Re Colapesce

Diario di bordo

Via Francigena. Secondo giorno

21 aprile sole a Cammarata
Secondo giorno
Sveglia a partire dalle 6,30 dopo una notte abbastanza tranquilla, nonostante il “concerto” per trombone e contrabbasso . Colazione buona, consumata nella cucina del B&B. Alle 8,15 abbiamo lasciato il Balcone sui Sicani e siamo usciti per andare a comprare qualcosa da mangiare al bar Sicilia prima di intraprendere il cammino. Stefania, Giuseppe
ed Alberto hanno fatto una deviazione fino alla torre del castello, dove si trova il Museo etnografico, ma era chiuso. La strada che conduce alla torre passa davanti al Municipio è curata e piena di foto che rappresentano vari punti specifici del circondario. Come detto ieri il paese ci ha colpiti per la cura, la pulizia e l’attenzione posta dai cittadini per rendere accogliente il bellissimo borgo.
Alle 8,50 circa, dopo aver acquistato un pezzo di schiacciata e fatta la foto di gruppo davanti al cartello della sesta tappa a San Giovanni Gemini, abbiamo imboccato la via Francigena da San Giovanni Gemini a Sutera.
La descrizione particolareggiata del percorso è alle pagine 73 e 74 della guida.
Su una originale scalinata dipinta, in prossimità di un belvedere, Marcello, Antonio e Giuseppe si sono fatti fotografare prima di attraversare il paese.
Seguendo la segnaletica, dopo meno di un chilometro, siamo arrivati ad un incrocio, non segnalato adeguatamente, ed abbiamo preso la strada a sinistra, in leggera salita per un centinaio di metri, che poi prosegue per circa due chilometri in ripida discesa mettendo a dura prova le ginocchia dei Pellegrini. La strada, con il fondo a volte sconnesso, attraversa campi coltivati a seminativo, oliveti e frutteti ben tenuti, costeggiando la rete fognaria che confluisce nel depuratore a fondo valle e attraversa la contrada Cultrera dove si trova l’oleificio Guarino.
Sulla sinistra incombe una grande cava e alle spalle si erge il monte Cammarata con le numerose antenne dei ripetitori. La discesa è stata allietata dai racconti delle esperienze fatte da Antonio quando faceva le guardie mediche in Aspromonte e dei personaggi straordinari che ha conosciuto, come Don Ciccio, inventore di un sistema capace di sfruttare la voce per produrre energia elettrica e di un pastore che aveva inventato un siero antitumorale con un procedimento altamente scientifico.
Alle 10,15 abbiamo superato un breve guado e poco dopo, costeggiando un appezzamento di terreno chiuso da una rete, all’interno del quale pascolavano una cavalla con il suo puledrino siamo arrivati all’ingresso della Tenuta Barno, una grande azienda agricola zootecnica casearia con uno stazzo pieno di pecore, un paio delle quali imoegnate in un combattimento.
Alle 10,27 abbiamo incrociato la vecchia strada PA-AG dove c’è un cartello della MVF che indica a destra la direzione per Acquaviva Platani distante 6,05 chilometri. Proseguendo per un paio di chilometri su questa strada, che a sinistra costeggia la ferrovia Agrigento Palermo e a destra una serie di grandi aziende agricole, siamo arrivati alle 11,00 al passaggio a livello in prossimità del quale ci sono i vecchi magazzini del sale della miniera di Sutera.
Aspettando l’arrivo degli altri, Giuseppe ed Alberto hanno dato un’occhiata a quello che resta dei vecchi edifici,ormai fatiscenti e pericolanti. Interessante, da un punto di vista tecnico, la struttura con tutti i levismi dell’impianto di pesatura dei carri ferroviari.
Superato il passaggio a livello e scavalcato il fiume su un ponte ci siamo immessi sulla strada statale 189 percorrendola per un brevissimo tratto e prendendo una ripida trazzera sul lato sinistro. Dopo un centinaio di metri, alla fine di un tratto in salita,alle 11,45,abbiamo perso la traccia, anche a causa di lavori di scavo per la posa di tubazioni di grosso diametro. Mentre Alberto seguiva in parte la trincea Giuseppe saliva perpendicolarmente lungo il fianco della collina e dopo una decina di minuti si vedevano distanti un centinaio di metri. Giuseppe quindi procedeva in direzione di Alberto, richiamando contemporaneamente, con ripetuti, acuti fischi “alla pecorara” l’attenzione di Marcello che a sua volta invitava gli altri a procedere sulle tracce di Giuseppe per ricongiungersi alla fine tutti nello stesso punto. Rassicurati da quanto un contadino che con un trattore stava arando un oliveto ha detto ad Alber, abbiamo proseguito su un sentiero aperto dal trattore che ci ha condotto sulla trazzera segnata.
