Escursione a Sicaminò, cascata del Cataolo, Gualtieri del 4 febbraio 2024

Escursione a Sicaminò, cascata del Cataolo, Gualtieri del 4 febbraio 2024

 Escursione a Sicaminò , alla cascata del Cataolo e a Gualtieri . Giornata di sole 
Appuntamento all’Immacolata alle 8,15. Partecipanti:                                                              Tonino Seminerio, Giusy Quartaronello, Alessia Seminerio, Ciccio Briguglio, Francesco Pagano, Antonella Rotondo, Santinella Rotondo, Marcella De Francesco, Simone Cappello,  Pinella Dini, Tuccio Novella, Giuseppe Spanó, Maria De Carlo, Patrizia Olivieri, Angelo Salvo, Katia Tribulato, Luisa Inferrera, Danila Castiglione, Gabriella Panarello, Antonella Zangla, Gaetano Messina, Daniela De Domenico, Rosario Spadaro, Sebastiano Occhino, Teresa Vadalà, Alberto Borgia, Rosalba Fera, Chiara Calarco, Giovanna Mangano  e Carlo De Pasquale (simpatizzante). Composti gli equipaggi abbiamo percorso l’autostrada per Palermo uscendo al casello di Rometta e proseguendo per Gualtieri e per il borgo di Sicaminò dove, alle 9,15, abbiamo parcheggiato davanti alla scalinata che conduce alla cappella annessa al palazzo del duca di Avarna.
Alessia Seminerio, dopo la preescursione del 20 gennaio, ha fatto una ricerca molto accurata sul borgo di Sicaminò e  sul  duca di Avarna e ci ha fornito una serie di interessanti informazioni sulla vita, specialmente privata, del duca Giuseppe Avarna, personalità molto interessante ed originale, morto in un incendio scoppiato nella sua abitazione nel febbraio del 1999. Di seguito, tra virgolette, riporto il testo completo del risultato del lavoro di Alessia.
“Sicaminò è una frazione del comune di Gualtieri, è un termine greco che significa “gelso”.
La più antica notizia del casale di Sicaminò risale al 1100, ma il documento più importante
è il privilegio col quale, nel 1125, Ruggero II d’Altavilla concesse il possesso di Sicaminò
al milite Gualtiero Gavarretta, che poi, attorno al 1200, passò al suo discendente, Giovanni Sicaminò. Successivamente, in conseguenza di matrimoni, la baronia passò a diverse famiglie, l’ultima della quali quella degli Avarna, nel 1700.
Fino al 1793 Sicaminò fu un feudo disabitato. Solo in quell’anno, infatti, il barone
Bartolomeo Avarna ottenne da Ferdinando I di Borbone la “licentia populandi”.
Nel 1798 si contavano già 205 abitanti. Anche se oggi è nuovamente quasi disabitato.
Sicaminò nei secoli scorsi era conosciuta come Feudo Avarna, proprio perché era tutto di loro proprietà. Infatti, attorno al loro Palazzo Ducale, la famiglia costruì le case dei contadini al loro servizio, i quali producevano per loro olio e vino, oltre ad occuparsi dell’allevamento del bestiame. Esso, infatti, è stato un modello di città/azienda.
La famiglia Avarna, detta anticamente “Guarna” o “Varna”, era la terza famiglia nobiliare
più facoltosa della Sicilia, e detenne le cariche politiche più ambite: si annoverano vescovi, consiglieri di sovrani, cavalieri Gerosolimitani e dell’Ordine militare della Stella.
In tempi recenti, il più noto della famiglia fu il Duca Giuseppe Avarna, nato nel 1916,
definito eclettico intellettuale, poeta, scrittore e appassionato di politica, infatti fu tra i fondatori del Movimento per l’Indipendenza della Sicilia.
Il Duca abitava nel borgo con la moglie Magda Persichetti che sposò nel 1941, dalla quale ebbe tre figli. Da buon aristocratico, chiamò il primogenito Carlo, come suo padre, per poi “scatenarsi” con i due nomi successivi: Albereda e Guiscardo.
Nel 1976, durante un viaggio a Roma, incontrò una splendida hostess americana,Tava Daetz, di 33 anni più giovane di lui, lei 26 e lui 59. Si innamorarono follemente, infatti entrambi dichiararono di aver avuto il “colpo di fulmine”. La portò dunque con sé nel borgo di Sicaminò, dove andarono a vivere nella Casa del Curato, in cui trascorsero 23 anni insieme. Essa si trova esattamente accanto alla cappella di famiglia, adiacente al palazzo in cui appena prima viveva con la moglie, la quale continuò a vivere lì insieme ai figli.
