, si rifugiò con il suo seguito sulle montagne della zona portando con se un tesoro che non è stato ancora trovato.
Breve sosta alla terrazza panoramica .
Nel centro storico di San Salvatore di Fitalia è stato creato qualche anno fa un interessante percorso di sculture in ferro battuto che trattano varie tematiche dalla mitologia alla religione, ma a prescindere dal soggetto rappresentato, queste opere, realizzate da artisti di tutta Europa, sono interessanti ricerche d’arte contemporanea sulle potenzialità tecniche ed espressive del ferro.
Alle 12,35 nuovamente sul pullman che ci ha lasciati a qualche centinaio di metri dalla meta. Arrivo al ristorante La vedetta dei Nebrodi,al n.101 di contrada Bufana, dove ci aspettavano, alle 13,05 e preso posto in due lunghi tavoli.
Il menù prevedeva un antipasto con salumi e formaggi e la qualità dei prodotti era buona, come prodotti cucinati c’erano solo un buon formaggio fritto ,zippole non particolarmente significative e zucca gialla scialba e insipida.
Il primo piatto, tagliatelle ai funghi, è stato una delusione per tutti: le hanno servite in larghi e profondi piatti, ma la quantità era insufficiente, la cottura della pasta incompleta, mancava di sale e di funghi c’era solo ‘u ciauru, perchè erano pochi e conditi male e anche l’altro assaggio di maccheroni al sugo aveva buoni margini di miglioramento.
I tempi di attesa tra una portata e l’altra sono stati snervanti e solo la piacevole compagnia ha reso sopportabile il disservizio, c’era solo una giovane ragazza, saltuariamente aiutata da un uomo, che doveva servire i commensali che occupavano tutti i tavoli della sala e qualcuno anche fuori.
Dopo quasi tre ore ,intorno alle 16,00, siamo usciti per ascoltare la cantata a tema composta da Filippo sul principe dei Nebrodi: il suino nero, che ha vissuto indisturbato per secoli in queste vallate, senza particolari antagonisti naturali, fino a quando l’uomo ha cominciato ad apprezzare le sue carni che ha portato sia a una caccia spietata che a un tentativo fallito di allevamento in spazi angusti e insufficienti, tanto che adesso viene allevato in grandi estensioni di terreno recintato che gli consentono di avere una relativa libertà.
Dopo l’esibizione sono stati serviti , ai tavoli esterni, la frutta ( mandarini e qualche ficodindia), il dolce ( cannoli alla ricotta e crostata di arance) ed il caffè .
Finalmente alle 17,00, all’imbrunire, abbiamo lasciato il ristorante con la determinazione di non metterci mai più piede.
Il programma prevedeva il trasferimento a San Marco a partire dalle 15,00, ma data l’ora si è deciso di cambiarlo e, accogliendo una proposta di Giulio, ci siamo diretti al porticciolo di Capo d’Orlando dove siamo arrivati alle 18,00 circa. Abbiamo fatto un breve giro nel marina, dove abbiamo potuto apprezzare i lavori eseguiti per realizzare una struttura di alto profilo estetico che si estende su oltre diciotto ettari e che si contraddistingue per le sue infrastrutture ispirate alla bioarchitettura e per l’offerta di servizi di eccellenza. Molto bella una grande sala con numerose piante esotiche, sconosciute alla maggioranza di noi.
In questo luogo, come informano i cartelli esplicativi, si possono ammirare le “Cave del Mercadante”, intagli dalle forme circolari realizzati nella pietra arenaria che affiorano dall’acqua. Il diametro dei solchi che generano questi grossi dischi lapidei varia da uno a due metri e entra in profondità per circa dieci centimetri. La funzione di questi dischi resta ancora oggi ignota e si presume che provengano dalle estrazioni di macine per i frantoi.
La serata ,con clima primaverile, ci ha permesso una piacevole passeggiata. Alle 18,40, tornati in pullman, siamo ripartiti per Messina dove siamo arrivati alle 19,45..