Alle 12,15 siamo arrivati al cimitero di Acquaviva, in contrada Michinese, a 338 m. s. l. m., distante poco più di un chilometro dal paese. Dopo una ulteriore salita siamo arrivati ad un fontanile dove abbiamo riempito le borracce e sostato per dieci minuti e finalmente, alle 12,55 siamo arrivati in piazza Giuseppe Plado Mosca, al centro del piccolo paese di Acquaviva, dove ci siamo fermati per pranzare con quanto acquistato a Cammarata e prendere il caffè nel bar della piazza.
La proprietaria,una ragazza molto cordiale, dopo aver servito il caffè ci ha messo il timbro “Pub Antico Baglio” sulle credenziali. Nel bar c’erano diversi souvenir che ricordano l’Inghilterra e una fotografia della Regina Elisabetta con una scritta di vicinanza alla famiglia reale inglese. Puma (questo è il nome della titolare ) ci ha spiegato che il padre è cittadino inglese e molti paesani, negli anni settanta del secolo scorso sono andati in Inghilterra per lavoro ed hanno conservato un ottimo ricordo di quella nazione.
Dopo la foto di gruppo sotto la torre civica ci siamo spostati ad una villetta situata alla fine del paese e distante poche centinaia di metri dalla piazza. Marcello ha prestato assistenza ad un ragazzo inglese che, insieme al padre sta facendo il nostro stesso percorso, che aveva una abrasione al piede.
Arrivati alla villa comunale, abbiamo scavalcato la recinzione e, stesi sulle panchine, ci siamo riposati dopo l’impegnativa mattinata.
Alberto, invece della siesta, ha approfittato di un abbeveratoio sulla strada per fare un tonificante e rigenerante pediluvio e alle 14:30 abbiamo ripreso il cammino.
Dopo una decina di minuti di strada in salita siamo arrivati ad una cappelletta e poco dopo, alle 14,50,abbiamo scollinato.
Il panorama è stupendo, sul lato sinistro si vedeva i paese di Mussomeli con il castello e, in lontananza, la cima dell’Etna innevata. Nella vallata si vedono una decina di piloni di un viadotto mai completato, esempio classico di opere pubbliche incompiute.
Proseguendo in discesa, dopo poco più di un chilometro, abbiamo intercettato una strada asfaltata e siamo andati verso destra seguendo la freccia della MVF . Ad una biforcazione abbiamo preso il sentiero a sinistra che costeggia il monte, lo abbiamo percorso per alcuni chilometri e alle 15,45 abbiamo superato abbeveratoio a destra, incassato nella parete del monte, dove l’acqua gocciolava da un fitto cespuglio di capelvenere.
Alle 16,10, seguendo il sentiero che si collega a una trazzera proveniente da destra, siamo arrivati alla cappella votiva Serra la Croce, a quota 582 m. s. l. m.
Da qui il sentiero procede prima in discesa e poi in cresta fino ad arrivare, alle 16,30, alla strada provinciale per Sutera. Qui Alberto, arrivato prima degli altri, stava seguendo i segnali della MVF, ma è tornato al resto del gruppo per prendere una scorciatoia che li ha portati, alle 17,00, ad un grande abbeveratoio lungo la strada.
Per evitare di allungare il percorso Giuseppe si è messo in contatto con il titolare del B&B di Sutera che gli ha dato tutte le informazioni necessarie per arrivare e così,dopo un quarto d’ora, alle 17,15,siamo arrivati al B&B “Poggio accogliente”, che non è all’altezza del nome che porta. Al primo piano ci sono due camere da letto con tre letti singoli ciascuna e il bagno in camera, mentre la sala da pranzo, condivisa con altri Pellegrini ospitati in altri B&B dello stesso proprietario, è al piano terra. In una camera hanno preso posto Stefania, Antonio e Marcello e nell’altra Carmelo, Giuseppe ed Alberto.