Il Duca in seguito a questa scelta perse molti dei suoi diritti, gli rimasero, infatti,
oltre all’uso della Casa del Curato e la Cappella, solo i suoi libri.
Si racconta che ogni volta che il Duca trascorreva una notte d’amore con la sua Tava, suonasse le campane della cappella, che aveva collegato, tramite una lunga corda, al suo appartamento. Si diceva anche, che questo dispetto alla moglie, derivasse dal fatto che lei, per ben 11 anni, non gli concesse il divorzio, per questo motivo lui e Tava si sposarono solo nel 1988 in una unione civile a Milazzo.
E così tutto il paesino di Gualtieri quando sentiva le campane si faceva una bella risata, a differenza della moglie, amatissima dal popolo, che non rideva affatto.
Magda, infatti, denunciò il fatto al pretore di Milazzo che condannò il Duca a un’ammenda,
con tanto di pubblicazione del responso sulla “Gazzetta del Sud”.
Il Duca invece non confermò la tesi, dicendo, in un’intervista ad Enzo Biagi, che suonare le campane era un modo di interpretare la vita con ironia e spirito, e non era certo per “suonare campane a morto per la ex consorte”.
In una più recente intervista a Tava (che l’11 novembre 2016 si trovata a Messina in occasione della commemorazione del Duca, che nasceva esattamente 100 anni prima), confermò la tesi del marito, spiegando il perché quella storia non fosse vera. Tava disse che, una notte in cui stavano festeggiando il suo compleanno con alcuni amici, Magda e i suoi figli si lamentarono degli schiamazzi notturni e li denunciarono, sostenendo che avevano suonato le campane “a morte”, come presunta offesa per la ex moglie. Qualche giornalista, poi, tolse la “t” e fu così che “a morte” divenne “a more” e poi “amore”, ed è così che nacque la leggenda. I giornalisti la soprannominarono “campana dell’amore”. Purtroppo la campana non è più presente poiché è stata rubata una decina di anni fa, ma c’è chi giura di sentirla ancora suonare di tanto in tanto.
Il 21 febbraio 1999 l’appartamento in cui viveva il Duca prese fuoco col lui dentro, all’età di 82 anni, e questo rese “eternamente” memorabile la sua vita. Quel giorno Tava era fuori per lavoro quando apprese la notizia. Il Duca, infatti, era già caduto in povertà, dopo che la riforma agraria del 1955, gli sottrasse 900 dei suoi 1400 ettari di proprietà, che si estendevano inizialmente fino a Castanea e Nizza di Sicilia. Oltre al fatto che già da tempo, sembrasse che egli avesse sperperato tutti i suoi averi in donne e gioco, anche se poi Magda, col divorzio, gli tolse letteralmente tutto, per questo motivo Tava era costretta a continuare a lavorare.
Lui comunque aveva uno stile e un’eleganza che non si scalfirono mai, nemmeno quando si autodefiniva “duca bucato”, a causa dei buchi nei suoi pantaloni. E neanche quando,
da macchine di lusso, passò a guidare una vecchia Fiat 500 e una 126.
Egli, sul punto di morire, lanciò le sue poesie e i suoi scritti dalla finestra nel disperato tentativo di metterli in salvo, e infatti grazie a questo gesto, Tava riuscì a pubblicare una raccolta di poesie del Duca, intitolata “Il silenzio delle pietre”.
Tutto andò distrutto, rimase in piedi solo una porzione di muro e lo stemma del casato. ”
Inizialmente era previsto che si potesse visitare il palazzo ducale, ma purtroppo non è stato possibile avere le chiavi di accesso ai locali. Dopo la rituale foto del gruppone abbiamo fatto un breve giro per le stradine del Borgo, dove attualmente vivono solo due anziani abitanti. Un certo numero di edifici sono stati acquistati dal Comune che, con i fondi europei di sviluppo, ha eseguito  lavori di recupero e restauro (secondo il mio punto di vista molto discutibili perché hanno stravolto la preesistente architettura) con l’intento di realizzare un albergo diffuso. La mia impressione, purtroppo, è che i lavori eseguiti siano  fine a se stessi perché, come in tanti altri casi in Sicilia, non ci sono le condizioni culturali ed operative per completare il progetto e farlo funzionare.
Intorno alle 10,15 ci siamo incamminati verso le cascate del Cataolo, distanti circa due chilometri dal posteggio. La strada era tutta in discesa e la giornata calda e luminosa rendeva piacevole la tranquilla camminata tra l’ameno  paesaggio. Poco prima della fine della strada asfaltata, sul lato sinistro c’è una strada in leggera salita all’inizio della quale si trova  uno sgangherato palo con tre cartelli in legno che indicano “Cascate Cataolo” “Area attrezzata” “Visitor center”. Percorse alcune centinaia di metri ci siamo inoltrati nella gola dove scorre il torrente che forma la cascata. Purtroppo una grossa frana ha modificato sostanzialmente l’orografia del luogo e la cascata, che alcune decine di anni orsono, faceva uno spettacolare salto, si è ridotta ad una deludente ed insignificante cascatella, che hanno raggiunto  con difficoltà arrampicandosi su enormi massi, spesso scivolosi, solo Marcella ed Alberto.               Al ritorno ci siamo fermati sui gradoni in marmo nello slargo antistante il centro visitatori per consumare uno spuntino. L’ edificio è una struttura enorme, con il tetto in parte di vetro, in stridente  contrasto con l’ambiente circostante  e completamente vandalizzato e costituisce, insieme alle panchine in blocchi di pietra un lampante esempio di spreco delle risorse pubbliche.
Alle 12,00 siamo ripartiti e dopo circa 45 minuti abbiamo raggiunto le macchine parcheggiate. Il percorso complessivo, per arrivare alla cascata e tornare al parcheggio è di circa cinque chilometri.
L’equipaggio composto da Giuseppe Spanó, Patrizia Olivieri, Maria De Carlo e Alberto Borgia è tornato a Messina per cui il resto della cronaca dell’escursione è a cura di Tonino Seminerio che scrive :
“Tornati alle auto, ci coglie un languorino e senza indugi, ci dirigiamo alla volta di Gualtieri. Parcheggiamo in via San Cataldo, nella piazza che ospita il monumento ai caduti, é li che si trova il Cocktail Bar del simpatico Nicola che ci accoglie nel suo locale. Nella breve attesa, quattro di noi si sfidano a duello a calcio balilla, cercando di ricordare gli anni trascorsi dall’ultima partita.. É pronto! Un tris di rustici e un trancio di focaccia, fanno la loro comparsa e in men che non si dica spariscono nelle voraci fauci dei ReColapesciani presenti. Beverage a gogò, un ottimo gelato al limone offerto da Tonino, grazie Tonino, ed un caffè completano il pranzo da tutti apprezzato. Usciti fuori, Alessia con la solita simpatia e senza mai annoiare, ci racconta brevemente le origini del paese, dopo a piedi, attraversiamo il centro storico: la Piazza Duomo con la Chiesa Madre di San Nicola di Bari dedicata al patrono, la Chiesa di Santa Maria Annunziata con la caratteristica cupola di epoca bizantina, ed il Ponte Vecchio del XVI secolo sul quale ci disponiamo tutti in fila affacciati per un divertente filmato di gruppo nel quale inviamo un saluto al nostro caro presidente. Tornando alle auto da un’ altra stradina passiamo davanti a due macellerie, quella di “u zu pippu” e la macelleria “A Gianca” nomi che strappano un ultimo sorriso. Ci congediamo dandoci appuntamento “alla prossima”.
Completo la cronaca ringraziando, a nome di tutti i partecipanti, Alessia Seminerio per il prezioso lavoro di ricerca e per la capacità e la simpatia che ha mostrato nella esposizione e suo padre Tonino per la scrupolosa preparazione di questa escursione. Riporto di seguito  il messaggio del nostro illuminato Presidente.
Ringrazio la famiglia Seminerio per l’importante contributo speso non solo nella giornata di oggi. Sono stati attenti, professionali e disponibili a mettersi al servizio dell’Associazione. Spero proprio che questa collaborazione continui. Altri associati sono chiamati a collaborare per la buona riuscita del programma. E ognuno con la propria individualità, saggezza e voglia di fare dia un contributo fattivo, nel solco che ha tracciato la famiglia Seminerio.

 

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