21 aprile /2
Dopo una doccia rigenerante Stefania, Carmelo, Giuseppe ed Alberto sono usciti  con l’intenzione di  andare a vedere la Madrice e il Museo Etnografico e  visitare il quartiere Rabato, all’estremità del paese. Fondato dagli Arabi intorno all’860 d.C. Il Rabad – termine che sta per «sobborgo» – era un insieme di case dalle mura di gesso abbarbicate le une alle altre, stretti vicoli, locali ipogei, ripide scalinate, bagli e terrazzi e l’intrico di stradine tipico di una casbah araba. Abbiamo incontrato una anziana simpatica signora con la quale abbiamo scambiato due chiacchiere e un signore che ci ha detto che nel periodo natalizio il quartiere diventa un vero e proprio presepe vivente.
Nonostante lavori di riqualificazione la maggior parte degli edifici sono in cattive condizioni e anche se la pavimentazione dei vicoli è stata rifatta, si ha l’impressione di squallore e abbandono.
Sopra il borgo si erge imponente la Montagna di San Paolino: si tratta di una grande roccia monolitica gessosa alta 812 metri sulla cui vetta vi è il santuario omonimo.
Recentemente è stato costruito un orrendo ascensore panoramico per accedere alla cima, ( secondo il proprietario del B&B entrerà in funzione a maggio, mentre la signora che abbiamo incontrato diceva che non è mai stato attivato e non sanno che farne).
Raggiunti da Antonio e Marcello abbiamo continuato a gironzolare in attesa che alle 20,15 venisse a prenderci il proprietario della pizzeria La Pineta che Giuseppe aveva precedentemente informato, come suggerito da Pietro Carrubba, titolare del B&B. Siamo arrivati al Museo, ma era chiuso e quindi, considerato che la temperatura era piuttosto bassa e la stanchezza si faceva sentire ci siamo avviati ai nostri alloggi.
Alberto, rimasto a cincischiare un po’ indietro, si è imbattuto in due Pellegrini che cercavano un ristorante nelle vicinanze in cui cenare, ma purtroppo era chiuso e a questo punto li ha invitati a venire con noi. I due sono uno svizzero, Victor Amacher, psicoanalista in pensione di 75 anni e Peter, un ingegnere meccanico austriaco di 82 anni, ancora al lavoro con la sua ditta di consulenza nel settore delle turbine di impianti idroelettrici, che vive a Zurigo. Ci siamo messi a chiacchierare e abbiamo scoperto che Victor ha girato l’Italia, di cui è innamorato, in lungo e in largo, lo scorso anno, da solo ha fatto il percorso da Gangi a Messina.
Dopo esserci ricongiunti al resto della compagnia, Giuseppe ha richiamato la pizzeria informando che saremmo stati in otto e verso le 20,30 siamo stati prelevati in due tornate e condotti al locale. Il menù a prezzo fisso di 25 euro prevedeva una quantità considerevole di antipasti vari, uno più saporito dell’altro, (tra cui cotiche in umido, davvero squisite) due primi piatti, carne, frutta, dolce e bevande. Tutti abbiamo fatto onore a quanto portato a tavola e i piatti con le pietanze giravano veloci e si svuotavano rapidamente. Alla fine, dopo il digestivo offerto dalla casa, siamo stati riaccompagnati al nostro Poggio per il meritato riposo.
La tappa di oggi è stata piuttosto impegnativa, la salita ha messo a dura prova la resistenza e i muscoli delle gambe, ma ne è valsa la pena. I luoghi attraversati sono bellissimi, le colline, verdi di grano o coltivate con cura ed attenzione offrono allo sguardo del viandante un senso di pace e serenità ineguagliabile. La siccità degli ultimi mesi sta provocando gravi danni alle colture, tanto che Pietro ci diceva che quest’anno c’è il rischio che salti la trebbiatura e alcuni hanno già mietuto le messi per farne foraggio per gli animali.
Il percorso totale, secondo la guida, dovrebbe essere di circa 19 chilometri, il segnapassi di Alberto segnava 26 chilometri, ma è ragionevole pensare che siano stati almeno 23.

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